L’8 marzo non è soltanto una ricorrenza simbolica. È un termometro. Misura quanto la libertà delle donne sia reale e non soltanto dichiarata.In Italia, negli ultimi anni, non si è riusciti a far affermare con chiarezza un principio che dovrebbe essere elementare: senza consenso è sempre stupro. Se il consenso è materia di discussione, allora la libertà non è compiuta. Non è soltanto una questione giuridica. È una questione culturale.
Il linguaggio con cui raccontiamo le relazioni
Il problema non è solo la legge. È il linguaggio con cui raccontiamo le relazioni. È l’educazione che offriamo — o non offriamo — ai più giovani. È la difficoltà, ancora presente, di chiamare le cose con il loro nome.
Il consenso non è un dettaglio tecnico. Non è una formula burocratica. È il fondamento di ogni relazione libera. Eppure nel dibattito pubblico italiano continua a riemergere un’idea ambigua: che il consenso sia interpretabile, che si possa discutere “quanto fosse chiaro”, “quanto fosse esplicito”, “quanto fosse negato”. Ma se il consenso non è chiaro, allora non è consenso. Senza consenso non c’è libertà. C’è un’imposizione.
L’educazione affettiva
La violenza contro le donne non si combatte soltanto con pene più severe.
Si previene prima. Si previene insegnando il rispetto dei confini. Si previene educando alla reciprocità. Si previene parlando di emozioni, di desiderio, di rifiuto.
L’educazione affettiva e sessuale non è un tema ideologico. È uno strumento culturale. Significa insegnare che il corpo dell’altro non è mai un territorio da conquistare. Che il silenzio non è un sì. Che l’insistenza non è romanticismo. Che il rifiuto non è un affronto. Significa formare uomini e donne capaci di relazioni fondate sulla libertà, non sul possesso. Finché il consenso resta un argomento divisivo, significa che questa cultura non è ancora radicata.
Uno sguardo oltre i confini
In diversi Paesi europei la legge ha già compiuto un passo chiaro: lo stupro è definito a partire dall’assenza di consenso, non più soltanto dalla presenza di violenza o minaccia.
Svezia, Spagna, Germania, Danimarca, Belgio, Grecia, Finlandia, Irlanda e Lussemburgo — tra gli altri — hanno riformato le proprie normative introducendo un principio semplice ma decisivo: se non c’è un consenso libero e volontario, non è sesso, è violenza.
Questo significa che non è più la vittima a dover dimostrare di aver resistito fisicamente o di aver subito una minaccia. Il centro della legge diventa l’autodeterminazione della persona. Non si chiede più soltanto “c’è stata violenza?”, ma prima di tutto “c’era un sì libero e chiaro?”.
L’Europa non è uniforme, e il dibattito resta aperto in diversi ordinamenti. Ma la direzione è significativa: il consenso non è un dettaglio, è il fondamento.
La libertà femminile è un principio che deve essere continuamente chiarito, difeso e interiorizzato.
Guardare a ciò che accade oltre i nostri confini non serve a stilare classifiche morali. Serve a ricordarci che la libertà femminile non è un dato acquisito una volta per tutte, ma un principio che deve essere continuamente chiarito, difeso e interiorizzato.
In Iran, per le donne togliersi il velo è un atto politico. In Afghanistan, alle donne è negato l’accesso all’istruzione e alla vita pubblica. In questi paesi la libertà è apertamente repressa. Da noi non è negata formalmente. Ma quando il consenso è ancora oggetto di discussione, significa che la libertà non è ancora pienamente interiorizzata. La differenza è nel grado. Non nel principio.
L’8 marzo non è solo una festa, è una verifica
Non basta celebrare le conquiste. Bisogna interrogarsi su ciò che manca.La libertà delle donne non si misura nei discorsi ufficiali, ma nella possibilità concreta di scegliere. Di dire no. Di non dover giustificare quel no.
Hannah Arendt scriveva: «La libertà non è un fatto interiore, ma una realtà che si manifesta nello spazio tra le persone.» È proprio in quello spazio — tra due persone — che il consenso diventa misura concreta della libertà. Non un sentimento privato, ma una responsabilità reciproca.
Il consenso è la linea che separa la libertà dalla violenza. Se vogliamo che l’8 marzo sia più di un simbolo, dobbiamo partire da qui: dalla cultura. Dall’educazione. Dal linguaggio. Perché senza consenso non è libertà. E senza libertà non c’è parità.
Il dipinto in copertina è di Ivana Besevic.
L’8 marzo è la giornata internazionale dei diritti della donna
La Giornata internazionale dei diritti della donna ricorda le conquiste sociali, economiche e politiche ottenute dalle donne, ma anche le discriminazioni e le violenze che ancora oggi colpiscono milioni di persone nel mondo.
Secondo un’indagine dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), più di una donna su due ha subito molestie sessuali nel corso della vita a partire dai 15 anni. Una su tre ha subito violenza fisica o sessuale, una su cinque è stata vittima di stalking e circa una su venti di stupro. Il 43% delle donne ha inoltre dichiarato di aver subito violenza psicologica da parte del partner. Nel 16% dei casi gli abusi sono continuati anche dopo la fine della relazione, talvolta persino durante la gravidanza.
La ricorrenza nacque all’inizio del Novecento all’interno dei movimenti per i diritti delle lavoratrici: fu celebrata per la prima volta negli Stati Uniti nel 1909 e, dal 1911, anche in diversi paesi europei. Nel 1977 le Nazioni Unite hanno invitato tutti gli Stati membri a riconoscere ufficialmente l’8 marzo come giornata dedicata ai diritti delle donne e alla parità di genere.
In Italia la prima celebrazione risale al 1922, quando il Partito Comunista d’Italia organizzò una giornata dedicata alle donne lavoratrici, tenuta il 12 marzo.
