Addio a BB, sensualità, scandalo, mito. La scelta dell’animalismo e di sottrarsi allo “sguardo” dell’opinione pubblica

by Marianna Porcaro

Di lei si è parlato per decenni come di una sigla, “BB”, come se due lettere bastassero a spiegare un destino. Si è parlato della diva, della sensualità, dello scandalo, del mito. Si è parlato molto meno di un’altra traiettoria: l’animalismo. Una scelta totalizzante, una dedizione che sposta l’asse della sua storia, da donna guardata a donna che prende posizione, da icona consumata a coscienza che disturba.

Nata a Parigi nel 1934, cresciuta in una famiglia borghese e devota, educata alla disciplina e alla distanza formale (al punto da dare del “lei” ai genitori), portava addosso una postura che qualcuno scambiò per arroganza e che invece era un istinto, non farsi rimpicciolire. La sua vita prende velocità per una coincidenza che sembra una predizione, una copertina, la ragazza “Bichette”, l’incontro con Roger Vadim e l’urto con un mondo che voleva amministrare la libertà femminile come fosse un patrimonio di famiglia. La pistola del padre puntata contro Vadim per un rientro oltre mezzanotte e il tentativo di suicidio di lei dicono più di mille biografie, Bardot entra nella scena pubblica avendo già conosciuto il controllo, il giudizio, la fragilità trattata come colpa.

 “Non recito, sono”

Quando nel 1956 gira E Dio… creò la donna, la frattura è definitiva. “Non recito, sono”, confida. Ed è una frase che pesa, perché essere amata per ciò che “sei” significa essere processata per ogni stanchezza, contraddizioni, dolore. Bardot capisce presto la trappola della celebrità, non è soltanto successo, è diritto d’accesso che il pubblico si attribuisce, è possesso.

Brigitte Bardot con i suoi animali

Brigitte Bardot con i suoi animali

La trappola della celebrità

La sua biografia è piena di tentativi concreti di sottrazione, case come rifugi, confini fisici, fino a La Madrague a Saint-Tropez, una dimora scelta per la distanza, come si sceglie una tregua. Eppure nemmeno i muri bastano, basta una passeggiata, un acquisto in paese, e la folla si stringe, tocca, strattona, pretende. La maternità vissuta sotto sorveglianza, la vita privata trasformata in cronaca, la sofferenza commentata come intrattenimento, mentre lavora con registi centrali del suo tempo, il vero set permanente resta l’opinione pubblica, quella che chiede sempre di più e concede sempre di meno.

L’animalismo e la Fondazione Brigitte Bardot

Quando, il 6 giugno 1973, lascia il cinema a poco meno di quarant’anni dicendo di essere stanca di essere “messa in mostra come in un circo” è un atto di fuga lucida. Da lì comincia la seconda vita, quella in cui la notorietà diventa una leva. Bardot la usa per la difesa degli animali, fino alla Fondazione Brigitte Bardot, a cui consacra energia, visibilità e risorse, arrivando, come lei stessa ha raccontato, a finanziare la causa anche attraverso gesti drasticamente simbolici, vendendo pezzi della “prima vita” per sostenere la seconda.

Una creatura di assoluti

Negli ultimi decenni la sua voce pubblica si è increspata tra prese di posizione politiche divisive e dichiarazioni che hanno acceso polemiche e portato a condanne, un capitolo che non si può ignorare, ma che non può nemmeno ridurre tutto a un solo verdetto, perché Bardot è stata, nel bene e nel male, una creatura di assoluti, capace di gesti limpidi e rigidità feroci.

La notizia della sua scomparsa è arrivata il 28 dicembre 2025, annunciata dalla Fondazione: aveva 91 anni.

L’immagine è una pelle che non si sfila

Negli ultimi anni Bardot ha vissuto come vivono quelli che hanno capito troppo presto che l’immagine è una pelle che non si sfila. E quando invecchi, quella pelle non si allarga, resta stretta, e ti costringe a respirare dentro una versione di te che gli altri hanno deciso per sempre.

C’è una malinconia particolare nel diventare anziani dopo essere stati un simbolo. La malinconia di vedere il proprio volto trasformarsi in archivio pubblico, in proprietà collettiva, mentre dentro si continua a essere una persona che sente, teme, ricorda, si stanca. Bardot, nell’ultima stagione, sembra abitare la frattura tra ciò che il mondo pretende di vedere (la leggenda, l’icona, il “personaggio”) e ciò che resta quando le luci sono spente (una donna che ha consumato il proprio margine di tolleranza al rumore).

Sfuggire dallo sguardo pubblico

Bardot ha passato la vita a fuggire lo sguardo, ma non ha mai smesso di guardare. L’animalismo diventa una forma di riparazione psicologica. Gli animali non chiedono spiegazioni, non costruiscono processi, non pretendono una versione editabile di te.

Quando una persona come lei arriva alla fine, la domanda non è “che cosa lascia”, ma “che cosa si porta via”. Si porta via la fatica di dover essere sempre qualcosa per qualcuno. Si porta via l’obbligo di spiegarsi. Si porta via il peso di tutte le interpretazioni che le hanno cucito addosso. E resta, sotto le didascalie e le polemiche, un nucleo quasi infantile, il desiderio semplice di non essere toccata, non essere inseguita, non essere usata come specchio per la morale altrui.

Il desiderio di smettere di “recitare”

La parte più commovente della sua storia, è che la “quiete” non è stato un bisogno. Una richiesta elementare. E in quel bisogno si legge una verità che riguarda tutti, siamo fatti per appartenere a pochi sguardi, quelli che non pretendono, quelli che non invadono. Perché solo nel perimetro di uno sguardo che non possiede, una persona smette di recitare anche quando non recita più, e può finalmente essere soltanto ciò che è, fragile, contraddittoria, viva. E poi, finalmente, in pace.

Ho una laurea in Scienze della Comunicazione, un master in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni e un secondo in HR Management: perché raccontare il mondo non mi basta, voglio anche comprenderne le dinamiche più profonde, umane, relazionali, viscerali.
Scrivo per dare un senso a ciò che senso non ha, per mettere ordine nel caos dei dettagli che sfuggono, per restituire dignità ai silenzi e alle sfumature. Quando scrivo, non lo faccio per insegnare cosa pensare, ma per tentare di capire. Ogni testo è una scena, ogni parola è parte di un ragionamento.
Appassionata di cinema, fotografia e musica, vivo di letteratura, arte e cultura come altri vivono di pane. Divoro libri, spettacoli, mostre e tutto ciò che riesce a smuovere qualcosa sottopelle. Collaboro con diverse riviste su temi culturali e diritti civili, seguo progetti di cinema e spettacolo come freelance e curo la comunicazione per aziende che vogliono raccontarsi davvero, e non solo apparire.
Il mio punto di vista? Sempre umano. Sempre irrinunciabilmente sensibile.
Ho un debole dichiarato per le relazioni: non quelle che si dicono, ma quelle che accadono. Creo connessioni tra parole e persone perché è lì che tutto inizia davvero: nel punto esatto in cui una voce trova ascolto e un pensiero trova casa.

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