A Monet un solo quadro non basta per raccontare la realtà

by Elena Salem
A Monet un solo quadro non bastava per raccontare la realtà

L’articolo ripercorre la vita e l’opera di Claude Monet per raccontare come il padre dell’Impressionismo abbia trasformato il modo di rappresentare la luce, il colore e il paesaggio. Dall’incontro con Eugène Boudin e dalla pittura en plein air alla nascita dell’Impressionismo con Impression, soleil levant, l’articolo ricostruisce la ricerca che porta Monet a osservare come uno stesso soggetto cambi continuamente a seconda dell’ora del giorno, delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Attraverso le celebri serie dei Covoni e della Cattedrale di Rouen, Monet cerca di rappresentare il passare del tempo e le trasformazioni della luce, arrivando infine al giardino di Giverny e alle Ninfee, dove acqua, cielo e riflessi sembrano progressivamente dissolvere i confini del paesaggio. L’articolo mostra così perché Monet dipingesse più volte gli stessi soggetti: non per riprodurre ciò che aveva davanti agli occhi, ma per coglierne le continue trasformazioni.

Un covone di fieno non ha sempre lo stesso colore. Una cattedrale può essere rosa al mattino, azzurra nella nebbia del pomeriggio e dorata al tramonto. Persino la neve può cambiare colore e riflettere il blu del cielo, il viola delle ombre, il giallo del sole. Claude Monet trascorre gran parte della sua vita cercando di dimostrarlo. 

Per il grande artista francese un paesaggio non è qualcosa di immobile. Cambia con la luce, con l’ora del giorno, con le stagioni e con l’atmosfera che lo circonda. Per questo Monet dipinge lo stesso tema decine di volte. Per cogliere ogni volta una sfumatura diversa che durerà pochi istanti e poi sparirà per sempre. 

È proprio questa ricerca a cambiare la storia della pittura. Monet smette progressivamente di chiedersi quale sia il colore di un oggetto e comincia a osservare quale colore assuma in un preciso istante. 

Da caricaturista a pittore della natura 

Claude Monet nasce a Parigi il 14 novembre 1840, ma cresce a Le Havre, sulla costa della Normandia, dove la famiglia si trasferisce quando lui ha circa cinque anni. 

Da ragazzo non comincia dipingendo i paesaggi per cui diventerà famoso. Disegna soprattutto caricature. Ritrae professori e personaggi conosciuti della città accentuandone nasi, espressioni e caratteristiche fisiche. I disegni hanno successo e vengono esposti nella vetrina di un commerciante locale. 

Proprio lì Monet entra in contatto con Eugène Boudin, pittore normanno specializzato nei paesaggi e nelle scene di mare. Boudin gli propone qualcosa che modifica il suo modo di lavorare: uscire dallo studio e dipingere in presa diretta, cioè davanti al paesaggio. 

Monet comincia così a seguirlo lungo la costa della Normandia. Osserva il mare, le nuvole, il vento e soprattutto i cambiamenti della luce. Impara che il cielo non è semplicemente azzurro e che l’acqua non possiede un colore stabile. Entrambi cambiano continuamente in base a ciò che li circonda. 

È una scoperta e insieme un’illuminazione che Monet approfondirà per tutta la vita. 

Monet e la pittura en plein air 

Nel 1859 Monet si trasferisce a Parigi per proseguire la propria formazione artistica. La pittura ufficiale dell’epoca privilegia ancora i soggetti storici, religiosi e mitologici. Gli artisti studiano il disegno, copiano le opere del passato e realizzano gran parte del lavoro all’interno degli atelier. 

Monet cerca altro. Frequenta ambienti artistici meno tradizionali e incontra giovani pittori come Pierre-Auguste Renoir, Alfred Sisley e Frédéric Bazille. Con loro condivide l’interesse per la vita contemporanea e per la pittura en plein air, cioè realizzata direttamente all’aperto. 

I pittori portano cavalletti e colori fuori dagli studi e lavorano nei boschi, lungo i fiumi e nei dintorni di Parigi. La foresta di Fontainebleau diventa uno dei luoghi in cui sperimentano questo nuovo rapporto con il paesaggio. 

Dipingerlo dal vivo comporta però un problema: la luce cambia velocemente. Un’ombra si sposta. Una nuvola copre il sole. Un riflesso scompare dall’acqua. 

Monet deve quindi dipingere rapidamente. Le pennellate diventano più brevi e visibili. Il quadro non cerca più di descrivere ogni dettaglio: cerca di conservare l’impressione di un momento. 

"Impressione, levare del sole" di Claude Monet

“Impressione, levare del sole” di Claude Monet

Monet e l’Impressionismo 

Il 15 aprile 1874 Monet e altri artisti decidono di esporre le proprie opere fuori dai circuiti ufficiali. Organizzano una mostra nello studio parigino del fotografo Nadar. Tra i dipinti esposti c’è un piccolo paesaggio realizzato da Monet qualche tempo prima a Le Havre. 

Si intitola Impression, soleil levant. Il porto emerge dalla nebbia. Le barche sono appena accennate. Il sole è un disco arancione e il suo riflesso attraversa l’acqua con poche pennellate. Monet non descrive con precisione le navi, gli edifici o il porto. Cerca di restituire ciò che l’occhio percepisce in quel particolare momento del mattino. 

Il critico Louis Leroy utilizza proprio il titolo del quadro per ironizzare sulla mostra. Sul giornale Le Charivari definisce quegli artisti come “impressionisti”, insinuando che presentino semplici impressioni invece di quadri compiuti. 

Quella parola, nata come ironizzare in senso negativo,, finisce per dare un nome a uno dei movimenti più importanti dell’arte moderna. 

Monet cambia il modo di usare i colori 

Gli Impressionisti possono lavorare all’aperto anche grazie ad alcune innovazioni pratiche dell’Ottocento. Tra queste ci sono i colori conservati nei tubetti metallici, molto più semplici da trasportare rispetto ai pigmenti preparati tradizionalmente negli atelier. 

Ma Monet cambia anche il modo di usare quei colori. Un pittore accademico può mescolare diversi pigmenti sulla tavolozza prima di stenderli sulla tela. Monet preferisce spesso accostare pennellate differenti direttamente sulla superficie del quadro. 

Un’ombra, quindi, non deve necessariamente essere grigia o nera. Può contenere blu, viola, verde. La neve può riflettere i colori del cielo. L’acqua può assumere quelli degli alberi, delle nuvole o del sole. 

Monet arriva così a una conclusione fondamentale per la propria pittura: gli oggetti non possiedono un colore indipendente dalla luce che li colpisce. Ed è proprio questa convinzione che lo conduce alle sue celebri serie. 

"Facciata della Cattedrale di Rouen, tramonto" di Claude Monet

“Facciata della Cattedrale di Rouen, tramonto” di Claude Monet

Monet e i soggetti in serie per raccontare la luce che cambia 

Tra il 1890 e il 1891 Monet comincia a lavorare sistematicamente su uno stesso soggetto: alcuni covoni nei campi vicino alla sua casa di Giverny. Il soggetto è semplicissimo. Ma Monet non sta davvero studiando i covoni. Sta studiando ciò che accade intorno a loro. 

Li dipinge con la luce del mattino e con quella del tramonto. Li osserva nella nebbia, sotto il sole e durante l’inverno. In alcuni quadri dominano i toni caldi. In altri il paesaggio diventa azzurro, violetto o rosato. 

Il covone rimane nello stesso punto. A cambiare è tutto il resto. Per Monet un solo quadro, quindi, non basta. Se dipingesse il covone una volta sola, racconterebbe soltanto una delle sue possibili apparizioni. 

La serie gli permette invece di mostrare qualcosa che un singolo dipinto non può raccontare: il passare del tempo. 

Monet e la Cattedrale di Rouen  

Pochi anni dopo Monet porta questa ricerca ancora più avanti con la serie dedicata alla Cattedrale di Rouen. Tra il 1892 e il 1894 lavora a numerose tele che rappresentano quasi sempre la stessa facciata. Si sistema in edifici di fronte alla cattedrale e osserva come la pietra cambi aspetto durante la giornata. 

Il soggetto è ideale proprio perché sembra immutabile. 

Una cattedrale di pietra dovrebbe essere l’opposto di qualcosa di fuggevole. Eppure Monet dimostra che anche quella massa solida cambia continuamente davanti ai nostri occhi. 

Al mattino la facciata può apparire fredda e azzurra. Con il sole assume tonalità gialle e dorate. In altri momenti diventa rosa, viola o quasi indistinta nella foschia. 

La cattedrale rimane ferma. È la luce a trasformarla. Le tele della serie mostrano così che non esiste una sola Cattedrale di Rouen. Ne esistono tante quanti sono gli istanti in cui la osserviamo. 

Monet a Giverny  

Nel 1883 Monet si trasferisce a Giverny, un piccolo paese della Normandia che diventerà il centro della sua vita e della sua pittura. Qui non si limita a osservare un paesaggio esistente. Comincia progressivamente a costruire il paesaggio che vuole dipingere. 

Sistema il giardino, sceglie fiori e piante e crea un giardino d’acqua con un laghetto. Fa realizzare anche il celebre ponte di ispirazione giapponese. Nasce così il luogo delle Ninfee. 

Per anni Monet torna davanti allo stesso specchio d’acqua. Ma anche in questo caso il quadro non è mai davvero lo stesso. Le ninfee si spostano. Le nuvole si riflettono sulla superficie. Il vento increspa l’acqua. Il cielo cambia colore. 

A poco a poco Monet elimina quasi completamente l’orizzonte, una scelta stilistica radicale. Non sappiamo più con certezza dove finisca l’acqua e dove cominci il cielo, perché vediamo il cielo riflesso nell’acqua stessa. Il paesaggio perde i suoi punti di…. 

"Ninfee" di Claude Monet

“Ninfee” di Claude Monet

Monet e le Ninfee 

Negli ultimi anni Monet deve affrontare anche un problema che  per un pittore avrebbe potuto essere paralizzante. La cataratta compromette progressivamente la sua vista e altera la percezione dei colori. 

Continua comunque a lavorare. Le pennellate delle ultime Ninfee diventano più larghe e libere. Le forme sono sempre meno definite. In alcune tele è difficile distinguere immediatamente un fiore, una foglia o un riflesso. 

Il percorso iniziato molti decenni prima davanti al mare della Normandia arriva così alle sue conseguenze più estreme. 

Monet era partito osservando gli oggetti per capire come la luce ne modificasse l’aspetto. Ora gli oggetti sembrano quasi dissolversi dentro la luce. 

Le grandi decorazioni delle Ninfee, oggi esposte nelle sale ovali del Musée de l’Orangerie a Parigi, circondano lo spettatore con una superficie continua di acqua, piante e riflessi. Non raccontano un singolo momento. Ci immergono dentro un paesaggio che sembra non avere né un inizio né una fine. 

Cosa ci ha insegnato Monet 

Claude Monet muore a Giverny il 5 dicembre 1926, a ottantasei anni. Per oltre sessant’anni ha dipinto coste, fiumi, campi, città, covoni, cattedrali e ninfee. Ma dietro soggetti così diversi ha inseguito quasi sempre lo stesso problema: come rappresentare qualcosa che cambia mentre lo stiamo guardando? 

È per questo che dipinge lo stesso soggetto decine di volte. Non cerca il quadro definitivo di una cattedrale, di un covone o di uno stagno. Cerca le loro trasformazioni. Una facciata non è identica alle otto del mattino e alle cinque del pomeriggio. Un campo non è lo stesso in estate e sotto la neve. Uno stagno cambia quando una nuvola attraversa il cielo. 

Monet ci mostra così una realtà meno stabile di quanto immaginiamo. Le cose rimangono al loro posto, ma il nostro modo di vederle cambia continuamente insieme alla luce, al tempo e al punto da cui le osserviamo. 

E tu? C’è un paesaggio, una strada o una finestra che hai visto tante volte e che ricordi in modo particolare proprio per la luce di un certo momento? 

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