Renoir e la ricerca della luce, anche quando tutto sembra buio

by Maria De Giorgio

In questo articolo Maria De Giorgio si interroga su una domanda che riguarda ognuno di noi: vale ancora la pena cercare la bellezza quando il mondo offre così tante ragioni per fare il contrario? Attraverso il racconto della vita e delle opere di Pierre-Auguste Renoir – dai primi capolavori impressionisti come il Ballo al Mulino della Galette fino alle tele dell’ultima, dolorosa stagione a Cagnes-sur-Mer – l’articolo esplora la straordinaria resilienza del pittore della gioia di vivere. Perché ciò che rende davvero rivoluzionaria l’arte di Renoir non è la semplice fuga dalla realtà, ma la scelta consapevole di non lasciare che la sofferenza occupi tutto lo spazio, trasformando la pittura in una luminosa forma di resistenza e in un profondo ringraziamento alla vita.

Pierre-Auguste Renoir trascorre tutta la vita cercando una risposta a una domanda che riguarda anche noi: vale ancora la pena cercare la bellezza quando il mondo offre così tante ragioni per fare il contrario?

Renoir viene ricordato come il pittore della gioia di vivere. Le sue tele raccontano di amici che si incontrano, di coppie che si corteggiano, di famiglie, bambini che condividono momenti di serena convivialità. Ma dietro quella serenità c’è un approccio alla vita e all’arte tutt’altro che banale. Renoir racconta un’umanità immersa nella luce, e non lascia che la sofferenza diventi l’unica lente attraverso cui guardare il mondo.

"Sulla terrazza", Renoir, 1881

Il pittore conosce la povertà fin da bambino. Lavora come decoratore di porcellane per aiutare la famiglia, attraversa anni di difficoltà economiche e, nella parte finale della sua vita, viene colpito da una forma grave di artrite reumatoide che gli deforma progressivamente le mani. Eppure non trasforma mai la sua arte in un racconto della sofferenza. 

Mentre molti artisti del suo tempo esplorano il disagio, il conflitto e l’inquietudine, Renoir continua a cercare ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Ci ricorda che la bellezza non nasce dall’assenza del dolore, ma dalla scelta di non lasciare che sia il dolore a occupare tutto lo spazio.

La formazione artistica di Renoir

Nato a Limoges nel 1841 in una famiglia di umili origini – Léonard Renoir, il padre sarto e Marguerite Merlet, la madre operaia tessitrice – Renoir si trasferisce a Parigi a soli tre anni e sviluppa una formazione pratica per sopperire alla necessità economica.

A differenza di colleghi di estrazione borghese come Monet o Cézanne, che iniziano formandosi direttamente come pittori, Renoir si avvicina al pennello lavorando per necessità come “giovane salariato” come decoratore di porcellane.

L’infanzia trascorsa tra i gessetti del laboratorio paterno e il primo impiego come decoratore a Limoges gli conferiscono una confidenza nell’utilizzo degli strumenti artistici quali il pennello. Questa formazione decorativa, che prosegue con la pittura di ventagli e stoffe, spiega il suo approccio all’arte come mestiere manuale e concreto.

Un esempio di questa impostazione è il suo Vaso di fiori del 1866: un’opera giovanile in cui la composizione è ancora rigida e i contorni sono molto netti – e qui si vede chiaramente l’abitudine a decorare le porcellane. Eppure, nonostante questa precisione quasi geometrica, emerge già quel modo di dipingere la natura e l’atmosfera che diventa il suo tratto distintivo.

L’apprendistato da Charles Gleyre e l’incontro con i pittori impressionisti

La vera maturazione artistica di Renoir avviene nello studio parigino di Charles Gleyre. È lì che Renoir incontra altri giovani dalla natura ribelle come Alfred Sisley, Claude Monet e Frédéric Bazille.

"Il ballo al Moulin de la Galette", Renoir, 1876Questo gruppo di amici decide di abbandonare le aule chiuse delle accademie per andare a dipingere all’aria aperta nei boschi della foresta di Fontainebleau, ispirandosi ai pittori della “Scuola di Barbizon”, tra i primi a studiare la natura dal vivo.

 

Ma il vero terremoto artistico arriva con lo scandalo provocato dal pittore Édouard Manet e dalla sua Colazione sull’erba, dipinto che fa infuriare la borghesia dell’epoca perché mostra una donna nuda seduta sull’erba accanto ad amici completamente vestiti. Ciò che crea polemica è il fatto che la modella non viene dipinta come una dea mitologica del passato, ma come una parigina dell’epoca.

Dopo questo episodio, Renoir e i suoi compagni decidono di abbandonare definitivamente i soggetti storici per immortalare la vita moderna di Parigi, tra i grandi boulevards e le stazioni ferroviarie. Il culmine di questa ribellione avviene nel 1874 con la prima mostra ufficiale del gruppo. I critici, per prenderli in giro, li definiscono “Impressionisti” accusandoli di non saper finire i quadri. Da quel momento il gruppo fa di quello stesso appellativo il proprio orgoglioso vessillo.

Nasce così un nuovo modo di dipingere. Si abbandona lo studio al chiuso per il lavoro en plein air (ovvero, all’aria aperta), si cancella il nero dalla tavolozza per usare solamente ombre colorate e la pennellata liscia – considerata ancora accademica – viene sostituita da piccoli tocchi di colore puro accostati direttamente sulla tela.

I primi capolavori di Renoir

Tra il 1876 e il 1881, Renoir si consacra definitivamente come l’interprete della convivialità e del tempo libero della nuova Parigi. Il Ballo al Mulino della Galette del 1876, ambientato in una Montmartre ancora rurale, cattura il movimento della folla sotto il filtro della luce che attraversa gli alberi."Colazione dei canottieri", Renoir, 1880-1881

Poco dopo, con la Colazione dei canottieri (1880-1881), realizzata sulla terrazza del ristorante della Maison Fournaise a Chatou, l’artista realizza una tela – considerata una delle massime espressioni della sua arte – dalla quale sembra di percepire il chiacchiericcio e il rumore dei bicchieri.

Tra i protagonisti in primo piano a sinistra spicca Aline Charigot, modella e futura consorte di Renoir, intenta a giocare con un cagnolino. Lo sguardo di Renoir si concentra sulla spontaneità delle relazioni umane e sulla luce del sole, che rende l’atmosfera calda e vibrante.

Il viaggio in Italia e la fase della maturità di Renoir

Il 1881 segna una vera e propria svolta. Il viaggio in Algeria e il successivo Grand Tour in Italia portano Renoir a confrontarsi con la grandezza degli artisti rinascimentali quali Raffaello e delle statue classiche. Renoir entra in una profonda crisi dopo aver ammirato la perfezione e la monumentalità delle statue e dei dipinti del Rinascimento. Arriva perfino ad ammettere di aver dimenticato come si disegna e come si rappresentino le forme.

"Le grandi bagnanti", Renoir, 1887

Inizia così una fase caratterizzata dal recupero del disegno preparatorio e della rappresentazione “plastica” delle forme – ovvero la creazione dell’illusione delle superfici bidimensionali su tela – che caratterizza la sua maturità. Un esempio di questa evoluzione è riscontrabile nelle celebri Grandi bagnanti (1884-1887).

In questa tela le donne che vengono rappresentate si ispirano all’armonia delle forme classiche. Tra le protagoniste del quadro compare Suzanne Valadon, modella, artista circense e diva della Montmartre del tempo, che posa insieme ad Aline. Il quadro celebra il trionfo della bellezza, la positività della vita e anticipa lo stile dell’Arte del Novecento.

L’Ultima Stagione di Renoir a Cagnes-sur-Mer

L’ultimo capitolo della vita di Renoir è una straordinaria testimonianza della sua resilienza. Colpito da un’artrite deformante, si trasferisce nel 1906 a Cagnes-sur-Mer, nella tenuta “Le Collette”. Nonostante il dolore fisico e la sedia a rotelle, la sua spinta creativa rimane intatta. Nella fase terminale della malattia, impossibilitato ad aprire le mani, dipinge con i pennelli legati ai polsi, supportato dalla fedele Gabriel, cugina di Aline, nella preparazione dei colori.

Questa stagione finale è segnata da eventi drammatici: scoppia la Grande Guerra , i figli Jean e Pierre rimangono gravemente feriti al fronte e la moglie Aline muore nel 1915. Eppure, l’arte di Renoir rifiuta anche allora di farsi specchio del dolore.

Mentre altri movimenti del Novecento scelgono di raccontare l’angoscia della guerra e della modernità attraverso tinte cupe e deformazioni drammatiche, Renoir decide di percorrere la strada opposta. Fino al suo ultimo giorno, nel 1919, le sue tele rimangono delle piccole oasi di luce, calore e serenità. Renoir ci lascia così una pittura che non è una semplice fuga dalla realtà, ma una forma di resistenza ai dolori dell’esistenza e un profondo ringraziamento alla vita.

E tu? Hai mai dovuto cercare la bellezza e la luce in un momento difficile, proprio come ha fatto Renoir?

In copertina, dipinto di Pierre – Auguste Renoir “Ballo a Bougival”, 1883.

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