Il fascino della contraddizione

by Marianna Porcaro
Il fascino della contraddizione

Contraddizione, una parola che mi ha sempre affascinata. Viene dal latino contra-dicere, “parlare contro”. Ma più la ascolto, più sento che quel “contro” è il punto in cui due verità parziali si toccano e, invece di negarsi, generano senso. Dentro di noi convivono due forze apparentemente inconciliabili, il bisogno di casa e il desiderio di frontiera, la sete di appartenenza e l’istinto di autonomia.

Due verità parziali che invece di negarsi generano senso

Il cervello tiene insieme circuiti rapidi, antichi, che proteggono e semplificano, e circuiti lenti, più giovani, che comprendono e complicano. Quando dico “non so che fare”, in realtà sto registrando un dialogo interno perfettamente umano.

Il concetto di ambivalenza

La psicologia lo chiama ambivalenza, provare affetti opposti verso lo stesso oggetto. Non è indecisione, è ampiezza. Poi c’è la dissonanza cognitiva, la frizione tra ciò che credo e ciò che i fatti mostrano. La scorciatoia è irrigidirsi, la via matura è pagare il pedaggio della crescita.

Tutto ciò che non voglio vedere di me

In profondità, come insegnava Jung, vive l’Ombra, tutto ciò che non voglio vedere di me e che ritorna, travestito da sintomo o da occasione. Persino le incoerenze più goffe, guardate con Winnicott, spesso sono tentativi claudicanti di tornare al Vero Sé dopo aver indossato troppo a lungo il copione delle aspettative altrui.

Un paradosso relazionale

Nel lavoro la contraddizione è quotidiana, diciamo “innovazione” e temiamo l’errore, proclamiamo “persone al centro” e contiamo solo i numeri ai margini. Spesso è la fatica di allineare tempi diversi (il tempo del risultato e quello dell’apprendimento) e bisogni diversi (ordine e creatività). Siamo anche dentro un paradosso relazionale, lealtà al gruppo e fedeltà a noi stessi. Se scegliamo solo il gruppo, ci smarriamo, se scegliamo solo noi, spezziamo i legami.

Tutte le parti in gioco

Per questo scelgo un’integrità in movimento. Tre gesti mi aiutano: nominare il conflitto (“desidero X e temo Y”), sostare un istante per ascoltare entrambe le voci, e cercare un prossimo passo onesto che onori, anche in proporzioni diverse, tutte le parti in gioco.

Una negoziazione tra poli che produce senso

In questa prospettiva l’etimo si capovolge, “contra-dicere” non è più parlare-contro, è parlare-con una negoziazione tra poli che smette di produrre scorie e comincia a produrre senso. La contraddizione non incrina l’affidabilità, la fonda, perché mi obbliga a verificare chi sono mentre divento. La coerenza è ampiezza strutturata. Tengo insieme gli opposti e, tenendoli, mi tengo intera.

Ho una laurea in Scienze della Comunicazione, un master in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni e un secondo in HR Management: perché raccontare il mondo non mi basta, voglio anche comprenderne le dinamiche più profonde, umane, relazionali, viscerali.
Scrivo per dare un senso a ciò che senso non ha, per mettere ordine nel caos dei dettagli che sfuggono, per restituire dignità ai silenzi e alle sfumature. Quando scrivo, non lo faccio per insegnare cosa pensare, ma per tentare di capire. Ogni testo è una scena, ogni parola è parte di un ragionamento.
Appassionata di cinema, fotografia e musica, vivo di letteratura, arte e cultura come altri vivono di pane. Divoro libri, spettacoli, mostre e tutto ciò che riesce a smuovere qualcosa sottopelle. Collaboro con diverse riviste su temi culturali e diritti civili, seguo progetti di cinema e spettacolo come freelance e curo la comunicazione per aziende che vogliono raccontarsi davvero, e non solo apparire.
Il mio punto di vista? Sempre umano. Sempre irrinunciabilmente sensibile.
Ho un debole dichiarato per le relazioni: non quelle che si dicono, ma quelle che accadono. Creo connessioni tra parole e persone perché è lì che tutto inizia davvero: nel punto esatto in cui una voce trova ascolto e un pensiero trova casa.

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