Che cosa cercava davvero Modigliani nei suoi ritratti?

by Maria De Giorgio
Amedeo Modigliani Copertina

In questo articolo ripercorriamo la vita e l’opera di Amedeo Modigliani, nato a Livorno il 12 luglio 1884, per rispondere a una domanda: che cosa cercava davvero nei suoi ritratti? Attraverso la sua formazione in Italia, gli anni parigini, l’incontro con la scultura e i celebri dipinti dedicati a Jeanne Hébuterne, l’articolo mostra come Modigliani non volesse riprodurre semplicemente l’aspetto delle persone, ma coglierne la verità interiore. Dietro i volti allungati e gli occhi senza pupille emerge così la ricerca di un artista che ha dedicato tutta la sua opera all’essenza dell’essere umano, ben oltre il mito dell’«artista maledetto».

Oggi ricorre l’anniversario della nascita di Amedeo Modigliani, nato a Livorno il 12 luglio 1884. Ma il motivo per cui continuiamo a ricordarlo non è una data. È il fatto che basta uno sguardo per riconoscere un suo quadro.

I volti sono ovali. I colli sembrano troppo lunghi. Gli occhi spesso non hanno pupille. 𝗟𝗲 𝗳𝗶𝗴𝘂𝗿𝗲 𝘀𝗲𝗺𝗯𝗿𝗮𝗻𝗼 𝘀𝗼𝘀𝗽𝗲𝘀𝗲, come colte in un momento di intimità profonda. Non cercano la perfezione. Cercano qualcosa di molto più difficile: raccontare ciò che rende unica una persona. Non inseguono la somiglianza. Cercano una verità che va oltre l’aspetto esteriore.

Modigliani non voleva riprodurre l’aspetto esteriore delle persone. Cercava di coglierne l’essenza. Cercava quella verità interiore fatta di silenzio, fragilità, dignità e mistero che un volto, da solo, non riesce a raccontare.

Ridurre Modigliani all’etichetta di ‘”artista maledetto” significa perdere la parte più importante della sua ricerca. Dietro quella definizione c’è la storia di un uomo che rimase fedele alla propria idea di arte, anche quando la povertà, la malattia e l’incomprensione sembravano rendere quella scelta sempre più difficile.

L’infanzia di Modigliani

Amedeo Modigliani nasce a Livorno il 12 luglio 1884, in una famiglia ebrea che attraversa un periodo di gravi difficoltà economiche. Il padre Flaminio si occupa di commercio, mentre la madre Eugenia Garsin insegna lingue, traduce testi e trasmette al figlio l’amore per la letteratura e per l’arte. È proprio lei la prima a riconoscere il suo talento e a incoraggiarlo a disegnare.

L’infanzia di Modigliani è segnata anche dalla malattia. Contrae prima la pleurite e poi il tifo. A quattordici anni una grave forma di tubercolosi mette nuovamente a rischio la sua vita. Durante quella lunga convalescenza racconta alla madre un desiderio che custodisce da tempo: diventare pittore. Eugenia decide di sostenerlo e gli permette di iniziare una formazione artistica regolare. Da quel momento il disegno non è soltanto una passione. Diventa il centro della sua vita.

La formazione di Modigliani

La formazione di Modigliani comincia a Livorno, nello studio del pittore Guglielmo Micheli, allievo di Giovanni Fattori. Micheli appartiene ai Macchiaioli, un gruppo di artisti toscani che, già nella seconda metà dell’Ottocento, aveva abbandonato i soggetti storici per dipingere paesaggi, scene di vita quotidiana e persone comuni, studiando la luce e il colore direttamente dal vero. 

È uno dei primi contatti di Modigliani con una pittura che osserva la realtà senza idealizzarla. Negli anni successivi prosegue gli studi a Firenze e a Venezia. A Firenze trascorre molto tempo agli Uffizi, dove osserva le opere di Botticelli, Michelangelo e Parmigianino. 

Rimane colpito soprattutto dal modo in cui gli artisti del Rinascimento e del Manierismo utilizzano la linea del corpo umano per esprimere eleganza, armonia e tensione interiore, senza limitarsi alla semplice somiglianza fisica. A Venezia, invece, studia Bellini, Giorgione e Tiziano, scoprendo una pittura costruita attraverso il colore e la luce.

Amedeo Modigliani e Pablo Picasso (1906) a Parigi

Amedeo Modigliani e Pablo Picasso (1906) a Parigi

I viaggi dall’Italia a Parigi

Nel 1906, a ventidue anni, decide di trasferirsi a Parigi. Montmartre è il centro dell’arte europea. Qui frequenta gli stessi ambienti di Pablo Picasso, Max Jacob, Maurice Utrillo e di molti altri protagonisti delle avanguardie del Novecento.

Modigliani osserva con attenzione tutto ciò che accade intorno a lui.Le sue giornate non trascorrono nelle accademie, ma nei caffè di Montmartre, dove artisti, poeti e scrittori discutono fino a notte di pittura, letteratura e filosofia. 

Conosce il Cubismo, che in quegli anni sta rivoluzionando la pittura scomponendo gli oggetti e i volti in forme geometriche osservate da più punti di vista contemporaneamente. Ma sceglie un’altra strada.

 Mentre Picasso e Braque cercano di analizzare la realtà, Modigliani continua a mettere al centro la persona. I suoi ritratti non cercano di spiegare come è fatto un volto. Cercano di suggerire chi è la persona che quel volto abita.

La scultura come nuovo modo di osservare il mondo

Tra il 1909 e il 1914 Modigliani mette quasi da parte la pittura per dedicarsi alla scultura. È un passaggio decisivo della sua ricerca.

A Parigi frequenta Constantin Brancusi, uno dei più importanti scultori del Novecento, che lo incoraggia a scolpire direttamente la pietra. Nello stesso periodo visita spesso il Museo del Trocadéro, dove scopre le maschere e le sculture provenienti dall’Africa, dall’Egitto e dalle antiche isole Cicladi. Molti artisti europei guardano a quelle opere come a un’arte “primitiva”. Modigliani vi riconosce invece un modo diverso di rappresentare la figura umana, ovvero essenziale, simbolico, capace di suggerire una presenza senza descriverne ogni dettaglio.

"Testa" di Amedeo Modigliani

“Testa” di Amedeo Modigliani

Nascono così le celebri Teste, una serie di sculture in pietra caratterizzate da nasi lunghi che proseguono nella linea delle sopracciglia, occhi a mandorla spesso privi di pupille e volti ridotti a forme essenziali. Non sono ritratti realistici. Sono volti che sembrano appartenere a un tempo antico e, allo stesso tempo, completamente moderni. In essi Modigliani abbandona ogni ricerca della somiglianza fisica per concentrarsi sull’identità della persona.

Per lavorare utilizza spesso blocchi di pietra recuperati nei cantieri di Parigi, che scolpisce direttamente senza ricorrere a modelli in gesso. Ma nel 1914 è costretto ad abbandonare quasi del tutto la scultura. La polvere della pietra aggrava la tubercolosi che lo accompagna dall’adolescenza e rende quel lavoro sempre più pericoloso.

Torna così definitivamente alla pittura. Ma tutto ciò che ha imparato scolpendo continua a vivere nei suoi ritratti. I volti allungati, gli occhi senza pupille e la ricerca dell’essenziale nascono proprio in quegli anni passati davanti alla pietra.

Perché gli occhi di Modigliani sono spesso senza pupille?

È proprio in questi anni che nasce il linguaggio con cui oggi riconosciamo immediatamente un Modigliani.

Nei ritratti di Paul Guillaume (1915) e di Chaïm Soutine (1916), i colli si allungano, i volti assumono una forma ovale e i corpi perdono ogni rigidità. Gli occhi, spesso privi di pupille, diventano uno degli elementi più riconoscibili della sua pittura. Non è una scelta casuale.

Modigliani non vuole descrivere una persona come farebbe un fotografo. Vuole suggerire qualcosa che non può essere misurato: la sua interiorità.

Per questo molti dei suoi ritratti sembrano sospesi tra presenza e assenza. Lo sguardo non invade chi osserva il quadro. Invita piuttosto a chiedersi chi sia davvero quella persona.

Nei suoi dipinti il volto non coincide mai con l’identità. È soltanto la soglia attraverso cui provare a intravedere qualcosa di più profondo.

"Ritratto frontale di Jeanne Hébuterne" (1918) di Amedeo Modigliani

“Ritratto frontale di Jeanne Hébuterne” (1918) di Amedeo Modigliani

Jeanne Hébuterne e la ricerca del “vero”

Nel 1917 Modigliani conosce Jeanne Hébuterne, una giovane pittrice di diciannove anni. I due iniziano una relazione che accompagnerà gli ultimi anni della vita dell’artista. Jeanne diventa la protagonista di oltre venti dipinti, nei quali Modigliani continua a perfezionare la propria idea di ritratto.

Opere come Jeanne Hébuterne con cappello e collana (1917), Jeanne Hébuterne seduta (1918) o Jeanne Hébuterne davanti a una porta (1919) mostrano figure il cui collo si allunga, il volto assume la forma di un ovale quasi perfetto, le mani si distendono con naturalezza e gli occhi, spesso privi di pupille, non cercano lo sguardo dello spettatore. Tutto contribuisce a creare una presenza che sembra sospesa, più interiore che narrativa.

Secondo molti studiosi è proprio in questi ritratti che Modigliani porta fino in fondo la propria ricerca. Gli occhi non sono lasciati vuoti perché manca qualcosa. Al contrario, diventano uno spazio aperto, impossibile da esaurire con uno sguardo. Come raccontava lo stesso artista, gli occhi rappresentano la parte più profonda di una persona: non ciò che mostra agli altri, ma ciò che custodisce dentro di sé.

È forse questo il significato della frase attribuita a Modigliani: «Quello che cerco non è il reale, ma il vero». Il suo obiettivo non è riprodurre fedelmente un volto, ma dare forma a quella parte invisibile che rende ogni essere umano unico.

Gli ultimi anni e il riconoscimento arrivato troppo tardi

Nel 1918 Modigliani e Jeanne si trasferiscono a Nizza, dove nasce la loro prima figlia. La luce del Mediterraneo rende la sua pittura più chiara, ma la salute continua a peggiorare. La tubercolosi, che lo accompagna fin dall’adolescenza, si aggrava progressivamente.

Nel 1919 alcune sue opere vengono finalmente esposte a Londra e iniziano a ricevere attenzione da parte del pubblico e dei collezionisti. È il primo vero segnale di riconoscimento dopo anni di povertà e difficoltà economiche.

Ma quel riconoscimento arriva troppo tardi.

Il 24 gennaio 1920 Modigliani muore a Parigi per una meningite tubercolare, a soli trentacinque anni. Il giorno successivo Jeanne Hébuterne, incinta del loro secondo figlio, si toglie la vita.

Da quel momento la biografia di Modigliani diventa quasi più famosa delle sue opere. L’immagine dell’artista maledetto, povero e destinato a una fine tragica occupa lo spazio che dovrebbe appartenere alla sua ricerca artistica: il tentativo di rappresentare non l’aspetto esteriore delle persone, ma la loro verità interiore. 

La ricerca di Modigliani

Modigliani non ha cercato la perfezione. Ha cercato l’essenziale. Ha deformato i volti per avvicinarsi alla persona. Ha rinunciato alla somiglianza per inseguire una verità più profonda. Per questo i suoi ritratti continuano a colpirci. Non ci chiedono di ammirare la bellezza di un volto. Ci invitano a domandarci quanto conosciamo davvero chi abbiamo davanti.

Forse è questa la sua eredità più importante. Ricordarci che ogni persona è molto più di ciò che appare.

E tu? Quante volte ci fermiamo all’aspetto esteriore senza accorgerci di ciò che una persona porta dentro di sé? 

In copertina, Amedeo Modigliani con il dipinto “Ritratto di Jeanne Hébuterne con cappello”

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