Si può passare molto tempo a immaginare che tipo di genitori o nonni saremo, ma la realtà finisce sempre per superare la teoria. Si impara facendo, muovendosi tra piccoli traguardi e inevitabili errori, scoprendo spesso che l’idea di partenza non coincide con il quotidiano. È un percorso in cui il nostro ruolo cambia insieme a noi, costringendoci a fare i conti non solo con chi cresce, ma anche con la nostra storia di figli.
Il nuovo appuntamento di Incontriamoci tra le righe è partito proprio dalla domanda: «Che tipo di genitore o nonno sei – o avresti voluto essere?». A fare da bussola a questa riflessione sono due visioni celebri: l’invito di Kahlil Gibran a ricordare che i figli non ci appartengono e la lezione di Maria Montessori, che vede nel bambino una sorgente libera da lasciare sgorgare.
Le parole della community restituiscono tutta la complessità e le soddisfazioni del “mestiere più difficile del mondo”. Tra bilanci e istanti di vita quotidiana, emerge un’idea di educazione che rifiuta i modelli predefiniti per farsi cammino concreto e personalissimo.
Il mestiere di essere genitori. Presenza o libertà?
Trovare il baricentro tra la protezione e il lasciare andare è forse la sfida più complessa per un genitore. Per molti dei nostri lettori, la consapevolezza più grande è arrivata capendo che i figli non sono proprietà, ma “sorgenti da lasciare sgorgare”.
Mariella Cantella fotografa questa realtà con lucida ironia: «Nella mia testa sono una mamma perfetta… Ma la realtà è un’altra storia. Nella realtà, sono una mamma che si barcamena nel caos delle “prime volte”». Un sentimento condiviso da Raffaelina Cataldo, che ricorda come questo compito, sebbene iscritto nel DNA, resti difficilissimo: «Si corre sempre il rischio di fare troppo o troppo poco. Credo che la cosa fondamentale sia esserci, anche da non visti». Raffaelina ci regala anche un commovente ricordo della madre recentemente scomparsa, la cui lettera d’amore ritrovata è diventata il manifesto di ciò che lei stessa spera di essere per le proprie figlie: una mamma che ha fatto della sua vita il meglio che poteva.
Proprio sulle citazioni guida della traccia si sofferma l’analisi critica di Alessandra Massari. Pur non amando l’idea di Gibran sul fatto che i figli non ci “appartengano” (avvertendovi il rischio di un banale senso di possesso o di una deresponsabilizzazione), Alessandra sposa con entusiasmo la visione di Maria Montessori: «Il bambino è fonte di se stesso ed è ricco di talenti e potenzialità che noi genitori dobbiamo lasciare emergere e fluire all’infinito», fornendo basi etiche solide ma lasciando spazio all’evoluzione autonoma.
C’è poi chi ha saputo fare della genitorialità un’esperienza di totale apertura e accoglienza. Carla Negro rievoca con nostalgia e allegria gli anni ’70, quando insieme al marito e ad altri colleghi medici trasformò la propria casa in un mini-nido autogestito e in un porto sicuro per amici, colleghi in separazione e ragazzi in difficoltà: «I nostri ragazzi si sono abituati a vivere in compagnia… Hanno scoperto solo dopo che non tutte le famiglie erano così allargate». Anche Annalaura Trinci definisce l’avere figli «una magnifica avventura». Cresciuta con genitori che, pur amandola, lavoravano sodo ma non la conoscevano davvero, ha scelto di essere una madre diversa, basata sulla fiducia, sulla libertà senza “fiato sul collo” e sulla condivisione dei piccoli momenti quotidiani, come aggiustare una tapparella o andare insieme a un concerto.
Il rispetto profondo per l’identità e l’autonomia dei ragazzi è il fulcro della condivisione di Rosanna Masciari, che attraverso una serie di delicati aneddoti – dalla figlia Maria che a sei anni impone il suo nome di battesimo e la sua vocazione, al figlio che lascia giurisprudenza per seguire i suoi sogni d’arte e comunicazione a New York, fino alla più piccola che sceglie il liceo classico da sola – dimostra la sua illuminata idea di educazione: «Le loro scelte non potevano e non dovevano soddisfare i miei desideri».
L’eredità dei padri e il peso dei silenzi
Il ruolo paterno, spesso legato a regole necessarie o a distanze geografiche ed emotive da colmare, emerge dai testi con grande forza introspettiva
Per Mario De Giorgio, la bussola si condensa in tre parole: «Esempio, Empatia, Ruolo». Un compito difficile, spiega, perché mantenere il ruolo di genitore e non di amico è spesso impopolare, ma fondamentale per garantire quella continuità generazionale che ci fa comprendere i rimproveri dei nostri genitori solo quando li mettiamo in pratica a nostra volta con i nostri figli. Giuseppe Bonazzoli racconta invece il superamento di un latente senso di colpa legato all’essere stato un «padre part-time». Un legame solido, costruito sulla qualità del tempo e dei valori trasmessi, culminato nella scelta generosa di investire un’eredità per finanziare il sogno della figlia Micol a New York. Un investimento che ha cambiato il destino di lei e che oggi lo rende un nonno felice e senza più rimpianti: «Ciò che conta non è quanto trasmetti, ma quello che trasmetti».
Di sfumature diverse è la confessione di Ugo Bonaccorso, che riflette sul confine tra severità e protezione: «Volevo che lei fosse forte… Avevo paura di aver creato un mostro. Poi ho imparato a guardare meglio». Sotto la corazza, la figlia ha conservato un’indole accudente. Ma quella durezza ereditata ha portato una conseguenza: la decisione di lei di non avere figli. Una scelta totalmente rispettata, ma che ha lasciato a Ugo una ferita: «Avrei voluto essere nonno… I nonni custodiscono il senso del tempo che passa».
La magia di essere nonni. L’amore senza condizioni
Diventare nonni appare, nei racconti della community, come una seconda possibilità: un territorio magico dove la responsabilità si allenta, lasciando spazio alla pura dolcezza.
Isabella Donaggio descrive la meraviglia di guardare la figlia e i nipoti sulla spiaggia, un momento in cui «il cuore traboccava di felicità» dopo aver tanto desiderato la sua unica figlia arrivata dopo molti anni di matrimonio. Rosaria Ragusi, fiera bisnonna di 12 nipoti e 4 pronipoti, ricorda come l’essere nonna sia stato «come rivivere la maternità», ma con una consapevolezza nuova e la certezza che tutto ciò che si fa con amore non è mai sbagliato. Una gioia riassunta nella splendida frase che le dicono i nipoti: «Non sei vecchia nonna, sei nuova!». Anche Amelia Cirillo ci rende partecipi del suo profondo orgoglio nonnesco, dipingendo un ritratto affettuoso e dettagliato delle sue quattro meravigliose nipoti: dalla lontana Ludovica alla sensibile Ginevra, fino ad Angelica l’artista e alla piccola Beatrice.
Anche per Isabella De Totero lo status di nonna ha portato una ventata di leggerezza: «Il fatto di avere meno responsabilità mi ha resa più leggera, più incline alla dolcezza ed al perdono». Nonostante i passati conflitti adolescenziali con i figli, oggi si gode il loro ringraziamento per aver trasmesso l’amore per la lettura, un rito che spera possa un giorno accendersi anche nei nipoti. Questa stessa dedizione quotidiana si ritrova nel racconto di Pino Lestingi, che descrive la dolcissima routine del nonno Roberto, settantenne felice di attendere il piccolo Andrea fuori da scuola per inventare favole, farlo sentire protetto e dimostragli «con l’esempio che non è solo».
In questa categoria di “nonni del terzo millennio” si inserisce perfettamente Claudio Foresti, che con ironia e piglio visionario racconta come ha trasformato la narrazione per i suoi nipoti: crollati i vecchi miti storici, ha deciso di progettare il futuro insieme a loro studiando l’Intelligenza Artificiale e gli algoritmi. «La mia esperienza più la loro visione… C’è una buona atmosfera in questo nuovo mondo».
Lo sguardo dei figli e le due sponde della memoria
Crescere significa anche voltarsi indietro e comprendere le radici della nostra postura nel mondo, unendo i fili delle generazioni passate per fare pace con il presente.
Veronica Bruno offre una riflessione intima e complessa sul suo vissuto di figlia, un percorso non idilliaco segnato da un carattere introverso e iperprotettivo. Veronica riconosce di aver replicato alcuni errori dei genitori con le sue ragazze, ma rivendica il valore immenso dei principi umani trasmessi: l’educazione, l’ascolto, il rispetto e l’amore universale. Emilia Rosati esprime una consapevolezza profonda che arriva solo con il passare del tempo: «C’è chi, come me, i figli li vede troppo tardi, attraverso i nipoti». Guardando indietro, il passato fatto di pretese e conflitti sfuma, lasciando spazio a un desiderio utopico: «Se si potesse percorrere la vita all’indietro, prima nonni, poi genitori e infine figli, sono certa che la vivremmo con più saggezza e serenità».
Infine, Daniela Miele ci regala un ritratto delle sue due nonne, due sponde opposte che hanno eretto un cordone sanitario intorno alla sua giovinezza: da un lato l’aristocratica nonna materna, un “soprano mancato” complice, affettuosa e priva di giudizio; dall’altro la nonna paterna, una “top manager napoletana”, una virago d’acciaio capace di sbarrare fisicamente il passo agli speculatori edilizi nel suo giardino a Napoli. Due forze diverse che le hanno insegnato l’indipendenza assoluta, con la speranza che i suoi nipoti possano un giorno ricordarla nello stesso modo: una sponda incrollabile e un bastione di libertà.
A chiudere questo cerchio di emozioni ci pensano i versi di Pino Chisari, che osserva una bimba ballare estasiata davanti a un mulinello di polvere e foglie, ricordandoci l’essenza stessa dell’infanzia pura che ogni adulto ha il dovere di proteggere:
«Tu balli e non sai nulla: sai solo essere felice».
Essere genitori, nonni o educatori significa proprio questo: diventare la musica che sostiene quel ballo, accettando le nostre crepe e offrendo a chi viene dopo di noi una sponda sicura da cui spiccare il volo.
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Ecco i commenti più significativi
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Ugo Bonaccorso
Giuseppe Bonazzoli
Veronica Bruno
Ugo Bonaccorso
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Emilia Rosati
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