Perché la morte di David Hockney non riguarda soltanto gli esperti di arte

by Marianna Porcaro
David Hockney

Chi era David Hockney e perché la sua eredità va oltre il mondo dell’arte? In questo articolo Marianna Porcaro racconta la vita e la ricerca artistica di uno dei protagonisti dell’arte contemporanea, recentemente scomparso (1937-2026). Dalle celebri piscine californiane alle sperimentazioni digitali su iPad, Hockney ha costruito un’opera fondata sull’osservazione della realtà e sul rapporto tra sguardo, tempo e percezione. L’articolo esplora il significato del suo lavoro e la lezione che lascia oggi: rallentare, osservare e recuperare l’attenzione come strumento per comprendere il mondo.

Qualche giorno fa ci ha lasciato David Hockney, 88 anni, uno degli artisti più importanti e influenti del nostro tempo. Se il suo nome non vi dice molto, non preoccupatevi. Non siete gli unici. Ma vale la pena fermarsi qualche minuto e conoscerlo perché il messaggio che ci ha lasciato è universale.

Perché Hockney non è stato soltanto un pittore famoso. È stato un uomo che per tutta la vita ha cercato di rispondere a una domanda che riguarda ciascuno di noi: quanto siamo davvero capaci di vedere ciò che abbiamo davanti agli occhi?

Le sue celebri piscine californiane, immerse in una luce quasi irreale, sono diventate immagini iconiche dell’arte contemporanea. I suoi paesaggi esplodono di colore. I suoi ritratti sembrano raccontare molto più di un volto. Eppure la sua grande lezione non riguarda la pittura.

La meraviglia di fronte alla realtà

Pittore, disegnatore, incisore, fotografo e scenografo, Hockney ha attraversato oltre sessant’anni di arte senza mai smettere di sperimentare. Ha dipinto, fotografato, disegnato su iPad e reinventato continuamente il proprio linguaggio, ma il filo che ha unito tutta la sua opera è rimasto sempre lo stesso: la meraviglia davanti alla realtà. Le sue iconiche piscine, che lo hanno reso famoso in tutto il mondo, non erano soltanto immagini eleganti e luminose; erano un invito a osservare la luce, il tempo e il movimento con occhi nuovi.

David Hockney è stato un uomo che ha fatto dello sguardo una forma di resistenza.

Con i suoi capelli biondissimi, gli occhiali rotondi, la sigaretta spesso tra le labbra e quell’aria ironica, eccentrica e irriducibilmente libera, David Hockney è stato un uomo che ha fatto dello sguardo una forma di resistenza. Con i suoi capelli biondissimi, gli occhiali rotondi, la sigaretta spesso tra le labbra e quell’aria ironica, eccentrica e irriducibilmente libera, David Hockney è stato un uomo che ha fatto dello sguardo una forma di resistenza.

Pittore, disegnatore, fotografo, illustratore, scenografo, sperimentatore instancabile, Hockney ha attraversato linguaggi, tecniche e stagioni senza mai trasformarsi nel custode immobile della propria fama. Dal grigio industriale di Bradford alla luce abbacinante della California, dalle piscine azzurre ai paesaggi della Normandia, fino ai disegni realizzati su iPad negli ultimi anni della sua vita, la sua arte sembra ricordarci che “vedere” implica la capacità di sostare abbastanza a lungo davanti al mondo da permettergli di rivelarsi.

L’importanza del colore

Mi colpisce pensare che, per Hockney, il colore sia stato un modo per entrare con maggiore intensità nella realtà. Una forma di presenza. Sceglie davvero il colore chi ha conosciuto il grigio, ha attraversato luoghi, stagioni o atmosfere in cui la luce sembrava trattenuta, e proprio per questo sente il bisogno di restituire al mondo una possibilità meno rassegnata all’abitudine.

Nelle sue piscine, nei suoi ritratti, nei collage fotografici e nei paesaggi, il colore interroga. Chiede a chi guarda di non fermarsi alla superficie, di riconoscere che ogni immagine custodisce una tensione, un movimento, una domanda sul tempo, sulla percezione e sulla libertà.

Ma che cosa ci chiede davvero Hockney, oggi, in un tempo in cui guardiamo tutto e vediamo sempre meno. Tornare a sostare davanti alle cose, riconoscere che il mondo non ha smesso di parlarci, siamo noi, spesso, ad avere disimparato ad ascoltarlo con gli occhi»

Una lezione che va oltre l’arte

Forse è per questo che la scomparsa di David Hockney riguarda anche chi non ha mai visitato una mostra o aperto un libro di storia dell’arte.

Perché il suo lavoro ci ricorda qualcosa che rischiamo di dimenticare ogni giorno: la realtà è più ricca di quanto crediamo, ma per accorgercene dobbiamo rallentare.

In fondo, la sua eredità più preziosa non è fatta di quadri, record d’asta o riconoscimenti internazionali.

È un invito. A guardare il cielo prima di fotografarlo. A osservare un volto prima di giudicarlo. A concedere qualche istante in più alle cose che amiamo.

A ricordare che vedere davvero è una forma di attenzione. E che l’attenzione, oggi, è forse uno dei gesti più rivoluzionari che ci siano.

In copertina, David Hockney con il dipinto “Ritratto di un artista”, 1972.

David Hockney (1937-2026)

Nato a Bradford, nel nord dell’Inghilterra, David Hockney è stato uno degli artisti più importanti del XX e XXI secolo. Pittore, disegnatore, incisore, fotografo e scenografo, è considerato una delle figure di riferimento della Pop Art britannica, pur avendo sempre mantenuto uno stile personale e difficilmente classificabile.

Dopo gli studi al Royal College of Art di Londra, negli anni Sessanta si trasferì spesso in California, dove realizzò alcune delle sue opere più celebri, tra cui le iconiche piscine che lo resero famoso in tutto il mondo.

Nel corso della sua lunga carriera ha sperimentato continuamente nuove tecniche espressive: dalla pittura alla fotografia, dai collage alle scenografie teatrali, fino ai disegni realizzati con tablet e iPad negli ultimi anni della sua vita.

Le sue opere sono esposte nei più importanti musei internazionali e hanno raggiunto quotazioni record sul mercato dell’arte. Nel 2018 il dipinto Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) è stato venduto per oltre 90 milioni di dollari, diventando all’epoca l’opera più costosa mai acquistata di un artista vivente.

Al di là dei riconoscimenti, Hockney ha lasciato un’eredità culturale che va oltre la pittura: un instancabile invito a osservare il mondo con curiosità, attenzione e meraviglia.

Ecco alcuni dei suoi dipinti più celebri:

Ho una laurea in Scienze della Comunicazione, un master in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni e un secondo in HR Management: perché raccontare il mondo non mi basta, voglio anche comprenderne le dinamiche più profonde, umane, relazionali, viscerali.
Scrivo per dare un senso a ciò che senso non ha, per mettere ordine nel caos dei dettagli che sfuggono, per restituire dignità ai silenzi e alle sfumature. Quando scrivo, non lo faccio per insegnare cosa pensare, ma per tentare di capire. Ogni testo è una scena, ogni parola è parte di un ragionamento.
Appassionata di cinema, fotografia e musica, vivo di letteratura, arte e cultura come altri vivono di pane. Divoro libri, spettacoli, mostre e tutto ciò che riesce a smuovere qualcosa sottopelle. Collaboro con diverse riviste su temi culturali e diritti civili, seguo progetti di cinema e spettacolo come freelance e curo la comunicazione per aziende che vogliono raccontarsi davvero, e non solo apparire.
Il mio punto di vista? Sempre umano. Sempre irrinunciabilmente sensibile.
Ho un debole dichiarato per le relazioni: non quelle che si dicono, ma quelle che accadono. Creo connessioni tra parole e persone perché è lì che tutto inizia davvero: nel punto esatto in cui una voce trova ascolto e un pensiero trova casa.

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