Nel 1926 Luigi Pirandello pubblica Uno, nessuno e centomila. A cento anni di distanza, la domanda che attraversa quel romanzo è ancora sorprendentemente attuale: siamo davvero una sola persona, oppure diventiamo diversi a seconda di chi ci guarda?
È da qui che possiamo ripartire per leggere Pirandello oggi. Non come autore “scolastico”, ma come uno scrittore che ha capito in anticipo una delle grandi inquietudini contemporanee: la distanza tra ciò che crediamo di essere e l’immagine che gli altri si fanno di noi.
Pirandello nasce nel 1867 a Girgenti, oggi Agrigento, in una contrada chiamata “Il Caos”. Il nome sembra quasi un destino. Cresce in una famiglia borghese legata all’attività delle miniere di zolfo e si forma tra Sicilia, Roma e Germania, dove si laurea in Filologia all’Università di Bonn. Tornato in Italia, si stabilisce a Roma, insegna, scrive novelle, romanzi, testi teatrali.
La sua vita personale, però, è presto segnata da eventi drammatici. Nel 1894 sposa Maria Antonietta Portulano, da cui avrà tre figli. Nel 1903 un’alluvione distrugge le miniere della famiglia, provocando il tracollo economico. Nello stesso periodo la moglie manifesta una grave malattia psichica, che renderà la vita familiare sempre più dolorosa. Pirandello si trova così a vivere ogni giorno dentro una realtà instabile, dove ciò che appare non coincide mai del tutto con ciò che è.
Da questa esperienza nasce una delle sue intuizioni più radicali: la realtà non è una sola. Dipende dallo sguardo. Ognuno vede il mondo a suo modo, e gli altri vedono noi in modo diverso da come ci vediamo noi.
Il risultato non è una ricchezza rassicurante, ma una frattura: non esiste un’immagine di noi che valga per tutti. Esistono versioni. E spesso non riusciamo a riconoscerci in nessuna di esse.
Il fu Mattia Pascal e l’impossibilità di ricominciare da zero
Nel 1904 Pirandello pubblica Il fu Mattia Pascal, il romanzo che lo fa conoscere a un pubblico più ampio. La storia è quella di un uomo che, creduto morto, decide di cambiare identità e iniziare una nuova vita. Sembra l’occasione perfetta per liberarsi dal passato, dai debiti, dal matrimonio, dai ruoli sociali.
Ma la libertà assoluta si rivela presto una trappola. Senza un nome riconosciuto, senza documenti, senza una storia condivisa con gli altri, Mattia Pascal non può davvero esistere nella società. Scopre così che non basta sentirsi liberi: per vivere nel mondo abbiamo bisogno di una forma, anche quando quella forma ci sta stretta.
È uno dei grandi temi pirandelliani: l’identità non è qualcosa che possediamo in solitudine, ma qualcosa che prende forma nel rapporto con gli altri.
Uno, nessuno e centomila e la frattura dello sguardo
In Uno, nessuno e centomila, Pirandello porta questa intuizione fino alle estreme conseguenze. Tutto nasce da un dettaglio minimo: Vitangelo Moscarda, il protagonista dell’opera scopre, da un’osservazione casuale della moglie, che il suo naso pende leggermente da un lato.
Quel particolare insignificante produce una crisi enorme. Se gli altri vedono qualcosa di me che io non vedo, allora chi sono davvero? L’immagine che ho di me stesso è solo una tra tante? E se ogni persona mi vede in modo diverso, quante versioni di me esistono?
Moscarda prova a liberarsi dalle immagini che gli altri hanno costruito su di lui, ma ogni tentativo genera una nuova forma, un nuovo giudizio, una nuova maschera. Essere “uno” diventa impossibile. Essere “centomila” significa esistere in tutte le versioni che gli altri ci attribuiscono. Essere “nessuno” diventa l’unico modo per sottrarsi a questa moltiplicazione.
È per questo che il romanzo parla ancora a noi. In un tempo di profili social, immagini pubbliche, identità esposte e continuamente interpretate, Pirandello ci costringe a chiederci quanto siamo padroni dell’immagine che trasmettiamo agli altri.
Il teatro che rompe il teatro
Se nei romanzi Pirandello mette in crisi l’identità, nel teatro mette in crisi la rappresentazione stessa. Prima di lui, il teatro si fonda su un patto chiaro: ci sono attori, personaggi, una storia da portare in scena. Con Pirandello questo patto si rompe.
Nel 1917, con Così è (se vi pare), la verità resta sospesa tra versioni inconciliabili. Nessuno può dimostrare definitivamente chi abbia ragione. Il pubblico è costretto a vivere nell’incertezza.
Nel 1921, con Sei personaggi in cerca d’autore, la rivoluzione diventa ancora più radicale: sei personaggi entrano in scena durante le prove di una compagnia teatrale e chiedono che la loro storia venga rappresentata. Non sono semplici invenzioni: rivendicano una verità propria, più forte di quella degli attori che dovrebbero interpretarli.
Pirandello inventa così un teatro che riflette su se stesso. La scena non è più soltanto il luogo in cui si racconta una storia, ma il luogo in cui si mostra come una storia viene costruita, deformata, tradita, interpretata. È il cosiddetto “teatro nel teatro”, una svolta che influenzerà profondamente il teatro del Novecento.
Nel 1922, con Enrico IV, Pirandello torna sul confine tra ruolo e identità. Il protagonista vive dentro una parte, quella dell’imperatore Enrico IV, e il pubblico non sa mai fino in fondo quanto quella follia sia subita e quanto invece sia scelta. Ancora una volta, la domanda è la stessa: chi siamo quando restiamo prigionieri della forma che abbiamo assunto?
Il Nobel e il riconoscimento internazionale
Nel 1934 Pirandello riceve il Premio Nobel per la Letteratura. La motivazione ufficiale dell’Accademia di Svezia parla del suo “audace e ingegnoso rinnovamento dell’arte drammatica e scenica”.
Non è un riconoscimento generico. Il Nobel certifica proprio il punto decisivo della sua grandezza: Pirandello ha cambiato il modo di pensare il teatro. Non si è limitato a scrivere grandi opere; ha modificato le regole del gioco, mostrando che la scena poteva diventare il luogo della crisi, del dubbio, della frattura tra realtà e finzione.
Il premio arriva due anni prima della morte, quando la sua fama è ormai internazionale. Pirandello non è più soltanto uno scrittore italiano: è uno degli autori che hanno contribuito a ridefinire la modernità letteraria e teatrale.
Una vita tra contraddizioni
Pirandello resta però una figura attraversata da contraddizioni. Nel 1924 aderisce al fascismo, scelta che ancora oggi pesa sulla lettura della sua biografia. In parte, quella vicinanza gli consente di cercare sostegno per il suo progetto teatrale, il Teatro d’Arte di Roma, fondato nel 1925. Ma il rapporto con il potere resta ambiguo e non cancella l’autonomia profonda della sua opera.
Le sue opere, infatti, continuano a mettere in crisi ogni verità assoluta, ogni identità fissata una volta per tutte, ogni forma imposta dall’esterno. Questa tensione tra adesione pubblica e inquietudine intellettuale fa parte della complessità del personaggio e non va semplificata.
Pirandello muore a Roma nel 1936, lasciando romanzi, novelle e circa quaranta opere teatrali. Ma soprattutto lascia un modo nuovo di guardare l’essere umano: non come un individuo corso, riconciliato con se stesso, ma come una creatura divisa tra ciò che sente, ciò che mostra e ciò che gli altri vedono.
Perché leggere Pirandello oggi
Leggere Pirandello oggi significa accettare una domanda scomoda: quanto della nostra identità dipende davvero da noi?
Viviamo in un tempo in cui siamo continuamente osservati, fotografati, commentati, interpretati. Costruiamo immagini di noi stessi e, nello stesso momento, ne subiamo altre che non controlliamo. Sui social, nel lavoro, nelle relazioni, esistiamo attraverso versioni molteplici, spesso divergenti.
Pirandello non ci consola. Non ci dice che questa pluralità ci rende più liberi. Ci mostra, invece, quanto possa essere doloroso non coincidere mai del tutto con noi stessi.
Ed è proprio per questo che è ancora necessario. Perché ci aiuta a dare un nome a una frattura molto contemporanea: quella tra ciò che siamo, ciò che crediamo di essere e ciò che gli altri vedono in noi.
A cento anni da Uno, nessuno e centomila, la sua domanda resta aperta: quale immagine di noi è la più vera? Quella che custodiamo dentro, o quella che prende forma nello sguardo degli altri?
E tu chi sei quando nessuno ti guarda?
E quale delle tue versioni ti assomiglia davvero?


