Congratulazioni a Santo Forleo, Stefano Ruzzini e Massimiliano Macchia che hanno vinto rispettivamente il 1° premio e il 2° premio della sezione Multimediale a tema libero e il 1° premio della sezione Multimediale di viaggio della Sfida creativa 2023, il concorso letterario e multimediale de Il piacere di raccontare.
Sono state oltre cinquanta le fotografie e i video – con una storia da raccontare – inviate dagli iscritti alla Sfida creativa, tra i quali la Giuria tecnica – composta da autorevoli membri del mondo della cultura – ha individuato le fotografie e i video più belli.
I vincitori della Sezione multimediale -insieme a quelli della sezione Romanzi editi e Racconti inediti – sono stati premiati in una Cerimonia online il 18 marzo 2024.
Santo Forleo e Massimiliano Macchia hanno vinto un viaggio nelle più importanti capitali europee. Stefano Ruzzini avrà l’occasione di degustare una cena gourmet in un ristorante italiano a sua scelta.
Santo Forleo, Stefano Ruzzini e Massimiliano Macchia hanno vinto rispettivamente il 1° premio e il 2° premio della sezione Multimediale a tema libero e il 1° premio della sezione Multimediale di viaggio della Sfida creativa 2023
Li abbiamo intervistati per conoscere meglio la loro storia e per sapere di più sull’opera vincitrice.
Santo Forleo ha vinto il primo premio della Sezione multimediale, categoria a Tema libero, con il video Il candore della domenica.
Viaggia molto e si dedica con costanza alla scrittura.
Santo, com’è nato questo video?
È il primo cortometraggio dei quattro che abbiamo realizzato su un mio romanzo, Il vizio di Milva, per farne una sorta di promozione. In un viaggio verso l’Australia ho conosciuto un ragazzo, Errico D’Andrea, ci siamo trovati subito bene e ci siamo raccontati i nostri sogni, poi siamo rimasti in contatto e da questo incontro è nata l’idea di estrapolare quattro cortometraggi da altrettanti capitoli del romanzo.
Per Il candore della domenica abbiamo fatto uno shooting di tre giorni, lavorando dalle sette del mattino alle nove e mezza di sera; sapevo come doveva essere raccontata la storia, anche se non ho mai diretto niente ed è stato il mio primo lavoro in questo ambito; Errico, il videomaker, ha capito benissimo quello che volevo. Anche Pasquale Magno, che ha creato la copertina del libro, ne ha colto molto bene lo spirito.
Il soggetto è autobiografico?
Sì, in parte lo è, anche se ho mescolato le carte, ma quella palazzina che si vede nel corto è veramente quella dove sono cresciuto, anche se adesso è degradata e abbandonata. Quell’essere solitario che va in macchina e che racconta sono veramente io. Scrivo sul telefonino da quando ce l’ho, prima lo facevo su pezzetti di carta per fissare le idee che altrimenti volavano via, poi li mettevo in ordine: questo è il lavoro che ho fatto per tredici anni in preparazione del romanzo.
Sono stato ostinato perché sapevo di voler trasmettere qualcosa alle nuove generazioni. Il punto è che stiamo andando troppo veloci, dovremmo rallentare e apprezzare la vita per quello che ci dà. Molte volte perdiamo tempo, accusando la vita per il dolore che ci procura, ma anche il dolore deve avere una sua chiave di lettura. Quindi fermiamoci e apprezziamo quello che abbiamo, perché è un dono strepitoso; io l’ho raccontato nel romanzo che poi ho avuto la fortuna di rappresentare attraverso i corti.
Questo video è diventato un progetto scolastico, vero?
Sì, Il piacere di raccontare è arrivato a Tenerife. Sto facendo qui un tirocinio in un collegio internazionale di lingue, con l’Università di Madrid, e siccome ora nelle scuole si lavora molto con la tecnologia, ho voluto inserire nel programma il mio cortometraggio giusto per sottolineare che sì, va bene la tecnologia, tant’è vero che ho vinto la Sfida creativa in una sezione multimediale.
Però, come dicevo, stiamo andando molto veloci, in particolare si sta facendo strada l’idea dell’intelligenza artificiale e bisogna utilizzarla con criterio. Ho voluto proporre questo progetto per sottolineare i valori che vengono trattati nel corto: quelli famigliari, l’importanza del ricordo, l’interazione sociale, l’empatia. Gli studenti hanno partecipato con entusiasmo.
Che soddisfazione ti ha dato vedere il cortometraggio finito?
Ho avuto la fortuna di partire dalla parola che è diventata immagine che è diventata video, con il contributo della musica. Il miracolo che è venuto fuori da Il candore della domenica è stato che io sapevo cosa avevo in testa e, quando poi l’ho visto rappresentato con la mano del videomaker, ho constatato che era proprio quello che volevo raccontare.
Per fare un esempio, l’idea delle scene a colori che raccontano la contemporaneità mentre quelle in bianco e nero evocano il passato, un’idea che mi piace molto, è venuta a Errico, non a me. Ecco la bellezza dell’incontro di diversi artisti, di diversi aspetti dell’arte.
Ecco qui sotto il video di Santo Forleo, con il quale ha vinto il primo posto della Sezione multimediale a tema libero:
Massimiliano Macchia ha vinto il primo premio della Sezione multimediale, categoria Di viaggio, con Psicoastasia.
Ha una società di marketing e la fotografia è la sua grande passione.
Massimiliano, tu ti occupi di fotografia a livello professionale?
La verità è che da ragazzo volevo fare il fotografo e mi ero comprato tutta l’attrezzatura. Andavo ad aiutare i fotografi professionisti ai matrimoni. Avevano un ruolo diverso da quello di oggi, era un po’ più difficile, perché ora la fotografia non ha un costo di scatto alto come una volta e ci sono infinite possibilità di post produzione che trenta o quarant’anni fa non c’erano.
Quando da ragazzi facevamo i matrimoni con i professionisti avevamo dieci rulli, quindi 360 scatti nei quali dovevano esserci gli 80 giusti per l’album. Oggi, non avendo il costo del rullino e dello sviluppo, i fotografi fanno 3000 scatti. È più facile ottenerne di buoni e poi c’è la possibilità di correggerli: dove sono troppo scuri, dove il contrasto non è soddisfacente…
Ci sono software che permettono di tutto. Nella mia società di marketing chiaramente usiamo molto le immagini, ma la fotografia non è il mio lavoro principale e adesso la pratico come hobby.
Che storia c’è dietro l’immagine premiata alla Sfida creativa?
Per lavoro sono andato in India pochi mesi fa, era una trasferta per un cliente; mi sono recato a una fiera, poi mi sono preso qualche giorno per andare in questo posto incredibile, una città sacra che si chiama Varanasi, dove passa il fiume Gange. Lì tante persone vanno a morire perché, se poi le loro ceneri vengono disperse nel fiume, credono che andranno in una sorta di paradiso: è un termine più cattolico che induista, io non sono esperto di quella religione, ma lo dico perché si possa capire.
Per noi occidentali, la cosa è scioccante. Ci sono i cadaveri che bruciano lungo il fiume in un contesto di assoluta tranquillità, mentre la gente passeggia, i bambini giocano a pallone e a fianco le capre brucano. L’impatto emotivo di queste scene è molto forte e io sono rimasto ancora più colpito dal fatto che i parenti dell’uomo che verrà cremato devono comprare la legna per fare la pira funebre e ne comprano in base al peso, perché più il cadavere pesa e più legna ci vuole; c’è quest’uomo che sostanzialmente passa la giornata a pesare i corpi e la legna.
Mi ha sconcertato, ho pensato che fosse incredibile che qualcuno facesse questo lavoro. Mentre passavo in quel posto, c’era una luce bellissima che filtrava tra tra le case sul fiume e allora ho scattato alcune fotografie, tra cui quella che vi ho mandato.
Tu fotografi nella vita quotidiana?
È la mia passione e, quando posso, il sabato e la domenica esco con la macchina fotografica e vado con amici a sperimentare, facciamo delle gare. Per esempio, andiamo in un posto dove non c’è fondamentalmente niente da fotografare e facciamo una scommessa su chi porta a casa lo scatto migliore. Ognuno con il proprio occhio trova un elemento, uno spunto, qualcosa di particolare e la cosa divertente è che quando riguardiamo le immagini c’è sempre qualcuno di noi che rimane sorpreso perché non si ricorda di aver visto l’oggetto fotografato.
Ciascuno vede quella scena in modo diverso e quindi è colpito da un aspetto diverso: magari fotografa, non so, un mattone che per te era solo un mattone, mentre lui ci ha scoperto qualcosa di speciale. Ecco, la fotografia è questo, oggi: un’interpretazione personale della realtà.
Qui sotto troverete la foto e la storia da raccontare con la quale Massimiliano ha vinto:

Stefano Ruzzini ha vinto il secondo premio della Sezione multimediale, categoria a Tema libero, con la fotografia Giornata di bucato.
Medico ortopedico, nel tempo libero si dedica alla scrittura e alla fotografia.
Stefano, scrivere e fotografare sono per te un impegno costante?
Io nella vita faccio il medico ortopedico e sono in pensione dalla struttura pubblica da tredici anni, da quando ne avevo sessanta. Continuo a lavorare privatamente, ma avendo più tempo a disposizione mi sono dato a quelle che sono le mie attività preferite, la scrittura e la fotografia.
In questo, il Covid mi ha aiutato in senso positivo perché, avendo tanto tempo a disposizione e non volendolo passare davanti alla televisione, ho ripreso in mano la scrittura, che mi è sempre piaciuta ma non avevo mai praticato in modo continuativo.
La macchina fotografica è venuta prima, perché già una decina d’anni fa avevo acquistato la prima reflex e Giornata di bucato l’ho scattata in Sudafrica nel 2015. Tra l’altro, ho vinto un altro concorso con un romanzo, un giallo ambientato a Berlino tra gli anni della Stasi, la polizia della Germania Est, e gli anni 2000. Ne è stata fatta l’edizione cartacea, il più grande regalo che potessi avere. Mi ritengo fortunato, baciato dalla sorte in questo momento.
Fai fotografie soprattutto quando viaggi?
Mi sono occupato molto anche della cosiddetta street photography, la fotografia di strada, facendo molti scatti per Roma e dintorni, ma naturalmente nei viaggi fotografo molto. In particolare, ho la fortuna di avere una moglie berlinese e a Berlino, dove avevamo un piccolo appartamento, andavamo spessissimo; anche per quello ho ambientato lì il mio primo e unico romanzo. È una città che conosco benissimo, potrei farci la guida turistica.
Comunque ho sempre viaggiato tanto. Ho avuto la fortuna di avere una zia nubile e molto affezionata che fin da quando avevo quattordici o quindici anni mi ha portato in giro per l’Europa, a Parigi, a Londra. Poi, a sedici anni, con una borsa di studio ho passato un anno negli Stati Uniti in una famiglia americana e quella è stata la cosa che mi ha cambiato la vita: ho imparato l’inglese in maniera diciamo professionale e e soprattutto ho vissuto un anno in un mondo diverso dal mio, che mi ha aperto tutti gli orizzonti.
Anche il fatto di aver sposato una una donna non italiana è legato a questo mio essermi aperto al mondo fin da ragazzo.
Che cosa ti dà, soprattutto, la fotografia? Quanto la consideri documento e quanto arte?
Mi lascia il ricordo del momento e poi, nel rielaborare al computer, ho la soddisfazione di vedere, che so, per esempio i colori migliorati da me. Troverei fuori posto dire che la faccio diventare un’opera artistica, però è una cosa che mi dà soddisfazione e deve darla soprattutto a me stesso; se poi piace a qualcun altro, tanto meglio.
Mi interessa anche imparare le tecniche e in passato ho fatto delle foto che mi rimangono dentro, come quando in Sudafrica ho preso la Via Lattea dall’emisfero sud, in un posto in cui non c’era inquinamento luminoso: una cosa favolosa. Se volessi solo ricordare un viaggio, poi lascerei le foto così come sono; nell’elaborazione dell’immagine, però, con le varie app che ci sono oggi, io intervengo con la mano di un discreto artigiano, anche se non mi spingerei a definirmi un artista.
Qui sotto troverete la foto e la storia da raccontare con la quale Stefano ha vinto:

