Oggi è la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, istituita dall’ONU nel 1999 per ricordare al mondo che la violenza maschile non è un fatto privato, ma «una delle violazioni dei diritti umani più diffuse e devastanti».
E l’Italia, purtroppo, continua a restituire numeri che fanno male.
Nel 2024:
- 96 donne uccise,
- 82 in ambito familiare,
- migliaia di figli coinvolti, feriti, traumatizzati.
Nel 2023, secondo la Polizia di Stato, le richieste di aiuto sono state 13.793:
nel 61,5% dei casi l’autore della violenza era un partner o un ex.
Sono cifre che non dovremmo leggere più. E invece eccoci qui, ancora oggi.
Un femminicidio non è “un fatto privato”
Ma un dato positivo c’è. Finalmente qualche giorno fa fa la Camera ha approvato un intervento legislativo che rafforza la tutela delle donne:
- riconosce il femminicidio come reato autonomo,
- accelera le misure di allontanamento,
- amplia la protezione,
- ridefinisce la violenza sessuale introducendo esplicitamente l’assenza di consenso.
Il sesso senza consenso è stupro.
Un principio semplice, che non dovrebbe nemmeno essere spiegato: il sesso senza consenso è stupro. La legge manda un messaggio chiaro: questo non è un problema individuale da risolvere in silenzio. È una emergenza sociale e culturale.
Ma attenzione alle parole sbagliate. La violenza maschile non è un fatto biologico
Nelle scorse settimane, due Ministri della Repubblica hanno affermato che la violenza maschile sia “un fatto biologico”. Una tesi priva di fondamento scientifico, ma soprattutto pericolosa.
Perché quando trasformi il crimine in “natura”, lo normalizzi.
Dire che un uomo è violento “per natura” non è un’opinione. È un modo per dire: “non si può cambiare”. Non solo è falso. Ma è irresponsabile.
La radice della violenza è uno squilibrio di potere
Lo ha ricordato António Guterres, Segretario Generale dell’ONU:
«La violenza contro le donne affonda le sue radici in secoli di dominazione maschile. La cultura dello stupro nasce sempre da uno squilibrio di potere.»
Gli squilibri si combattono con la cultura, non con i minuti di silenzio.
E soprattutto: la libertà delle donne di vivere, decidere, scegliere e autodeterminarsi non è negoziabile. Mai.
La violenza si previene con l’educazione
Quando si parla di violenza contro le donne, guardiamo sempre le conseguenze:
le aggressioni, i femminicidi, i numeri che continuano a salire.
Ma la domanda allora è un’altra: che cosa succede prima? Prima della violenza? Prima del gesto? Prima della tragedia?
Purtroppo molte persone crescono senza gli strumenti emotivi e relazionali per vivere rapporti sani. E quel vuoto, se non è colmato da famiglia e scuola, viene riempito da altro: modelli tossici, pornografia, relazioni basate sul controllo e sulla gelosia, linguaggi che disumanizzano.
Per questo l’educazione affettiva e sessuale non è un’opzione. È il perno su cui siti basa il cambiamento culturale e si incide sui comportamenti relazionali malsani alla radice.
Che cosa insegna, concretamente?
- Il rispetto dei confini. Nessuno ha diritto al corpo o allo spazio emotivo di un’altra persona. Nemmeno “per scherzo”. Nemmeno “per amore”.
- Il valore del consenso. Non è un concetto “da adulti”. È la base di ogni relazione sana. Un bambino che impara che “no” significa davvero “no” diventerà un adulto diverso.
- Riconoscere e gestire le emozioni. Frustrazione, gelosia, paura dell’abbandono, rabbia: emozioni non elaborate diventano comportamenti violenti, oppure si trasformano in depressione e comportamenti autolesionisti.

“Un professore” con Alessandro Gassman. Nella fiction, Gassman fa il professore di liceo e tra le altre cose insegna educazione sessuale
Cominciare da bambini
Se vogliamo davvero ridurre la violenza allora dobbiamo cominciare dai bambini.
Dalle famiglie. Dalle scuole. Da ciò che insegniamo – o non insegniamo -a un bambino quando ha 5, 7, 10 anni.
La cultura del rispetto non si sviluppa a 30 anni, ma nel momento esatto in cui un bambino impara che l’altro non è un oggetto, ma una persona.
La cultura salva le vite
È lì che comincia il cambiamento. Più della retorica, più della paura, più della repressione.
La cultura salva vite. E ogni giorno che ritardiamo questo cambiamento è un giorno in cui qualcun’altra rischia di perderla.
