Ultima puntata Giallo dell’estate. “Insanabili contrasti”

by Elena Salem

Nelle puntate precedenti: L’indagine sul mistero del Bosco Verticale e sul rapimento alla Torre UniCredit comincia a svelare una trama più complessa. Mentre De Vicari cerca collegamenti tra persone, luoghi e strani blackout dei sistemi di sorveglianza, emergono nuovi indizi su chi potrebbe essere coinvolto e sulle ragioni che muovono il gruppo. 

In questa puntata: Il gran finale del giallo dell’estate porta l’indagine al suo epilogo più drammatico e rischioso. Mentre De Vicari svela i reali e sconvolgenti motivi politici dietro la scia di rapimenti, il gruppo rivoluzionario stringe la morsa su Pallavicini. Tra blackout improvvisi, scontri a fuoco e fantasmi dal passato del commissario, la verità emerge in una notte dove nessuno è davvero al sicuro.

 Ultima puntata del Giallo dell’Estate. Venerdì

Ottavio Pallavicini si sdraiò di nuovo sul materasso. La rete arrugginita accompagnava ogni suo movimento con un fastidioso cigolio. Era impregnato di sudore. L’umidità di quel posto era infernale, e dall’odore comprese che doveva essere stato un deposito di rifiuti industriali.
Sentì una rabbia feroce montargli da dentro. I suoi figli dovevano lasciarli stare! Si premette una mano sulla bocca e serrò la mascella. Aveva voglia di urlare. Per il dolore allo stomaco e per il senso di impotenza. La sua caviglia era legata con una catena a una colonna di cemento. Gli avevano sequestrato il cellulare, si erano presi il suo orologio e l’avevano lasciato anche senza occhiali.
Ma non si trattava di una banda di delinquenti comuni, di questo era convinto. Lo avevano rapito per qualcosa di diverso dal denaro. Volevano ottenere qualcosa da lui, era stato lo stesso Joseph, il suo carceriere, a confermarglielo, dopo avergli mostrato la foto di Leonardo e Anais.
Possibile che nessuno avesse denunciato la sua scomparsa? Dov’era finita Eleonora?
Joseph gli aveva detto che se avesse collaborato non avrebbero fatto del male né a lui, né ai ragazzi. Non riusciva a capacitarsi di come fossero potuti entrare nel Bosco Verticale, che si vantava di possedere uno dei sistemi di sorveglianza più sofisticati al mondo.
L’avevano stordito iniettandogli qualcosa e l’avevano infilato in un sacco. L’ultima scena che ricordava, prima di riaprire gli occhi in quel posto, era il bagagliaio della sua macchina.
Sentì qualcuno aprire la porta con il chiavistello. Si mise a sedere. Il paradosso in quella situazione era che gli portavano del cibo di buona qualità. La sera prima, quello che era di guardia gli aveva persino offerto del vino, che non era neanche male.
Joseph entrò e appoggiò un vassoio su un’asse di legno. «Ti consiglio la brioche, è freschissima» disse. «Poi dobbiamo parlare».
«Parliamo subito» ribatté lui. «Non me ne frega niente della colazione».
«Non ora» replicò Joseph, «aspettiamo il capo».
«Il capo di cosa?».
«Fai troppe domande…».
Joseph tirò fuori dalla tasca il cellulare. «Voglio farti vedere una cosa».
Pallavicini ci mise un po’ a mettere a fuoco l’immagine senza occhiali. Una telecamera riprendeva una donna in una cucina, al suo fianco c’era una bambina che stava bevendo una tazza di qualcosa. «Ma quella è mia figlia!» urlò spaventato.
«Come vedi sta bene e la donna che è con lei è gentile».
«Luisa?».
L’uomo annuì. «Dunque puoi stare tranquillo».


In Questura

Iolanda Svevo entrò nell’ufficio di De Vicari con un plico in mano. «Vieri è riuscito a penetrare nel computer di Viganò» disse senza preamboli. «Indovini cosa ne è venuto fuori?»
Lui alzò la testa dai fogli che Desdemona gli aveva portato da firmare. Quando iniziava un’indagine di quella portata, l’ordinaria amministrazione assumeva la forma di una montagna di carta.
«Viganò era l’ideologo del gruppo!».
Fece segno a Iolanda di sedersi, ma lei restò in piedi.
Desdemona entrò in quel momento con un vassoio e due tazzine di caffè.
«Stanno preparando un’insurrezione armata» riprese la Svevo, ingurgitando in un solo sorso il liquido scuro.
«Insurrezione contro chi?» chiese De Vicari.
Desdemona stava per andarsene, ma lui la invitò a restare.
«Dei quartieri periferici di Milano contro il centro della città». Iolanda tamburellò con le dita sulla scrivania.
«Di quali quartieri?».
«Qui c’è un elenco che comprende le zone più degradate di Milano, ma forse…»
«Mi fai vedere?» la interruppe De Vicari.
La Svevo gli consegnò il fascicolo.
De Vicari fece scorrere i fogli. «Il mondo deve aprire gli occhi» lesse ad alta voce. «La periferia insorgerà contro il centro della nostra città, e lo stesso accadrà nel mondo. Stiamo costruendo nuovi quartieri, musei meravigliosi. Il nostro centro è all’altezza delle più lussuose capitali internazionali. Ma chi usufruirà di tutta questa bellezza?»
«C’è di più…» lo interruppe Iolanda.
De Vicari si girò per controllare il condizionatore.
«Il documento riferisce di contatti con i Gilet Gialli a Parigi» disse la Svevo. «Permette?» gli chiese, riprendendosi il plico. «Guardi qui. I tre obiettivi: Bosco Verticale, Palazzo Unicredit e Torre Allianz».
«Dunque abbiamo la conferma del terzo bersaglio».
«In compenso abbiamo perso le tracce di Luisa Tosi e Franco Boninsegna. Le cellule dei loro cellulari sono impazzite, non sappiamo più dove sono».
Jolanda si lasciò scivolare nella poltrona di fronte a lui. «C’è una lettera di Viganò indirizzata al magistrato. È lui ad aver chiesto agli amici del movimento di accelerare la sua fine con la morfina. Non è stato un omicidio. Stava soffrendo troppo…».
«Anche Russo ha detto che sarebbe dovuto morire comunque di lì a poco» replicò De Vicari, bevendo un sorso d’acqua. «Ma perché questa messa in scena?».
«Viganò spiega anche questo. Dice che così avrebbero ottenuto l’attenzione mediatica e lui avrebbe dato un senso alla sua morte».
«Forse l’attenzione mediatica sì» replicò De Vicari, «ma non credo la simpatia dei cittadini».
La Svevo allargò le braccia: «In un allegato si dice che alle persone rapite non verrà fatto del male, ma che verranno tenute in consegna finché il loro movimento non avrà raggiunto i suoi obiettivi».
«Che sono?».
«La redistribuzione della ricchezza nella città, una casa e un lavoro per tutti».
«Dici niente!» commentò De Vicari.
«Nell’allegato si dice che Ingrid è stata nominata dal movimento responsabile dei rapporti internazionali» aggiunse la Svevo.
Ingrid, ancora lei, pensò De Vicari. Non riusciva a scrollarsi di dosso la spiacevole sensazione di averla già conosciuta, ma non riusciva a collocare quella sensazione nello spazio e nel tempo.
«Convoca la Squadra» disse alla Svevo, «è arrivato il momento di passare all’azione».


Franco Boninsegna

«Come avete potuto rapire mia figlia?» urlò Ottavio Pallavicini, alzandosi per fronteggiare l’uomo che stava entrando nel suo spazio. C’erano altre due persone con lui, oltre a Joseph, e una di queste era una ragazza che non arrivava ai trent’anni.
«La prego, si calmi» disse con tono pacato quello che sembrava essere il capo della comitiva. «Non le conviene gridare. O comunque non è nelle condizioni di farlo».
«Cosa volete da me?» domandò Pallavicini. «Sono rinchiuso qui da tre giorni. Senza sapere nulla di nulla. L’aria è tossica, ve ne siete resi conto? Cosa state facendo ad Anais, mia figlia?».
«Mi chiamo Franco Boninsegna» riprese quello di prima, tendendogli la mano.
Pallavavini fu colto alla sprovvista da quel gesto, ma non ricambiò la cordialità.
Boninsegna sistemò le sedie a semicerchio e senza parole invitò i presenti a sedersi.
«Sono il marito di Luisa Tosi» riprese. «Sua figlia è con mia moglie, non deve preoccuparsi».
«Non devo preoccuparmi?». Li guardò uno per uno. «Qualcuno di voi ha figli?».
«Lei non è stato rapito da criminali comuni» sembrò indignarsi la giovane donna. «Glielo dobbiamo spiegare? Noi siamo un nucleo rivoluzionario».
«Ma cosa c’entro io in tutto questo?».
«Se me ne dà la possibilità glielo spiego» ribatté Boninsegna.
Lui indicò la catena alla quale era legato: «Liberatemi almeno da questa!».
L’uomo che non aveva ancora parlato scosse la testa. «Prima deve fare una cosa per noi».
«E cioè?».
«Deve metterci in contatto con Vittorio Cavour, il mercante d’arte che vive all’ultimo piano della Torre Allianz» rispose quello.
«So chi è. Ma voi come lo conoscete?»
«Questo non è un suo problema. Lei ci deve aiutare a entrare in casa sua».
«Impossibile!» sbottò Pallavicini, allargando le braccia. «Vittorio è un paranoico. La sua abitazione è un bunker. Paga milioni di euro all’anno a un’assicurazione per essere protetto».
Le sue parole furono accolte dal silenzio.
«È come se mi steste chiedendo di farvi entrare al Cremlino per incontrare Putin» insistette lui.
«Il paragone non è pertinente» ribatté Boninsegna. «Il mercante la conosce. Lei è un collezionista. E, a quanto risulta dai tabulati telefonici, siete amici. Andrà a trovarlo, proponendogli un affare».
La giovane donna si alzò e fece qualche passo avanti e indietro. Lui si domandò cosa ci facesse una ragazza così bella in quel gruppo. «Pallavicini, lei è sparito agli occhi del mondo» disse arrotolandosi i capelli. «Cavour sarà piacevolmente sorpreso di scoprire che è ancora vivo».
«Sono molte le cose che dovete spiegarmi» la interruppe lui.
«Non ora» tagliò corto Boninsegna. «L’unica cosa di cui può essere certo è che sua moglie e i suoi figli sono al sicuro». Si alzò a sua volta. «Ma sono sotto tiro, e se lei ci farà uno sgambetto, la pagheranno».
Pallavicini contrasse i muscoli dello stomaco per tenere a freno la tensione. «Anche la Torre Allianz è uno dei luoghi più controllati al mondo» disse. «Come pensate di entrare, senza destare sospetti?».
«Allo stesso modo in cui ci siamo intrufolati nel Bosco Verticale e abbiamo rapito lei».
«E mia figlia?».
Boninsegna lo guardò dritto negli occhi. «Lei ha la mia parola» dichiarò in tono solenne. «Non appena avremo concluso l’operazione, rivedrà la sua famiglia».
«Quale operazione?».


Sabato

Gli agenti avevano circondato la Torre Allianz, alcuni di loro presidiavano dall’interno i 50 piani del palazzo. L’equipe della sicurezza informatica della polizia era in contatto in tempo reale con quella del colosso assicurativo.
Il Questore aveva chiesto al commissario che cosa giustificasse un tale dispiegamento di forze e lui gli aveva ripetuto con pazienza cose che già sapeva. Alla Torre Allianz era in programma la prossima azione criminale della sedicente banda rivoluzionaria, dopo quelle compiute al Bosco Verticale e alla Torre Unicredit.
Viganò aveva scritto che Milano sarebbe stata messa sotto attacco. «La ricchezza è concentrata nelle mani di pochi» si leggeva in uno dei file ritrovati nel suo computer, «ma la maggior parte delle persone stenta ad arrivare a fine mese. È il momento di dire basta!».
L’ideologo del gruppo specificava che il loro nucleo era composto da una ventina di persone, ma il movimento aveva ramificazioni in tutti i quartieri della città. Lui non era stato ucciso e i rapimenti erano un ricatto ai ricchi della città.
«Cosa possiamo aspettarci esattamente?» gli aveva chiesto anche il capo di Allianz.
A lui De Vicari aveva dato una risposta più sfumata. Il fatto era che lui stesso non sapeva con precisione a cosa stavano andando incontro.
Casagrande poteva rappresentare per Boninsegna una resa dei conti. Era stato licenziato in circostanze non del tutto chiare.
Ma che nesso c’era tra Pallavicini e la banda? Di sicuro non condivideva opinioni rivoluzionarie, né di destra, né di sinistra, di lui si era fatto un’idea parlandone con chi lo conosceva bene. Il motivo del rapimento non era il denaro, sebbene lui di soldi ne avesse molti.
Pallavicini doveva servire per altro. Il capo di Allianz non lo conosceva e anche all’interno della sua azienda nessuno ne aveva sentito parlare, prima dell’incidente al Bosco Verticale.
Il display del cellulare si accese, annunciandogli una telefonata di Riccardo Vieri, il capo della Squadra informatica. «Commissario, forse abbiamo una pista».
Nello stesso momento entrò la Svevo e lui mise la chiamata in viva voce.
«Nei tabulati telefonici di Pallavicini c’è un certo Vittorio Cavour che ricorre spesso».
«Chi è?»
«Un mercante d’arte molto noto nel suo ambiente».
«Andiamo a fare due chiacchiere con lui».
«Ecco il primo problema…».
Il commissario arrotolò le punte dei baffi.
«Non siamo riusciti a recuperare un indirizzo. Solo un numero di telefono a cui risulta irraggiungibile. Ho chiesto a un collega della Scientifica, esperto d’arte, e mi ha detto che su di lui si favoleggia di collezioni uniche al mondo, opere dal valore inestimabile, addirittura un Leonardo».
«E quindi?».
«Ha il terrore di essere derubato e non ha mai rivelato a nessuno, dico a nessuno, dove abita».
«Mettiamo sotto controllo il suo telefono».
«Cambia mensilmente il numero e usa soltanto schede prepagate» replicò Vieri. «Ma c’è un’altra cosa che deve sapere. Forse si tratta di una coincidenza: Cavour ha stipulato un’assicurazione milionaria con Allianz».


L’appuntamento

Pallavicini era seduto alla scrivania di un ufficio che non aveva mai visto. C’era arrivato incappucciato, ma ora si sentiva un po’ meglio. Gli avevano concesso di farsi una doccia e l’avevano in qualche modo rivestito. Un paio di jeans, una polo di cotone e delle scarpe da ginnastica colorate. Era tutto un po’ grande, ma almeno si sentiva rinfrescato.
«Ciao Vittorio, sono Ottavio».
«Ottavio?» esclamò l’altro, non nascondendo la sorpresa. «Dove sei finito? Mezzo mondo ti sta cercando».
«È una lunga storia » lo interruppe Pallavicini. In quell’istante gli balenò l’idea che qualcuno stesse intercettando la telefonata. Anzi, se lo augurava. Ma i suoi sequestratori erano troppo abili e sofisticati tecnologicamente, per cadere in una trappola così banale. «Ora non ti posso spiegare, ma presto tutto verrà chiarito».
«Sono contento di sapere che stai bene».
«Ho bisogno di parlarti».
«Di cosa?».
«Non al telefono». Boninsegna, Joseph e la ragazza, che si era presentata come Ingrid, erano in piedi davanti a lui ad ascoltare la chiamata. Ogni parola di quel colloquio era stata concordata.
«Allora dove?» chiese Vittorio.
«Che ne dici di incontrarci al “Piatto d’argento”?» gli propose Pallavicini. «Ho chiamato Augusto e mi ha detto che la saletta riservata è libera. Potremmo cenare insieme, questa sera».
Vittorio esitò. «Non è pericoloso?».
«Pericoloso per chi?».
«Tutti ti stanno cercando».
«Stai tranquillo, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Però ti pregherei di non dire a nessuno della nostra telefonata. A voce ti spiegherò».
L’altro si prese qualche istante prima di rispondere. «Va bene, Ottavio, mi fido di te».
«Ho sempre saputo che sei un amico. Ci vediamo al ristorante alle otto. Io entrerò dal cortile».


Un’ipotesi

De Vicari stava riepilogando, come faceva per ogni indagine, i fatti accaduti da quando tutto era cominciato, ciò che avevano scoperto, i profili dei protagonisti delle storia e le interrelazioni tra di loro, ma c’erano ancora delle caselle vuote nel puzzle.
Iolanda Svevo irruppe nel suo ufficio, piuttosto agitata. «Pallavicini si è messo in contatto con Vittorio Cavour».
Lui la invitò a sedersi.
«È un primo segnale» ribatté la Svevo, come se dovesse convincerlo dell’importanza della scoperta. «Pallavicini è vivo e ha cercato Cavour».
«O almeno questo è quello che vogliono farci credere» replicò De Vicari. «Bisogna verificare che la voce di Pallavicini sia realmente la sua e non una contraffazione dell’intelligenza artificiale. Lo stesso vale per Cavour».
«Potrei sentire la moglie…».
«È una buona idea, ma dobbiamo assicurarci che non faccia scattare un allarme».
Iolanda annuì. «Ci sono diverse persone a cui poteva chiedere conferma». Si versò dell’acqua in un bicchiere. «Ammesso che la conversazione sia autentica» riprese, dopo aver bevuto un sorso. «Potrebbero essersi dati un falso appuntamento, immaginando di essere intercettati».


Il piano si complica

«Ottimo lavoro, Ottavio» lo gratificò Boninsegna. «La polizia questa sera vi aspetterà in via Caradosso, dove c’è il ristorante».
«Come fate a esserne sicuri?».
«Il telefono di Cavour è stato intercettato, ma era quello che ci aspettavamo».
«E ora che facciamo?»
«Richiamerai Cavour per dirgli che hai cambiato idea sul luogo dell’appuntamento e gli proporrai di vedervi al Dav, il ristorante della Torre Allianz, alle 10 di sera. Dopo cena, dovrai cercare di farti invitare nel suo appartamento con la scusa di un ultimo bicchiere.
«A mezzanotte nel suo appartamento?» replicò. «Non accetterà mai».
«Abbiamo criptato il tuo e il suo numero di telefono, hai mezz’ora per cambiare programmi».
«Vittorio è un fifone. Comincerà ad avere dei sospetti».
«Basta con le obiezioni» lo interruppe Boninsegna, assumendo un’espressione dura. «Tutto dipenderà dalla tua capacità persuasiva».
«Noi non siamo qui per partecipare a un gioco di società» alzò la voce Ingrid, «stiamo lavorando a una causa, il cui valore va molto oltre la vita delle singole persone».
«E tieni sempre presente che tua figlia è in compagnia di mia moglie…»


L’ingegner Pieri

«Commissario, le voci sono autentiche, la telefonata non è frutto dell’intelligenza artificiale» gli comunicò Vieri al cellulare. «L’appuntamento, invece, è una falsa pista».
De Vicari gli chiese come fosse arrivato a quella conclusione.
«I numeri di telefono di Pallavicini e Cavour sono stati criptati subito dopo il primo scambio. Solo ora possono comunicare senza timore di essere intercettati. Probabilmente Pallavicini sta richiamando Cavour per dargli un appuntamento in un altro luogo».
Desdemona fece capolino nel suo ufficio per avvertirlo che l’ingegner Pieri stava salendo da lui. De Vicari ringraziò Vieri e si diresse verso il corridoio per andare ad accogliere il capo di Allianz. Chiese alla sua segreteria di avvertire la Svevo e Vieri di tenersi pronti.
«Buongiorno, ingegnere, la ringrazio di essere venuto con così poco preavviso» esordì De Vicari, non appena si furono accomodati nella sala delle riunioni.
Il dirigente di Allianz si sedette a poca distanza da lui. «Ci sono novità?» chiese, appoggiando per terra la sua ventiquattr’ore.
De Vicari annuì. «Si tratta di qualcosa di cui non eravamo a conoscenza, ma lei evidentemente sì. E mi dispiace, perché in questa vicenda dovremmo essere alleati».
«A cosa si riferisce?».
«Vittorio Cavour le dice qualcosa?».
«Certo! È un nostro importante cliente, ma cosa c’entra con questa storia?».
«Lo chiedo a lei, e la pregherei di non farci perdere tempo». Il tono di De Vicari ora era meno amichevole. «Stiamo rischiando la vita di molte persone».
«Non riesco a coglierne il collegamento tra Cavour e…». Smise di parlare, come se stesse valutando le implicazioni delle sue parole. «Dovrei informare la direzione della mia società se… ». Si sistemò meglio sulla sedia. «È come chiedere a un avvocato di violare il segreto professionale» si accalorò. «Un avvocato rischia l’espulsione dall’Ordine. Io di perdere un importante cliente. E forse dovrei dimettermi dal Consiglio di Amministrazione, per una decisione del genere».
«Capisco le sue perplessità» cercò di aiutarlo De Vicari. «Ora le rivelerò io qualcosa che forse l’aiuterà a infrangere il patto di riservatezza. In questa vicenda non abbiamo a che fare con dei criminali comuni. Nei documenti del gruppo si accenna a un’insurrezione armata».
Pieri fece un lieve sobbalzo sulla sedia. «Insurrezione armata?».
De Vicari gli stava forzando la mano. Nei file di Viganò si accennava a una possibile insurrezione armata, ma lui era convinto che non ci fosse un rischio immediato.
«D’accordo» disse Pieri. «Le svelerò un segreto che custodiamo da anni e auspico, da parte vostra, la stessa riservatezza.»
«Si fidi di me» tagliò corto De Vicari.
Pieri fece un bel respiro. «Cavour vive nella Torre Allianz in una sorta di bunker al penultimo piano da diversi anni. Nessuno conosce il suo indirizzo. È a lui che è venuta l’idea di far costruire un appartamento in uno dei luoghi più protetti al mondo. Le sue collezioni hanno un valore inestimabile». Fece una pausa. «Ma non c’è nulla di illegale, in tutto questo. Prima di accettare la proposta di Cavour, abbiamo consultato i nostri legali».
«Concordo con lei» assentì De Vicari, «non c’è nulla di illegale, ma è proprio il tassello che ci mancava». Si alzò per andare ad accogliere la Svevo e Vieri che erano già sulla porta della sala riunioni. «Se non le dispiace, vorrei presentarle il mio ispettore capo e il responsabile della sicurezza informatica della polizia. Dobbiamo concordare il piano di azione…».


Cena alla Torre

«Un brindisi alla nostra amicizia!». Ottavio Pallavicini alzò il calice, un occhio al suo ospite e un altro alla sala. Anche se in quel ristorante, al primo piano della Torre Allianz, lui non c’era mai stato, il rischio di incontrare qualcuno che lo conosceva non era da escludere.
«E all’arte» gli fece eco Cavour, facendo tintinnare i bicchieri di cristallo.
Il cameriere si avvicinò al tavolo con il carrellino degli antipasti di pesce.
«Allora, mi vuoi dire cosa sta succedendo?» gli chiese Cavour non appena il ragazzo se ne fu andato.
Ora Pallavicini doveva giustificare la sua sparizione agli occhi del mondo e della sua stessa famiglia, nonché le ragioni dell’incontro di quella sera. I suoi sequestratori stavano ascoltando la conversazione, aveva un microfono nella tasca interna della giacca. Non doveva improvvisare nulla. Come in un copione, ogni minimo dettaglio del dialogo era stato concordato.
Si sentiva a suo agio in quel locale. La tavola elegante, l’ottimo spumante, la cordialità dei camerieri. Eppure non aveva appetito.
Boninsegna gli aveva dichiarato i propositi della loro organizzazione. “Una casa e un lavoro per tutti. Permesso di soggiorno per gli immigrati clandestini, asili nido gratuiti…” si leggeva nel proclama che avrebbero diffuso sui social. Milano, la capitale del lusso, avrebbe dovuto redistribuire le sue ricchezze ai cittadini.
Volevano introdursi nella casa di Cavour, rapire lui e la sua intera collezione e, grazie a questo sequestro, ottenere l’attenzione del mondo. Con l’Intelligenza Artificiale erano riusciti a replicare il meccanismo di sicurezza di Allianz e dell’abitazione di Cavour.
Per fortuna qualcosa di autentico di cui parlare con Vittorio c’era. Alleviava il suo senso di colpa. Stava tendendogli una trappola della quale era impossibile valutare l’esito. Ma la posta in gioco erano i suoi figli e chissà cos’altro.
Era riuscito a scoprire da un collezionista norvegese un’opera di Edvard Munch – di cui aveva scritto anche lo stesso pittore – ma nessuno l’aveva mai vista. Se ne parlava anche nella corrispondenza con il dottor Daniel Jacobson, il medico che l’aveva avuto in cura. Probabilmente era stata realizzata nel periodo di degenza nella sua clinica. Era una versione sconosciuta dell’Urlo, una delle opere di maggior valore al mondo. Sapeva che Cavour avrebbe fatto follie per accaparrarsela.


Il blitz

Iolanda Svevo perlustrò l’appartamento di Cavour al penultimo piano della Torre Allianz. Non se intendeva di arte, a Trieste aveva arrestato dei falsari e per po’ aveva seguito quel mercato, ma si rese subito conto di trovarsi di fronte a un patrimonio di grande valore. Ogni singola opera aveva un suo sistema d’allarme autonomo dal sistema centrale e lei si domandò come la banda avrebbe potuto espugnare una simile fortezza.
De Vicari le aveva detto che la partita si sarebbe giocata soprattutto sul piano telematico, anche se non si poteva escludere che il gruppo avrebbe fatto uso di armi. Pallavicini dopo l’incontro al ristorante avrebbe dovuto convincere Cavour ad andare nel suo appartamento e solo allora il gruppo sarebbe entrato in azione. Ma come?
Non sapeva ancora cosa aspettarsi. Agenti della Squadra erano dislocati nei punti strategici dell’abitazione di Cavour in attesa del momento cruciale.
Fu l’accelerazione del battito cardiaco ad avvertirla che l’ascensore del palazzo stava entrando in azione. Udì delle voci maschili sul pianerottolo e riconobbe il timbro acuto di Cavour e quello più basso di Pallavicini. Aveva ascoltato così tante volte l’intercettazione telefonica che le sembrava di conoscerli.
I due entrarono in casa dopo aver superato le diverse barriere di sicurezza che comportavano l’immissione di un numero considerevole di codici. I due agenti all’entrata salutarono Cavour con le parole d’ordine che lui aveva concordato con le guardie del corpo.
Cavour chiacchierava amabilmente con il suo ospite, il clima sembrava disteso e Iolanda si domandò quanto Pallavicini fosse implicato nella vicenda.
«Un ultimo whisky» propose Cavour. «Poi ti preparo una stanza e per questa sera ti fermi qui».
«Grazie. Domani sistemerò tutto».
Per qualche minuto Iolanda non sentì più nulla.
«In compenso tu mi aiuterai con il quadro di Munch» replicò Vittorio. La conversazione tra i due era ripresa in salotto. «Ne parleranno tutti i giornali del mondo» aggiunse. «Accaparrarsi la versione segreta dell’Urlo è un colpo pazzesco».
«Anche questa questa volta dimostrerai di essere il numero uno…».
D’improvviso le luci dell’appartamento si spensero.
«Sono saltate le luci» esclamò Cavour. «Vado a controllare il contatore».
«Io accendo la torcia del telefono» disse Pallavicini. «Ma… com’è possibile? Sembra spento».
La Svevo controllò il suo cellulare. Era spento anche il suo. Si avvicinò al punto in cui erano appostati Aurora e Ciro nella stanza retrostante. Toccò il polso dell’agente come per assicurarsi della sua presenza. Sapeva che Aurora era dietro di lui. Si augurò che gli altri colleghi, colti alla sorpresa da quell’improvviso blackout, non facessero sciocchezze.
Poi qualcosa illuminò la sala, forse una torcia molto potente, e lei udì un rumore di passi. Di molti passi.
«Cavour, sei in arresto!» gridò una voce.
«In arresto per cosa?» urlò lui. «Ottavio, dove sei?».
«È in arresto anche lui».
Lentamente la Svevo uscì dal nascondiglio per cercare di capire cosa stesse succedendo. Da uno spiraglio intravvide diversi uomini con dei passamontagna neri. Due di loro stavano ammanettando Cavour – lo aveva visto in fotografia – e altri due facevano lo stesso con Pallavicini. Tornò sui suoi passi senza fare rumore, e con le mani indicò agli agenti di accerchiare la sala. Fu il collega nascosto in cucina a uscire per primo e uno dei sequestratori sparò, ma la Svevo fu più veloce.


Ingrid

De Vicari intravide Ingrid seduta nell’ambulanza nel piazzale della Torre Allianz. E fu la luce blu del lampeggiatore che creava a intermittenza chiaroscuri sul volto della ragazza a ricordargli dove l’aveva incontrata. Era poco più che una bambina e teneva la mano del padre, un collega e un amico, sdraiato su una barella, colpito in un conflitto a fuoco. Sarebbe morto in ospedale da lì a qualche ora.
«Avete ucciso mio padre» gli disse Ingrid con un filo di voce, « e ora avete ammazzato mio zio!»
De Vicari le rivolse uno sguardo interrogativo.
«Boninsegna era mio zio» spiegò lei.
«Ingrid, tuo padre è stato ucciso da un malvivente in una sparatoria».
«Sì, ma voi non l’avete protetto» incalzò lei con la voce rotta dal piano. «Tu che dicevi tanto di essere suo amico, non sei riuscito a impedire…».
Il commissario le accarezzò i capelli. «Mi dispiace».
Lei si asciugò gli occhi con un fazzoletto.
«Mi rincresce di averti ritrovata soltanto ora» disse De Vicari. «Forse avrei potuto evitare che facessi delle sciocchezze. Ma ora avete rapito delle persone, facendo uso delle armi…».
«E che mi dici dei signori della finanza?» incalzò lei. «I vostri rispettabili uomini d’affari che muovono miliardi e decidono chi può permettersi una casa e chi no?».
«Le disuguaglianze sociali non si affrontano con dei ricatti e con le pistole».
«Chiedilo alle famiglie sfrattate, ai ragazzi che crescono senza futuro. Chiedilo a quelli che ogni giorno lottano per un lavoro che non basta a pagare l’affitto. Noi volevamo accendere una speranza nella vita di chi non può godersi la bellezza della nuova Milano».
«E così avete buttato giù un uomo dal Bosco Verticale».
«È stata sua l’idea. L’abbiamo fatto per lui! Volevo bene a Viganò, è stato il mio professore di filosofia. Ci ha supplicato di dargli la morfina, così se n’è andato senza soffrire. Con questa azione ha dato un contributo alla causa e un senso alla sua morte».
«E cosa mi dici dell’assalto alla Torre Allianz?»
«Era l’unico modo per far sentire la nostra voce».
La Svevo si avvicinò. «Commissario, dobbiamo andare».
De Vicari si accomiatò dalla ragazza. «Ti verrò a trovare in ospedale».
«Prima che mi portino in prigione?»
«Te lo prometto».


Il bilancio

«Il bilancio finale?» chiese De Vicari alla Svevo, mentre si avviavano verso l’auto di servizio.
«Boninsegna e due dei suoi sono morti. Tre dei nostri sono stati feriti, ma non sembra sia niente di grave. Anche Ingrid si è beccata una pallottola alla gamba e secondo me sono stati i suoi amici a colpirla per errore».
«Chi è stato catturato?».
«Il famoso Pablo» disse lei, «uno degli hacker più ricercati al mondo».
De Vicari si massaggiò i baffi. «Questa sì che è una buona notizia».
«E poi altri due, anche se non li abbiamo ancora identificati».
«Comunque sei stata brava, Iolanda» si complimentò De Vicari. «Hai diretto questa operazione in modo eccellente». Il display del suo cellulare si illuminò, annunciandogli la chiamata della figlia.
De Vicari fece cenno alla Svevo di avere un attimo di pazienza e si allontanò di qualche passo dall’auto.
«Papà hai vinto un’altra volta!» esclamò Lisa entusiasta.
«Ti ho già detto che in un’indagine non ci sono ne vincitori né vinti».
«Ma sei riuscito a sconfiggere il male».
«Non è così semplice, Lisa. Talvolta ci sono persone i cui obiettivi non sono del tutto sbagliati, ma che usano gli stessi metodi dei criminali per raggiungerli».
«Ho capito, non è tutto bianco o nero» sembrò rassegnarsi lei. «In tutte le cose ci sono delle sfumature».
«Brava» approvò lui. «Mi piace quando ragioni così, dimostri di avere raggiunto una certa maturità»
«A proposito di maturità» replicò lei, «Margherita e io siamo convinte che anche tu devi imparare a guardare le cose da un altro punto di vista».
«Cioè?».
«Abbiamo prenotato il giapponese, così avrai modo di gustare meglio le prelibatezze di quella cucina!».

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