Nelle puntate precedenti: De Vicari scopre che la vittima del Bosco Verticale è stata uccisa e non è Pallavicini. Nel frattempo, un misterioso rapimento alla Torre UniCredit e i retroscena di una coppia insospettabile rivelano che un piano ben più grande è solo all’inizio.
In questa puntata: L’indagine sul mistero del Bosco Verticale e sul rapimento alla Torre UniCredit comincia a svelare una trama più complessa. Mentre De Vicari cerca collegamenti tra persone, luoghi e strani blackout dei sistemi di sorveglianza, emergono nuovi indizi su chi potrebbe essere coinvolto e sulle ragioni che muovono il gruppo. E un terzo simbolo della nuova Milano potrebbe diventare il prossimo obiettivo.
Terza puntata del Giallo dell’Estate. Giovedì
Per quale motivo era stato rapito Casagrande, e da chi? De Vicari si alzò dal letto con la gola riarsa. Che fine aveva fatto Pallavicini? Era sempre così quando era in corso un’indagine di una certa rilevanza. Non c’era verso di interrompere il flusso dei pensieri e quindi di chiudere occhio. Decise di ascoltare il Notturno di Chopin con la speranza di spostare l’attenzione sulla musica.
Sulla scrivania del dirigente Unicredit era stato trovato un foglio che sembrava essere stato messo lì apposta. Conteneva una citazione di Italo Calvino dal suo “Le città invisibili”: “Le città, come i sogni, sono costruite di desideri e di paure, ma il filo del loro discorso è segreto, le prospettive ingannevoli, ogni cosa ne nasconde un’altra”.
Era certo ci fosse una relazione tra quanto era accaduto al Bosco Verticale e il rapimento alla Torre Unicredit. Diede un’occhiata al display del cellulare. «Con questi crimini si è voluto colpire il cuore della nuova Milano» scriveva il giornalista di un quotidiano nazionale. «Una città che negli ultimi dieci anni ha subito una radicale trasformazione, diventando una delle metropoli più importanti d’Europa, capitale indiscussa della moda e del design…».
Alle sette compose il numero di sua figlia. «Ciao Lisa, com’è andata con Margherita?»
Lei non rispose alla domanda. «Ho sentito per radio dell’uomo rapito…».
«Lisa, l’indagine ma non è affar tuo» la interruppe lui. «Questo è il mio lavoro. Il fatto che tu abbia compreso la mia attività mi riempie d’orgoglio, ma non implica che tu te ne debba occupare. Il tuo compito, bambina mia, è quello di studiare».
La ragazza sbuffò rumorosamente. «Sto per andare al Liceo, papà». Alzò la voce: «E non mi chiamare bambina!».
«Hai quindici anni».
«Appunto!»
De Vicari cambiò argomento: «Ma la scuola non è chiusa?».
«La prof di italiano ci ha proposto un corso estivo, ognuno di noi deve portare un argomento di ricerca. Indovina a cosa ho pensato io?».
«Dimmelo tu».
«Al Giappone! Ieri sera ne ho parlato anche con Margherita…».
«A proposito» la interruppe, «com’è andata la serata?»
«Ho semplicemente messo le cose in chiaro».
De Vicari si massaggio i baffi, arrotolandone le punte. «Cioè?». Era preparato a una tempesta.
«Le ho detto che se cercherà di portarti via da me sarà la guerra».
De Vicari non riuscì a trattenere un sorriso. «E lei cosa ti risposto?». Non gli dispiaceva l’idea di essere al centro di una disputa al femminile.
«Di non preoccuparmi, vuole soltanto un pezzetto di te. Ma ha posto una condizione».
«E sarebbe?»
«Ha detto che anch’io sono compresa nel pacchetto. Tutti e due o nessuno».
Il capannone
Mancavano due giorni alla conclusione del piano a cui Franco Boninsegna stava lavorando da tre anni con una ventina di amici, ex colleghi e professionisti che, pur con ruoli e consapevolezze diversi, condividevano i suoi stessi ideali. Diede un’occhiata all’orologio: era in anticipo sull’orario della riunione. Aspettava Pablo, Luigi, Joseph e Ingrid. Con il cellulare non potevano comunicare e dovevano aggiornarsi l’un l’altro sulle cose ancora da fare.
Come Franco aveva previsto, il suo telefono e quello di Luisa erano stati mesi sotto controllo. Per fortuna della loro squadra faceva parte quel genio di Pablo, un informatico di primissimo livello, super esperto di intelligenza artificiale, il che oggi faceva la differenza. Era grazie a lui se i sistemi di sorveglianza, prima del Bosco Verticale e poi di Unicredit, erano andati in tilt, senza rilevare nessuno dei loro movimenti. Certo avevano dei complici all’interno delle Torri, ma era con la tecnologia che Pablo realizzava i suoi miracoli.
Era stato così abile da riuscire a telecomandare gli impianti delle Torri da remoto. E si era anche inventato un marchingegno per cui le cellule dei telefonini emettevano segnali da punti diversi in contemporanea, il che rendeva quasi impossibile localizzarli.
Il terzo atto era previsto per sabato alla Torre Allianz. Per allora tutto doveva essere sincronizzato alla perfezione. Non potevano fare passi falsi. Poi il loro nucleo si sarebbe sciolto, prendendo la forma di movimento e chissà? Il futuro era ancora tutto da scrivere.
Per la prima volta in Europa, la miccia sarebbe stata innescata a Milano. La scintillante capitale della moda e del design sarebbe diventata anche la scintillante capitale delle protesta contro le ingiustizie sociali.
Sistemò le sedie di ferro a semicerchio, in attesa dei compagni. Quel capannone, in disuso da chissà quanto, trasudava di polvere e ruggine. L’aveva individuato Luigi ed era stata un’ottima soluzione per i loro ritrovi. Isolato al punto giusto – tra la fine di viale Padova e il quartiere Adriano – e a poche centinaia di metri dalla fermata della Metro. Ogni spazio era separato dagli altri da una porta di metallo e tutti gli ambienti erano collegati da uno stretto corridoio. Probabilmente un tempo quel posto veniva usato per lo stoccaggio di materiali pericolosi.
Chissà come ci si trovava Ottavio Pallavicini, abituato al lusso del Bosco Verticale? Lui era stato dislocato nel seminterrato e alla sua porta c’era sempre qualcuno che controllava. In ogni caso, una delle sue caviglie agganciata a un anello di ferro, collegato a una pesante catena, a sua volta era saldata a un palo. Impossibile fuggire.
Pallavicini era stato scelto per il suo sfacciato stile di vita. Con la sola vendita della sua collezione di Rolex avrebbero finanziato l’intera l’operazione. E poi lui era l’anello di congiunzione con la Torre Allianz.
Anche Casagrande ora era lì e subiva il trattamento riservato all’abitante del Bosco Verticale. La Torre di Unicredit era un simbolo della nuova Milano. Ma il suo rapimento aveva per lui tutt’altro significato e i compagni ne erano al corrente. Quel bastardo avrebbe dovuto riscattarlo agli occhi del mondo e risarcire il danno economico e morale. Casagrande l’aveva licenziato da un giorno all’altro, denunciandolo per un reato che lui aveva commesso.
Franco sentì bussare alla porta di metallo. «Codice di sbarramento?» chiese.
«24SX5610» rispose una voce dall’altra parte.
Aprì il chiavistello che chiudeva quella specie di cantina.
«Sabato sarà un grande giorno per tutti noi» esordì, quando gli amici si sistemarono al loro posto. «Ingrid, hai notizie dalla Questura?».
«Sono stata interrogata di nuovo» disse lei. «Volevano saperne di più sulla persona che ho incontrato martedì. Su Antonio Viganò – pace all’anima sua – non mi è stato difficile rispondere. Hanno capito che un altro uomo è morto al posto di Pallavicini, ma non l’hanno ancora identificato».
«Hai parlato con Parigi?» le chiese Franco.
Ingrid tirò fuori un documento dalla borsa e lo sventolò in aria per sottolinearne la rilevanza. «Lucas ci aiuterà».
«In che modo?».
«Ha garantito per noi con i Gilet Gialli che appoggeranno il nostro movimento, è tutto scritto qui».
«Si alleeranno con noi, grazie alla tua relazione con Lucas?» fece Boninsegna incredulo.
«Ma cosa stai dicendo? » ribatté lei indignata. «Dimentichi gli incontri di Pablo e Antonio Viganò con Pierre Vacheron. È stato proprio Antonio a costruire la relazione con i francesi. Hanno letto tutti i documenti teorici che lui ha scritto…».
«A proposito di Viganò…». Boninsegna esitò. Non riusciva a togliersi dalla testa il momento in cui l’avevano buttato giù dal Bosco Verticale. «I Gilet gialli sanno che non è stato un omicidio?».
«Ma certo!» esclamò Ingrid. «Non faccio che parlarne con Lucas, e ogni volta è uno strappo al cuore».
«La morte di Antonio è un dolore per noi tutti…»intervenne Luigi.
Boninsegna si rese conto di dover cambiare argomento. La ferita era ancora fresca. Ora era il momento di dare avvio al Terzo Atto del loro piano. Piano che proprio Viganò aveva delineato con grande chiarezza.
«Che ne è dei Gilet Gialli» chiese Luigi, come se avesse compreso che era inutile continuare a battere su quel tasto. «Non se ne sente più parlare».
«Il Covid li ha costretti al letargo per qualche anno» rispose Ingrid, «ma il gruppo non si è estinto. Giovedì prossimo è prevista una manifestazione. In quell’occasione annunceranno l’alleanza con il nostro movimento, ammesso che vada tutto bene sabato».
Pablo chiese la parola. «Stiamo controllando i sistemi di sicurezza della Torre Allianz. Non vedo particolari difficoltà nel disinnescare le telecamere di sorveglianza. Gli impianti sono tutti congegnati allo stesso modo. Sarà molto più complicato, invece, sfondare il bunker all’ultimo piano. Per quello è indispensabile la collaborazione di Pallavicini.»
«Lui non ha idea di cosa sia accaduto al Bosco Verticale, né tantomeno al Palazzo Unicredit. Non conosce Casagrande» intervenne Luigi.
«Per ottenere la sua collaborazione dev’essere tenuto all’oscuro di tutto» ribatté Franco. «È un uomo astuto, un sola parola sbagliata può compromettere l’operazione».
«Ho mostrato a Pallavicini le foto dei suoi figli» lo interruppe Joseph, «e per rendere il discorso più efficace questa volta mi sono presentato con la pistola alla cintura».
«Come ha reagito?» chiese Ingrid
«Quando ha riconosciuto i ragazzi si è messo quasi a urlare».
«E tu?»
«Me sono andato». Joseph sorrise di sbieco. «Qui non ha nessun potere».
«Quindi?» insistette Ingrid.
«Qualche ora dopo ha chiesto ad Amir di chiamarmi» rispose Joseph. «Mi ha detto che è disposto a tutto pur di proteggere i ragazzi. Quindi penso proprio che collaborerà».
Franco si alzò: «Ecco perché ora dobbiamo rapire la figlia piccola…».
Il Pubblico Ministero
Quando De Vicari entrò nell’ufficio del Pubblico Ministero la finestra era spalancata, anche se non entrava neanche un refolo d’aria. Gualtieri non amava l’aria condizionata e nel bel mezzo della giornata, talvolta nelle ore più calde, la spegneva.
«Novità sulle indagini?» chiese Gualtieri.
«Stiamo mettendo insieme i pezzi». De Vicari si sedette sulla poltrona di fronte al magistrato, rassegnato alla sauna. «Ci mancano ancora diversi tasselli».
«Iniziamo dal Bosco Verticale».
«C’è stato un blackout a intermittenza delle telecamere di sorveglianza» riepilogò De Vicari. «Il primo tra le 20.30 e le 21.45 di martedì sera, quando Pallavicini è sparito, e nel suo appartamento è subentrato il tizio che poi è stato buttato giù».
«Chi era?».
«Un professore di filosofia in pensione. Antonio Viganò. Abitava in fondo a viale Padova. Viveva da solo, sua moglie è morta qualche anno fa e non aveva più parenti. Per questo nessuno ne ha denunciato la scomparsa».
«Come siete arrivati a lui?» chiese Proietti.
«Quando Russo ha scoperto che era un malato terminale, abbiamo cercato negli ospedali». De Vicari si asciugò il sudore della fronte con un fazzolettino.
«Ma qual è il motivo di questo assassinio? E perché inscenare un finto suicidio?».
De Vicari evitò di incrociare il suo sguardo. Erano domande a cui non era ancora in grado di dare risposta.
«Procediamo con i fatti» riprese Gualtieri.
«Alle 22 le telecamere hanno ripreso a funzionare». De Vicari si alzò per non rischiare di restare incollato alla sedia. «Mostrano Ingrid, la squillo, suonare all’appartamento di Pallavicino, la porta che si apre, lei entra e vi rimane fino alle sei di mattina».
«E poi?».
«I video seguono il percorso della giovane fino all’uscita del palazzo. Il secondo blackout si è verificato dalle dodici alle quattordici, mezz’ora dopo il finto suicidio».
«Possibile che nessuno della sicurezza si sia accorto che il sistema non funzionava?».
«Questo è un buon punto». De Vicari tornò al suo posto di fronte al PM. «In questo secondo blackout gli assassini hanno portato al ventiduesimo piano il nuovo inquilino già deceduto – e non deve essere stato facile, Viganò pesava novanta chili – hanno scardinato la vetrata e l’hanno buttato giù. Quindi hanno lasciato il palazzo, il tutto senza lasciare tracce».
Una gocciolina di sudore scivolò sulla guancia di Gualtieri. «Le dispiace se accendo l’aria condizionata?».
De Vicari abbozzò un mezzo sorriso.
«E al Palazzo di Unicredit?» riprese Gualtieri, azionando il magico telecomando.
«Le telecamere di sorveglianza sono andate in corto circuito alle 20, poco prima del rapimento di Casagrande». De Vicari si arrotolò le punte dei baffi. «Alle 23 hanno ripreso a funzionare».
«Ci troviamo di fronte a una banda con straordinarie competenze informatiche e che ha complici sia al Bosco Verticale sia alla Torre di Unicredit» disse il magistrato.
De Vicari non commentò. Erano conclusioni ovvie.
«La donna delle pulizie di Pallavicini, Luisa Tosi, è la moglie di Franco Boninsegna, un brillante ingegnere cinquantacinquenne che è stato licenziato in tronco tre anni fa da Unicredit».
«Licenziato? Perché?».
«Per appropriazione indebita di dati, così ci hanno riferito, ma la questione è controversa. In ogni caso lavorava con Casagrande. Ecco un’altra connessione».
«Quindi?».
«Stiamo controllando tutti i dipendenti dei due palazzi e cercando correlazioni. I telefoni di Tosi e Boninsegna sono sotto controllo. Abbiamo perquisito la casa di Viganò e trovato un computer bloccato da password. La Sezione Informatica ci sta lavorando. Ma c’erano anche dei fogli sparsi sul suo tavolo. Una sorta di volantino in più versioni, il cui testo definitivo probabilmente doveva ancora essere scritto, nel quale si invitano gli abitanti della periferia a un’azione dimostrativa.». De Vicari prese un fascicolo dalla sua borsa e tirò fuori dei tabulati. «Sta succedendo qualcosa di inspiegabile» disse mostrando dei dati evidenziati in verde. «I cellulari di Boninsegna e della moglie segnalano la loro presenza in luoghi diversi nello stesso momento, come se entrambi avessero il dono dell’ubiquità».
Gualtieri sospirò. «Torniamo all’appartamento di Viganò».
«Ci sono le impronte di Tosi e Boninsegna e ce ne sono molte altre che ancora non abbiamo identificato» rivelò De Vicari. «Ma veniamo alla questione più importante».
Il magistrato prese di nuovo in mano il telecomando.
Il commissario seguì il gesto con sguardo allarmato. Se avesse spento di nuovo il condizionatore, di lui ne avrebbero fatto uno stufato. «Se questa è un’azione dimostrativa, non è ancora terminata».
«Che cosa glielo fa supporre?»
«Il fatto che non ci sia stata alcuna rivendicazione» disse. «A parte la lettera lasciata da Pallavicini e la citazione di Calvino trovata nell’ufficio di Casagrande, non abbiamo indizi».
«Ma cosa c’entra la citazione di Calvino con quello che sta accadendo?».
«Per Calvino la città è una metafora della condizione sociale. Le città sono fatte di contraddizioni. In esse si intrecciano progresso e degrado, ricchezza e povertà. Milano, per esempio, è una città che promette opportunità, ma genera anche esclusione sociale».
«Mi sta dicendo che ci troviamo di fronte all’ennesimo gruppo pseudo rivoluzionario?».
«Non ne abbiamo ancora le prove, ma credo che la chiave di lettura sia questa. Il velleitarismo è una costante, della storia. Anche se non capisco come si concili tutto questo con un omicidio… ».
«Ora ricordo» lo interruppe Gualtieri, mettendo due dita della mano destra sulla fronte. «Ho letto “Le città invisibili” molti anni fa. Calvino voleva dire che ciò che appare in superficie – il lusso, la modernità – può nascondere ingiustizie e disuguaglianze. Le città sono piene di contraddizioni…».
De Vicari assentì. «E a proposito della citazione, sono convinto che Ingrid, la finta squillo, faccia parte della banda. Anche lei ci ha riferito del libro di Calvino, raccontandoci di averne parlato con Pallavicini, che poi era Viganò».
«Perché finta squillo?».
«L’agenzia che in un primo momento avevamo contattato non esiste più. Il suo numero è stato cancellato dai tabulati telefonici. Sottolineo, cancellato. Ma come si fa a cancellare un numero dai tabulati?».
«Non l’avevate interrogata?»
«Sì, ma allora non sapevamo quello che è accaduto dopo».
«I prossimi passi?»
«Più tardi incontrerò l’amministratore delegato di Allianz».
«Pensa che la Torre Allianz sia il prossimo bersaglio?»
De Vicari non ne era del tutto sicuro. «È uno dei tre simboli della nuova Milano. Se questo è un attacco alla città, allora è probabile che lo sia».
