Di lei si è parlato per decenni come di una sigla, “BB”, come se due lettere bastassero a spiegare un destino. Si è parlato della diva, della sensualità, dello scandalo, del mito. Si è parlato molto meno di un’altra traiettoria: l’animalismo. Una scelta totalizzante, una dedizione che sposta l’asse della sua storia, da donna guardata a donna che prende posizione, da icona consumata a coscienza che disturba.
Nata a Parigi nel 1934, cresciuta in una famiglia borghese e devota, educata alla disciplina e alla distanza formale (al punto da dare del “lei” ai genitori), portava addosso una postura che qualcuno scambiò per arroganza e che invece era un istinto, non farsi rimpicciolire. La sua vita prende velocità per una coincidenza che sembra una predizione, una copertina, la ragazza “Bichette”, l’incontro con Roger Vadim e l’urto con un mondo che voleva amministrare la libertà femminile come fosse un patrimonio di famiglia. La pistola del padre puntata contro Vadim per un rientro oltre mezzanotte e il tentativo di suicidio di lei dicono più di mille biografie, Bardot entra nella scena pubblica avendo già conosciuto il controllo, il giudizio, la fragilità trattata come colpa.
Dietro l’apparenza