Perché il Giorno della Memoria riguarda il presente

by Elena Salem
Perché il Giorno della Memoria riguarda il presente

Secondo il Rapporto Italia Eurispes 2025, oltre una persona su tre in Italia nega l’esistenza della Shoah o ne ridimensiona la portata. il 14,1% degli italiani ritiene che l’Olocausto non sia mai avvenuto, mentre il 15,9% pensa che non abbia causato il numero di vittime storicamente documentato. Mantenere viva la Memoria non è un gesto rituale. È un dovere verso chi è stato cancellato dagli errori e dagli orrori della Storia. Ma è un dovere anche verso il presente, perché ciò che è successo non possa più accadere. 

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz. Le immagini e le testimonianze che ne uscirono rivelarono al mondo l’esistenza di un sistema industriale di annientamento fondato su deportazione, lavoro forzato e sterminio. Da quella data nasce il Giorno della Memoria, istituito per ricordare la Shoah e tutte le vittime del nazifascismo.

La memoria è un dovere storico

Mai come oggi, è importante ricordare. Per combattere ogni forma di razzismo. In un contesto globale segnato da conflitti e discriminazioni, ricordare non significa limitarsi a commemorare il passato, ma interrogare il presente. La memoria della Shoah serve a capire come si costruiscono i meccanismi dell’odio, come si normalizza la violenza e come intere società possano abituarsi all’esclusione e alla disumanizzazione.

Il film Norimberga

Non è un caso che, proprio mentre crescono il negazionismo e la rimozione, il cinema torni a confrontarsi con la Shoah e con i processi che seguirono la fine del nazismo. Nel 2025 è uscito a lo straordinario film Norimberga di James Vanderbilt con Russell Crowe e Rami Malek che racconta del processo di Norimberga, durante i quali le potenze Alleate misero sotto accusa i massimi vertici del regime nazista, chiamandoli a rispondere delle atrocità commesse durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare dell’Olocausto. 

Il film La zona di interesse

Nel 2024 è uscito il film La zona di interesse, scritto e diretto da Jonathan Glazer, vincitore di due premi Oscar (disponibile su RaiPlay). Il film racconta la vita quotidiana di Rudolf Höss, comandante di Auschwitz, e della sua famiglia: una normalità borghese fatta di lavoro, cura della casa, giochi dei figli. Il campo di concentramento è lì, accanto, separato solo da un muro. La violenza non è mostrata direttamente, ma costantemente presente, come uno sfondo che viene ignorato.

Una montagna di scarpe appartenute alle persone uccise nelle camere a gas o morte nel campo di concentramento.

Una montagna di scarpe appartenute alle persone uccise nelle camere a gas o morte nel campo di concentramento.

Cosa accadde in Germania

La Shoah non fu un evento improvviso né il risultato di una follia individuale. Fu l’esito di un progetto politico e ideologico costruito nel tempo, reso operativo attraverso leggi, propaganda e una complessa macchina amministrativa. A partire dal 1933, con l’ascesa di Hitler al potere, il regime nazista introdusse una serie di provvedimenti che trasformarono la discriminazione in norma giuridica. Le Leggi di Norimberga del 1935 privarono gli ebrei tedeschi della cittadinanza, vietarono i matrimoni misti e definirono l’appartenenza “razziale” sulla base dell’origine familiare, iscritta nei registri dello Stato.

Negli anni successivi, decreti, circolari e schedature completarono il processo. Esclusione dalle scuole e dalle professioni, confisca dei beni, obbligo di portare segni distintivi come la stella di David. Ogni passaggio fu gestito da uffici, funzionari, archivi, moduli. 

La deportazione stessa avvenne attraverso procedure amministrative. I trasporti ferroviari erano organizzati dalla Reichsbahn, i campi gestiti come strutture produttive. Lo sterminio non fu un’eccezione al funzionamento dello Stato, ma una sua applicazione radicale.

Lo sterminio riguardò 11 milioni di vittime: ebrei, oppositori politici, persone con disabilità e malati mentali, rom e sinti, testimoni di Geova, slavi e omosessuali

Nel bilancio complessivo dell’Olocausto si stimano circa undici milioni di vittime, tra oppositori politici, persone con disabilità e malati mentali, rom e sinti, testimoni di Geova, slavi e omosessuali. Tutti accomunati dall’essere classificati come incompatibili con l’idea di purezza della razza, promossa dal nazismo.

Ricordare significa quindi riconoscere che la Shoah non è la storia di una sola comunità, ma il punto estremo di una logica di esclusione resa legale, amministrabile e, a un certo punto, quotidiana. Una logica che può riemergere ogni volta che le istituzioni accettano di distinguere tra vite da proteggere e vite considerate sacrificabili.

Prima pagina del Corriere della Sera dell'11 novembre 1938

Prima pagina del Corriere della Sera dell’11 novembre 1938

Cosa accadde in Italia

Più che rievocare con una descrizione storica, pubblichiamo la prima pagina del Corriere della Sera dell’11 novembre 1938. Un titolo a caratteri cubitali che annuncia l’approvazione di leggi razziali che sancivano  l’espulsione degli ebrei da ogni impiego pubblico, dalle professioni, i divieti sulla proprietà e i matrimoni misti. 

Le leggi razziali furono annunciate da Benito Mussolini a Trieste il 18 settembre 1938 e in quella occasione lui smentì la tesi, secondo la quali sarebbe stato condizionato da Hitler. Il documento sull’antisemitismo biologico era uscito il 14 luglio 1938. In agosto il regime schedò la popolazione ebraica e il censimento fu prezioso per le successive deportazioni naziste. All’inizio di settembre arrivò la cacciata di studenti e insegnanti «di razza ebraica» da tutte le scuole. 

Per me, che vengo da una famiglia ebraica che quelle leggi le ha subite davvero – e che ha avuto parenti deportati – è impossibile guardare questa immagine senza provare dolore. Non solo per quello che è accaduto, ma per come è potuto accadere: passo dopo passo, parola dopo parola, legge dopo legge.

I dati Eurispes pubblicati all’inizio dell’articolo segnalano un problema che accade quando non si ricorda, o si distorce, per mancanza di conoscenza, quello che è accaduto nel passato e si ripetono gli stessi errori. 

È un dovere verso chi è stato cancellato dagli errori e dagli orrori della Storia. Ma è un dovere anche verso il presente, perché ciò che è successo non diventi mai più possibile. Per nessuno.

Bambini sopravvissuti ad Auschwitz - Foto Rai Scuola

Bambini sopravvissuti ad Auschwitz – Foto Rai Scuola

Il Giorno della Memoria non serve a chiudere un capitolo, ma a mantenerlo aperto

Il Giorno della Memoria serve a ricordare che le discriminazioni non iniziano con i campi di sterminio, ma con le parole, le leggi, le esclusioni quotidiane.

In un tempo in cui aumentano le forme di intolleranza e in cui la verità storica viene spesso messa in discussione, ricordare la Shoah significa esercitare uno sguardo critico sul mondo. Non per restare fermi al passato, ma per riconoscere i segnali del presente.

La memoria, se resta viva, non è solo ricordo: è uno strumento per difendere i diritti, la dignità e la responsabilità collettiva.

Raccontare quel passato oggi non è un esercizio commemorativo, ma un modo per misurare la distanza, o la pericolosa vicinanza, tra ieri e il presente.

Eppure nel mondo, vediamo ancora oggi guerre, odio, discriminazioni. Per questo non dobbiamo stancarci di ripetere:

  • nessun dolore giustifica altro dolore,
  • nessuna ferita dà diritto a infliggerne un’altra,
  • nessuna appartenenza — religiosa, etnica o nazionale — può diventare un lasciapassare per la violenza.

Ricordare significa non smettere di vedere l’essere umano nell’altro, anche quando tutto intorno spinge a scegliere un campo. E questa, oggi come allora, è la forma più alta di resistenza.

La Memoria non deve dividere. La Memoria ci obbliga a restare umani. E la dignità umana non è negoziabile. 

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