Prima puntata Giallo dell’estate. “Insanabili contrasti”

by Elena Salem
Insanabili Contrasti Elena Salem Prima

Prende il via il “Giallo dell’estate” de Il piacere di raccontare. Insanabili contrasti, racconto pubblicato nell’antologia Delitti in città dei Gialli Mondadori, si apre con un uomo che precipita dal Bosco Verticale di Milano. Per tutti sembra un suicidio. Ma il commissario Amedeo De Vicari, tra un sopralluogo, una misteriosa lettera d’addio e testimonianze contraddittorie, comincia a intuire che dietro quella morte potrebbe nascondersi una verità molto diversa.

Prima puntata del Giallo dell’Estate. Martedì

Non si respirava. Amedeo De Vicari si tolse la giacca e slacciò il primo bottone della camicia. Impossibile mantenere un abbigliamento formale, con quelle temperature. Un tecnico aveva appena revisionato i condizionatori della Questura, ma il suo buttava aria calda, invece di rinfrescare. Se non fossero riusciti a sistemarlo, sarebbe andato a lavorare in costume da bagno. 

Il display del cellulare si illuminò annunciandogli la telefonata di Iolanda Svevo. «Un uomo si è buttato dal ventiduesimo piano del Bosco Verticale» annunciò senza preamboli l’ispettrice capo. 

De Vicari si asciugò la fronte con un fazzoletto di carta. Non doveva più bere birra a pranzo, o sarebbe annegato in un mare di sudore. 

«Abitava in una delle due torri?» chiese. Il Bosco Verticale era il simbolo della nuova Milano, vivere lì non era cosa che riguardasse i comuni mortali.  

La Svevo assentì. «Una ragazza sostiene di averlo visto lanciarsi nel vuoto intorno all’una. Il tempo di truccarsi – ha detto proprio così – ed è scesa in strada, dove si era già radunata una piccola folla. Anzi si è scusata…» 

«Per cosa?» 

«Per non avere avuto la prontezza di fare il video». 

De Vicari si alzò e rinfilò la giacca. I social stavano deformando la percezione della realtà. Anzi, stavano sovrapponendosi alla realtà. Nessun orrore per la tragedia, soltanto il rammarico di non averla potuta rappresentare. Riannodò la cravatta. Doveva affrontare l’argomento con sua figlia, che a quindici anni non vedeva l’ora di iscriversi su Instagram e Tik Tok. 

«Ci vediamo in via De Castilla» disse al capo della sua Squadra.  

Desdemona si affacciò in ufficio. «Commissario, esce con questo caldo?» 

Lui allargò le braccia, come a dire che non era sua prerogativa scegliere.  

«Ha appena chiamato l’assistente di Proietti» gli comunicò la segretaria. 

De Vicari si attorcigliò le punte dei baffi. Se il Questore era già stato informato del suicidio, allora il morto doveva essere un personaggio degno di nota. 

«Lo chiamo io non appena sarò lì» comunicò a Desdemona. Gli tornò alla mente l’indagine che aveva condotto tre o quattro anni prima proprio al Bosco Verticale. Ogni appartamento è circondato da terrazzi che ospitano alberi e piante perenni. Aveva letto che complessivamente la vegetazione dei due palazzi corrispondeva a 30mila metri quadri di bosco. Della manutenzione degli spazi verdi non se ne occupavano i singoli condomini, ma una società esterna che li coltivava tutti come fossero “un unico giardino che si innalza verso il cielo”. Così nel 2015 il Bosco Verticale era stato premiato come “il grattacielo più bello e innovativo del mondo”. Ed era stato proprio uno dei giardinieri ad avere scovato le confezioni di coca seppellite nei vasi dell’abitazione di un calciatore.  

Durante il tragitto prenotò il ristorante per la serata. Sua figlia aveva insistito che l’incontro con Margherita avvenisse in un giapponese. Prima di confermare, De Vicari si accertò che nel locale l’aria condizionata funzionasse a manetta. 


Il sopralluogo

Quando scese dall’auto di servizio, gli agenti avevano già isolato la scena del crimine e Gino Russo stava esaminando il cadavere che giaceva a pancia in giù, metà girato su un fianco, la testa circondata da una pozza di sangue. «Cranio fracassato» commentò il capo della scientifica non appena lui si avvicinò al cadavere. «Il corpo è tutto una frattura. Faccio prima a dirti quali ossa sono ancora al loro posto».  

«La caduta si è portata via un pezzo della faccia». De Vicari aveva alzato lo sguardo verso l’ultimo piano del grattacielo. Se non ricordava male, era alto 122 metri. 

«Ci sono escoriazioni sul corpo… ma forse nel volo si è impigliato in qualche arbusto» aggiunse Russo, una sigaretta spenta all’angolo della bocca. 

I vigili stavano dirottando il flusso del traffico per impedire alle auto di entrare in via de Castilla e inevitabilmente si era creato un ingorgo, con i guidatori che premevano il clacson a turno, indemoniati. Già la morsa dell’afa era insopportabile, ci mancava quel concerto per completare il quadro. Se fosse stato per lui li avrebbe messi dentro tutti per rumori molesti. 

«Si è buttato nel giorno del suo compleanno» lo raggiunse la Svevo, che aveva in mano la carta d’identità del morto e un portafogli da cui spuntavano le carte di credito. «Si chiamava Ottavio Pallavicini, presidente della Eco Future Innovations». 

Dal Bosco Verticale uscì Ciro Rizzo, uno degli agenti della sua Squadra, con due rivoli di sudore che gli irroravano i lati del viso. Il giorno prima Rizzo gli aveva chiesto se poteva togliersi la giacca della divisa, quando era in servizio.  

Desdemona aveva risposto per lui. No, non poteva, questo era il regolamento al quale ogni agente doveva attenersi, anche a quaranta gradi.  

«In portineria dicono che il suicida abitava nella torre» riportò l’agente, «ma dieci piani più sotto». 

«Perché buttarsi da un appartamento che non era il suo?» chiese la Svevo. 

«Forse il caldo gli ha dato alla testa» azzardò Aurora Romano, la più giovane della Squadra, ma senza convinzione. Con una molletta stava cercando di imbrigliare l’enorme massa di riccioli scuri in uno chignon sulla testa, forse per intercettare un filo d’aria sul collo. 

A memoria, De Vicari non ricordava di aver mai sentito di nessuno che avesse messo fine alla propria vita all’ora di pranzo. «Andiamo di sopra» disse rivolto alla Svevo. Poi alzò la mano, come per dirle che doveva allontanarsi un attimo. «Se si è suicidato avrà lasciato un biglietto» bisbigliò prima di rispondere alla telefonata del Questore. 

Come aveva immaginato, la notizia era già online. «L’ex moglie di Pallavicini è una Caracciolo» lo informò Proietti. «Mi ha appena chiamato da Parigi disperata, ora lei vive lì. Separati sì, ma a quanto pare in ottimi rapporti e con due figli adolescenti da crescere».  

«Faccio un giro di ricognizione» replicò De Vicari, «poi rientro in Questura».  


Il ventiduesimo piano

La prima sensazione che ebbe entrando nel Bosco Verticale fu di sollievo. Un gradevole microclima da primavera. Avrebbe potuto trascorrere l’intera giornata su uno dei divani della hall del palazzo, che sembrava quella di un hotel a cinque stelle. 

Ciro si avvicinò alla reception per farsi consegnare la scheda magnetica che fungeva da chiave per ciascun appartamento. 

«Iniziamo dal piano dove si è consumata la tragedia» disse al ragazzo della sicurezza che li accompagnava, entrando in ascensore.  

«Non capisco come sia potuto succedere» disse il giovane, come se potesse avere una qualche responsabilità in quello che era accaduto. «Il servizio di sorveglianza è attivo 24 ore su 24». Aprì la porta dell’appartamento al ventiduesimo piano, informandoli che era disabitato. 

«Quant’è grande?» domandò la Svevo, girando su stessa come per valutarne l’estensione. 

«Duecentocinquanta metri quadri» rispose la loro guida. «Si affaccia su tutti i lati della torre». E forse intuendo una successiva domanda aggiunse: «È in vendita da molto tempo. Sembra che la proprietà abbia rifiutato un’offerta da 10 milioni di euro…». 

«Guardate qui!». La Svevo si diresse verso la vetrata, da dove l’uomo doveva essersi lanciato nel vuoto. La maniglia era stata scardinata. Per terra c’erano degli attrezzi. 

«Le finestre sono sigillate per evitare incidenti» intervenne un tizio in giacca e cravatta che doveva essere il capo del loro accompagnatore. «O almeno avrebbero dovuto esserle». Fece per prendere in mano le pinze, ma il commissario lo fermò: «Non le tocchi, o lascerà le sue impronte». 

«Questi attrezzi sono del nostro magazzino» spiegò lui. E indicò una targhetta che pendeva da ciascun oggetto.  

Un gesto disperato, pensò De Vicari, ma non d’impulso. 


La casa di Pallavicini

L’appartamento dove risiedeva Pallavicini, dieci piani più sotto, sembrava un negozio di quadri, più che un’abitazione. C’erano dipinti dappertutto e cornici vuote che apparivano d’un certo valore appoggiate per terra. 

«Sembra di essere in una galleria d’arte» disse la Svevo, che evidentemente aveva avuto la sua stessa impressione. 

L’ispettrice aprì l’armadio guardaroba. Tutto era perfettamente in ordine. 

Il campanello suonò. «Ho fatto chiamare Luisa Tosi, la donna delle pulizie» disse il capo della reception. Sulla porta si affacciò una donna in tuta da lavoro blu, con una fascia elastica che fermava i capelli tinti di biondo platino. 

La Svevo la invitò entrare. «Buongiorno, lei lavora in questo palazzo?». 

La donna appoggiò un secchio per terra. «Faccio le pulizie… facevo le pulizie, anche nella casa del dottore». 

«Quando è stata l’ultima volta che lo ha incontrato?». 

«Forse un mese fa. Non ricordo esattamente. Quando io arrivavo, di solito era già uscito. Con lui avrò scambiato si è no dieci parole. Non mi dava alcuna indicazione. Tranne che per i quadri, che dovevano essere spolverati alla perfezione».  

«Quando è venuta qui l’ultima volta?». 

«Questa mattina, alle otto e mezza, e me ne sono andata alle 13». 

«Ha notato qualcosa di insolito?». 

Lei esitò, cercando con gli occhi il manager da cui probabilmente dipendeva. «Il letto era disfatto da entrambe le parti…».  

Il responsabile della sicurezza la invitò a proseguire.  

«Nel lavandino c’erano due calici e una bottiglia vuota. Le lenzuola odoravano di profumo femminile». 

«Bisogna controllare le telecamere di sorveglianza» intervenne De Vicari rivolto alla Svevo, «e chiedere alla Scientifica di rilevare le impronte. Anche se è stato pulito tutto, qualche traccia potrebbe saltar fuori».  

Bisognava, inoltre, ricostruire gli ultimi movimenti di Pallavicini. Verificare a che ora fosse salito al 22esimo piano. Quanto tempo ci aveva messo per scardinare la vetrata e alla fine buttarsi. 

Ma fu Aurora che, frugando nei cassetti della scrivania, trovò la lettera. 


La lettera d’addio

De Vicari riunì la Squadra nel suo ufficio e pregò Desdemona di leggere ad alta voce le due pagine che Ottavio Pallavicini aveva lasciato ai posteri. Un testo che avevano già letto e riletto, ma che lui voleva passare ancora al vaglio. Che cosa gli stava sfuggendo? 

La segretaria cominciò dal titolo, che l’autore aveva evidenziato in stampatello: “Chiedo scusa al mondo”. «Oggi compio cinquant’anni. È il momento di dire basta alla vita. Mezzo secolo di errori sono troppi. Chiedo scusa ai miei figli che rimarranno senza padre e a cui ho dedicato troppo poco tempo, ma li ho amati con tutto il cuore». Fece una pausa. «Ho trascurato mia moglie Eleonora, facendo naufragare il nostro matrimonio, divorato dall’ansia di potere e successo. Eppure la famiglia è l’unica cosa che conta, per me».  

«Sembra un copione scritto per il teatro» disse Ciro. «Vi pare possibile che uno che sta per buttarsi dalla finestra, disperato, si esprima così?». 

Nessuno ebbe da ribattere e De Vicari fece segno a Desdemona di continuare. 

«Chiedo scusa alle persone che ho licenziato…» 

De Vicari lanciò un’occhiata alla Svevo, che aveva già svolto le prime indagini sulla Eco Future Innovations. Qualche anno prima la società di Pallavicini ne aveva acquisita un’altra e il personale in esubero era stato licenziato. 

Il testo terminava con una poesia di Pablo Neruda.  «Basta così» interruppe la lettura De Vicari. I versi erano dedicati a tutti coloro che per motivi diversi sono costretti a dirsi addio, ma non aggiungeva nulla alla comprensione dei fatti. 

«Io mi occupo delle persone licenziate» disse la Svevo. Stava per aggiungere qualcos’altro, ma si trattenne. E De Vicari aveva intuito perché. Per aprire ufficialmente un’inchiesta bisognava ci fosse un fondato sospetto di omicidio. Un sospetto doveva basarsi su delle prove che al momento ancora non avevano.  

Qualcuno bussò alla porta e Desdemona si alzò per andare ad aprire. 

In quello stesso istante De Vicari ricevette la telefonata del Questore: «Eleonora Caracciolo è già arrivata» gli comunicò Proietti, pregandolo di raggiungerlo nel suo ufficio. 

«Non ha perso tempo» ribatté De Vicari. Guardò l’orologio, erano le 19.30 

«È venuta con un aereo privato e ha portato con sé la madre e i ragazzi». 


Nuovi indizi

De Vicari compose il numero di sua figlia, mentre saliva lo scalone principale della Questura. 

«Non mi dire che vuoi rimandare…» lo anticipò la ragazza con una punta di delusione nella voce. 

«Non è che voglio, Lisa» ribatté lui. Strinse gli occhi come se dovesse mettersi al riparo dalla sua reazione. In realtà, gli dispiaceva e basta. «Devo!». Ogni volta che cambiava programma con lei – e succedeva spesso – un malessere gli invadeva il torace. «C’è stato un imprevisto». 

«È per l’uomo che si è buttato dal Bosco Verticale?» 

«Sai già tutto». Immaginò Lisa davanti al computer a fare zapping da un sito all’altro. Glielo aveva confessato lei stessa che, per non rimanerci male, provava spesso a mettersi nei suoi panni.  

«Non è stato un suicidio?» chiese. 

«C’è qualcosa che non mi convince».  

«Papà, ascoltami…». 

«Dimmi». 

«Mi hai spiegato quello che fai e io ti capisco». La sentì prendere il respiro: «Ma questo non ti dà il diritto di trascurare le persone a cui vuoi bene». Sua figlia era già diventata una maestra nell’arte del senso di colpa. Lui si era separato dalla madre di Lisa perché lo aveva posto di fronte a una scelta impossibile: il lavoro o la famiglia. Sosteneva che la sua attività in polizia fosse incompatibile con una vita normale. E Lisa all’inizio si era schierata con lei.  

La situazione era cambiata quando la sua Squadra era riuscita a liberare una ragazzina che era stata rapita – insieme ad altre coetanee – per essere venduta a trafficanti di esseri umani. Lisa aveva seguito giorno per giorno quell’indagine, che aveva tenuto con il fiato sospeso tutto il Paese. 

Sulle scale De Vicari incrociò il capo della Scientifica. «Ho delle novità per te» gli disse questi. 

Il commissario gli fece segno di lasciargli terminare la telefonata. 

«Lisa, ora ti devo lasciare. Ti chiamo appena torno a casa, se non è troppo tardi». 

«E Margherita?» chiese sua figlia. 

«Avvertirò anche lei…». 

De Vicari chiuse la telefonata, maledicendo il suo lavoro che scombinava sempre i suoi piani. Tirò fuori dalla tasca una pipa spenta e se la infilò in bocca, stringendola con i denti per padroneggiare il senso di impotenza da cui veniva assalito in situazioni del genere. 

«Ti senti bene?» lo riportò in sé Russo. 

«Tua moglie non si lamenta mai?» 

«Per che cosa?» 

«Per la vita che fai, per i tuoi orari…». 

«Eccome se si lamenta!» si infervorò l’anatomopatologo. «Quando eravamo più giovani mi faceva una scenata ogni volta che rientravo tardi, cioè quasi sempre. E minacciava di lasciarmi…». 

«E poi?». 

«Non lo ammetterebbe mai, ma se n’è fatta una ragione». 

De Vicari si rese conto di non poter perdere ulteriore tempo. «Cosa volevi dirmi?» 

«Ci sono ferite ai polsi e alla schiena, sul corpo di Pallavicini, che non appaiono compatibili con la caduta. Come se qualcuno avesse tentato di immobilizzarlo».  

«Quindi?».  

«L’impatto con il cemento ne ha maciullato la faccia, ma ho l’impressione che gli sia stato messo del nastro adesivo intorno alla bocca. Ma c’è una cosa più importante». 

«Cioè?» 

«L’ora della morte è precedente alla caduta. Ora ne sono certo. Non di molto, ma lo è». 

«Mi stai dicendo che è stato buttato giù?». 

Russo assentì. «C’è una altra cosa che non torna. Abbiamo esaminato la finestra dalla quale si sarebbe lanciato, peraltro forzando l’apertura. Non ci sono impronte di nessun tipo…».  

«Me lo sentivo» sbuffò Vicari. «Devo chiamare il magistrato». 

«È possibile che lo abbiano sedato. Chiedi al PM l’autorizzazione per un tossicologico. Era un uomo alto e robusto. Difficile da maneggiare. Avrebbe tentato di difendersi se…». Il capo della Scientifica fece per andarsene, poi tornò sui suoi passi: «Pallavicini aveva subito un intervento importante al cuore, non più tardi di due o tre mesi fa». 

«Che tipo di intervento?» 

«La sostituzione delle valvole cardiache». 

Doveva avvertire Margherita del cambio di programma, ma la Svevo anticipò la sua chiamata. 

«Era una squillo» disse lei. 

«Chi»? 

«La donna con cui Pallavicini ha trascorso la notte». 

«Come l’hai saputo?». 

«Attraverso il video registrato dalle telecamere di sorveglianza. Una donna ha suonato alla sua porta alle ventidue. Se n’è andata alle sei. Pallavicino deve aver preso accordi con l’agenzia di escort che lo ha chiamato nel pomeriggio. La chiamata è registrata sul tabulato del suo cellulare». 

De Vicari salutò Russo e si diresse verso l’ufficio del Questore. 

Inviò un messaggio a Margherita, non aveva neanche il tempo di parlarle di persona. 


Eleonora Caracciolo

Nel salottino antistante l’ufficio del Questore, Antonella stava offrendo qualcosa da bere a due ragazzi irrequieti. «Io non voglio niente» ribatté con voce fioca una signora anziana che poteva essere la loro nonna. 

L’assistente di Proietti gli fece segno di entrare. «La stanno aspettando». 

«Non può essersi tolto la vita!» esclamò Eleonora Caracciolo in Pallavicino, gli occhi di un azzurro trasparente, cerchiati di rosso, non appena furono presentati. 

«Come fa a esserne sicura?».  

«Oggi era il suo compleanno. Ci aspettava per domani …». La voce della donna si incrinò.  

Erano entrambi ancora in piedi e De Vicari la invitò ad accomodarsi nella poltroncina accanto alla sua, di fronte al Questore. 

«Come mai domani»? 

«Mio figlio aveva l’orale della Maturità ed era già a scuola, quando io ho ricevuto la telefonata». Si asciugò gli occhi con un fazzolettino. «Non ce l’ho fatta ad andare ad ascoltarlo, ma almeno lui è riuscito a terminare il Liceo. E siamo partiti il prima possibile». 

«Quando ha sentito suo marito per l’ultima volta?» 

«Ieri sera, era appena tornato da una partita a tennis, di ottimo umore».  

De Vicari le versò dell’acqua e lei ne bevve un sorso, prima di riprendere. «Ottavio ha parlato per una buona mezz’ora con Leonardo, che era agitato per l’esame e poi ha voluto salutare Anais. Ha anticipato a entrambi di aver progettato un viaggio tutti insieme». Fece una pausa per soffiarsi il naso. «Le sembra possibile che un uomo che dice queste cose ai figli stia pensando di …». Non riuscì a continuare.  

«Ma non siete separati?» domandò ancora De Vicari. 

«In questi ultimi mesi qualcosa è cambiato. Stavamo pensando di tornare insieme». 

«Vi siete sentiti, questa mattina?» 

Lei fece di no con la testa. «Ho provato a chiamarlo, anche per fargli gli auguri, ma il cellulare era staccato». 

«Non si è preoccupata?». 

«All’inizio sì. Poi mi sono detta che doveva aver avuto un contrattempo. Sapeva che eravamo occupati per via dell’esame di Leonardo». 

Il commissario le consegnò una copia della lettera che era stata ritrovata nell’appartamento. 

Lei scosse la testa. «Non avrebbe mai scritto una cosa del genere. Perché chiedere scusa al mondo?». 

De Vicari le rivolse uno sguardo interrogativo. «La firma?».  

«Quella è sua». 

Il commissario lanciò un’occhiata al Questore: dovevano passare tutto a Gualtieri, il magistrato. 

«E poi lui detestava la poesia» riprese la Caracciolo in un singhiozzo. «Ci ho provato mille volte, ma non sono mai riuscita a leggergliene una». 

«Suo marito aveva dei nemici?». 

Lei asciugò gli occhi con un fazzolettino. «Perché mi fa questa domanda?» 

«Pura formalità, signora». 

«Non che io sappia».  

«Può dirmi qualcosa del licenziamento delle persone?» chiese ancora De Vicari. 

La moglie di Pallavicini esitò. «Tre anni fa Ottavio ha comprato una società. Probabilmente ha dovuto acquisire anche il personale e alcuni dei suoi erano di troppo». 


Ingrid Monti

Ingrid Monti si presentò in commissariato alle 21. La Svevo era riuscita a rintracciare la ragazza che aveva trascorso la notte con Pallavicini. «L’agenzia ha dovuto sostituirmi per tutti gli appuntamenti della serata» sbottò lei con disappunto, non appena si fu accomodata. «Voi non avete idea del danno economico…». 

De Vicari la bloccò con la mano. Ci mancava anche quel genere di lamentele. Lui ebbe come l’impressione di avere già visto quella ragazza . 

«La mia famiglia non sa di questo mio lavoro. E se volete che vi dica qualcosa non…» 

«Ci parli dell’incontro di ieri sera con Pallavicini. In che stato d’animo era? Le ha confidato qualcosa?». 

«Non saprei, mi sembrava a suo agio». Fece una pausa. «Quando ha scoperto che mi stavo laureando ha voluto raccontarmi del libro che stava leggendo». 

«Quale libro?». 

«Le città invisibili. Di Calvino». 

«Non sono affari miei» la interruppe De Vicari, «ma come mai una persona che si sta laureando sceglie un lavoro come questo?». 

«Come la mantengo la famiglia?».  

«Lei ha dei bambini?». 

Ingrid scosse la testa. «Ho una madre ammalata e una sorella disabile che ha bisogno di cure. Questo mi è sembrato l’unico modo per far fronte alle necessità. E poi devo pagarmi gli studi». 

«Dunque avete discusso del libro, e poi?». 

«Vuole la mia opinione su di lui? Non mi è sembrato affatto sul punto di togliersi la vita». 

«Ha notato qualche segno particolare sul suo corpo?». 

«Sì, aveva una cicatrice sul torace, ha detto che era stato operato di recente al cuore». 


L’intuizione

Fu mentre si rigirava tra le lenzuola, senza riuscire a prendere sonno, che a De Vicari si accese la lampadina interiore. Al diavolo se erano le tre di notte!  

Si rizzò sul bordo del letto e prese in mano il cellulare, poi allargò le braccia come se dovesse giustificare a qualcuno, oltre che a se stesso, una telefonata a quell’ora. 

«Gino, non mi dire che stavi dormendo…». Digrignò i denti, come se fosse pronto a ricevere un cazzotto in faccia. 

«Amedeo?» replicò il capo della Scientifica con la voce impastata del sonno. «Soffri d’insonnia?». 

«Ma chi è, a quest’ora?» biascicò una voce femminile da qualche parte. 

«Temo che abbiamo preso un abbaglio». De Vicari si arricciò le punte dei baffi. 

«In che senso?». 

«Puoi descrivermi Pallavicini?». 

«Aspetta, mi allontano dalla camera da letto, così almeno lascio dormire mia moglie». 

«Già che ci sei, prendi anche la sua carta d’identità». 

«Miiiinchia…» inveì. «Ti sembra normale che mi porto a casa la carta d’identità di un morto?» 

«Guarda sul cellulare» ribatté lui, senza scomporsi, «te l’ho mandata io oggi dall’ufficio». 

«Anche fortunato, sei…»  

«Descrivimelo fisicamente». 

«Un uomo di circa 1.85, robusto. Non può essere bastata una sola persona per buttarlo giù». 

«Dimmi qualcosa di più su di lui». 

«Della ferita sul torace te ne ho già parlato». 

«Occhi?» 

«Scuri» 

«Ora per favore controlla questi dati con la sua carta d’identità». 

Ci fu un istante di silenzio. «Non so come sia potuto succedere, Amedeo…». 

«Cioè?» 

«Qui c’è scritto occhi azzurri, alto 1.75».  

Fece il numero della sua segretaria e le chiese di rintracciare la moglie di Pallavicini. 

«Dottore, io sono abituata alle sue incursioni notturne» replicò lei, «ma non è meglio aspettare domani? La signora mi è sembrata piuttosto provata…». 

«Si fidi di me, Desdemona» la interruppe lui. «La signora sarà felice di ricevere la mia telefonata». 


Un’altra identità

Compose il numero della Pallavicini, lo lasciò squillare diverse volte, nessuno rispose. Ormai era sveglio, tanto valeva alzarsi dal letto. Controllò l’aria condizionata: era al massimo. Andò in cucina e infilò una cialda nella macchinetta. Senza un buon caffè la giornata non poteva avere inizio.  

In quel momento il display del cellulare segnalò una chiamata. 

«Signora Pallavicini?» 

«Commissario, mi ha cercata?». 

«Sì, devo parlarle». 

«A quest’ora?» 

«Mi può dire qualcosa sull’operazione al cuore che ha subito suo marito?» 

«Quale operazione?» 

«La sostituzione delle valvole cardiache». 

«Ottavio non ha mai subito un’operazione del genere». 

Prese la pipa e se la mise in bocca, ma non la accese. «Di che colore aveva gli occhi suo marito?». 

«Azzurri». 

«Ottima risposta.» 

«Commissario, che significa?». 

«L’uomo che si è ucciso aveva gli occhi scuri. Ed era molto più alto di suo marito». 

«È sicuro di quello che dice?» 

«E aveva subito un’operazione al cuore». 

«Ringrazio il cielo, commissario!» esclamò la donna. «Ma allora… dov’è Ottavio?». 

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