La libertà come modo di stare al mondo

by Marianna Porcaro

Libertà viene dal latino libertas, che a sua volta deriva da liber, libero, ma anche “appartenente al popolo dei liberi”. Già qui c’è qualcosa che ci riguarda da vicino, la libertà come modo di stare al mondo. Un movimento continuo tra ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che scegliamo di non fare.

Colomba di Renè Magritte

Colomba di Renè Magritte

Esistono diverse forme di libertà

Esistono diverse forme di libertà. C’è la libertà da qualcosa, dalla manipolazione, dal ricatto emotivo, dalle dinamiche tossiche in cui ci ritroviamo incastrati quasi senza accorgercene. Poi c’è la libertà di qualcosa, di scegliere, di esprimerti, di dire “questo no”, ma anche “questo sì, mi rappresenta”.

C’è una libertà interiore, è quella che si gioca nel dialogo (o nel conflitto) con le voci che abitano dentro di noi, con le credenze che ci tengono ancorati al “non sono capace”, “non me lo merito”, “è già tanto che mi tengano qui”. 

E poi c’è la libertà con gli altri, quella che rispetta i confini altrui, che non schiaccia, che non usa il potere come arma ma come responsabilità.

Su quante di queste possiamo lavorare? In realtà, su tutte. Possiamo sempre intervenire sul modo in cui abitiamo i luoghi in cui siamo. Possiamo scegliere di non rinforzare dinamiche umilianti, possiamo scegliere di non usare il silenzio come vendetta, possiamo scegliere di non “normalizzare” la mancanza di rispetto.

Possiamo stare più vicini a ciò che sentiamo, invece di incastrarci nei ruoli che gli altri hanno scritto per noi. 

Il lavoro, in tutto questo, è il banco di prova più concreto.  Ci abituiamo a non dire più quello che pensiamo per “non creare problemi”, a non fare domande per “non sembrare incompetenti”, a non esprimere disagio per “non essere etichettati come quelli difficili”. Ci raccontiamo che è solo professionalità, ma a volte è rinuncia.

Colomba di Renè Magritte

Colomba di Renè Magritte

Iniziare ad ascoltare quello che finora abbiamo ignorato 

In questo spazio di osservazione, piccolo, fragile, spesso invisibile dall’esterno, nasce il vero cambiamento interiore, quando iniziamo ad ascoltare quello che finora abbiamo ignorato per non complicarci l’esistenza.

Una forza che ridisegna le nostre scelte.

All’inizio fa paura, perché la consapevolezza porta sempre con sé una richiesta di coerenza, una volta che vediamo, non possiamo più far finta di niente. Ma è anche il segnale che la libertà si è rimessa in moto. Non è più un concetto astratto, è una forza che, piano piano, ridisegna le nostre scelte.

Coltivare la nostra libertà negli ambienti di lavoro significa accettare che non esisterà mai l’azienda perfetta, il capo ideale, il team senza conflitti, ma che possiamo comunque scegliere come esserci dentro. 

Esistono solo modi concreti di essere liberi

Non arriverà mai il giorno in cui saremo “finalmente liberi”, esistono solo modi concreti di esserlo un po’ di più, oggi, dentro la vita che abbiamo. In piccoli gesti che ci restituiscono a noi stessi, in ufficio, dietro una scrivania, anche quando sembra che nessuno se ne accorga. 

La libertà più profonda non è quella che gli altri vedono, ma quella che ci permette di sostenerlo, quello sguardo allo specchio, senza doverlo abbassare.

In copertina, “La grande famiglia” di René Magritte, 1963.

Ho una laurea in Scienze della Comunicazione, un master in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni e un secondo in HR Management: perché raccontare il mondo non mi basta, voglio anche comprenderne le dinamiche più profonde, umane, relazionali, viscerali.
Scrivo per dare un senso a ciò che senso non ha, per mettere ordine nel caos dei dettagli che sfuggono, per restituire dignità ai silenzi e alle sfumature. Quando scrivo, non lo faccio per insegnare cosa pensare, ma per tentare di capire. Ogni testo è una scena, ogni parola è parte di un ragionamento.
Appassionata di cinema, fotografia e musica, vivo di letteratura, arte e cultura come altri vivono di pane. Divoro libri, spettacoli, mostre e tutto ciò che riesce a smuovere qualcosa sottopelle. Collaboro con diverse riviste su temi culturali e diritti civili, seguo progetti di cinema e spettacolo come freelance e curo la comunicazione per aziende che vogliono raccontarsi davvero, e non solo apparire.
Il mio punto di vista? Sempre umano. Sempre irrinunciabilmente sensibile.
Ho un debole dichiarato per le relazioni: non quelle che si dicono, ma quelle che accadono. Creo connessioni tra parole e persone perché è lì che tutto inizia davvero: nel punto esatto in cui una voce trova ascolto e un pensiero trova casa.

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