Nella puntata precedente: Il commissario De Vicari indaga sul suicidio di un uomo lanciatosi dal Bosco Verticale di Milano, identificato come l’imprenditore Ottavio Pallavicini. Nonostante la lettera d’addio e le apparenze, diversi dettagli insospettiscono la polizia.
In questa puntata: Mentre De Vicari cerca di far luce sul mistero del Bosco Verticale, un nuovo caso richiama la sua attenzione: un uomo viene rapito dalla Torre UniCredit di Milano. Le modalità del sequestro presentano inquietanti somiglianze con quanto accaduto il giorno precedente e spingono il commissario a chiedersi se i due episodi siano collegati. Intanto, lontano dagli investigatori, qualcuno sembra avere già pianificato la prossima mossa.
Seconda Puntata del Giallo dell’Estate. Mercoledì
A De Vicari era toccata una figlia che non assomigliava per nulla ai suoi coetanei che divoravano pizza e hamburger con le patatine; Lisa andava pazza per i ristoranti giapponesi.
«Mia cara, permettimi qualche suggerimento» intervenne Margherita mentre la ragazza era assorta nella lettura del menu. «Ho vissuto in Giappone, quando avevo la tua età…»
Lisa alzò la testa di colpo e scrutò la sua interlocutrice come fosse un marziano.
«Mio padre si trasferì a Tokyo per lavoro» le spiegò «e portò con sé la famiglia, cioè mia madre, mia sorella e io».
«Quanto tempo hai vissuto a Tokyo?».
«A sufficienza per conoscerne la cucina e tante altre cose…».
Era la prima volta che De Vicari presentava a Lisa una donna e l’esito dell’incontro non era affatto scontato. La conversazione sembrava aver preso un buon avvio, tanto che la cameriera passò due volte per le ordinazioni senza riuscire a catturare la loro attenzione.
Ma lui aveva altro in mente.
L’uomo del Bosco Verticale era prima stato ucciso e poi buttato giù da una vetrata del ventiduesimo piano. Le maniglie della vetrata erano state scardinate, ma la Scientifica non aveva rilevato nessuna impronta. E quell’uomo non era Pallavicini.
«Papà, tu cosa prendi?». De Vicari trasalì. Era l’ultimo dei suoi pensieri, anche se per la verità un discreto appetito ce l’aveva.
«Questa sera sarai tu a occuparti di tuo padre» replicò. «Ma ti prego, abbi pietà di me, non esagerare con gli accostamenti azzardati».
«Azzardati rispetto a che cosa?». Sottolineò la domanda facendo roteare le bacchette in aria. Era un continuo ping pong, tra di loro. Lisa gli avrebbe dato del filo da torcere in un futuro non troppo lontano. «Papà, devi adattarti a usanze diverse dalle tue. Siamo in una società multietnica. La parola d’ordine è inclusione».
«Quando una figlia comincia a darti lezioni» sospirò lui, «allora vuol dire che hai fatto il tuo tempo». Si asciugò con il tovagliolo i baffi intrisi di un sugo dolciastro. Gli avevano servito un antipasto a base di gamberetti e ananas che, secondo le sue commensali, era uno degli abbinamenti più “normali” che offriva quel ristorante.
Gli toccò pasteggiare con una centrifuga a base di carote, mela e zenzero. Cercò di pensare al lato positivo della questione: dopo la cena non avrebbe sudato come un tricheco. Ma sulla bacchette era stato irremovibile: «Io mangio con forchetta e coltello».
Il display del cellulare annunciò la chiamata di Iolanda Svevo. Scrutò accigliato lo schermo del portatile, indeciso sul da farsi.
«Cosa fai, non rispondi?» gli disse Margherita, seduta al suo fianco.
«Papà, prendi la telefonata…»le fece eco sua figlia, di fronte a lui. «Ti conosco, se resisti alla tentazione sarai nervoso per tutta la serata. Vedrai che non sarà nulla di importante».
Lui si alzò per rispondere a Iolanda. Raggiunse un angolo vicino al bar, dove sperava in una maggiore riservatezza
«Mi dispiace disturbarla» si scusò lei.
«Fa niente, cos’è successo?»
«Un uomo è stato rapito dalla Torre di UniCredit».
Doveva aver assunto un’espressione spettrale, quando tornò al tavolo. Tanto che le sue ospiti non provarono neanche a chiedergli spiegazioni. E lui non fece finta di sedersi di nuovo al suo posto.
Ripiegò il tovagliolo e si infilò la giacca per andarsene.
«Non ti preoccupare per Lisa» gli disse Margherita. «La accompagno io a casa, noi due abbiamo ancora molte cose da dirci».
Il rapimento
Quando De Vicari salì in auto, accese subito la radio, ma la notizia non doveva essere ancora circolata. Chiamò di nuovo la Svevo. «Chi è la persona rapita?» le chiese.
«Leonardo Casagrande».
«Lo dovrei conoscere?»
«Non è una persona nota, ma ha delle responsabilità all’interno banca».
«Com’è successo?»
«Tre persone incappucciate e armate sono entrate nel suo ufficio e l’hanno obbligato a seguirli. Anche a lui è stato infilato un passamontagna».
«A che ora è accaduto?»
«Più o meno alle 20.30. Se n’è accorto uno dei tecnici delle telecamere di sorveglianza, ma con una mezz’ora di ritardo rispetto a quando è avvenuto il fatto».
«Com’è possibile?».
«Gli impianti hanno avuto un blackout prima del rapimento e subito dopo. La stessa cosa che è accaduta al Bosco verticale».
De Vicari abbassò il volume della radio: «Mi stai dicendo che nessuno li ha visti entrare né uscire?».
«Così sembra. Non ho ancora avuto la possibilità di guardare le riprese. L’amministratore delegato della banca e il capo della sicurezza stanno arrivando. È stato lui a telefonare alla polizia».
«Casagrande ha famiglia?»
«È sposato con due figli».
«Yolanda, io sto arrivando. Se è rimasto qualcuno in banca, trattienilo. Bisogna parlare con chi è ancora lì. Tu vai dalla moglie di Casagrande. Dobbiamo farci un’idea sull’uomo che è stato rapito».
La Svevo rimase in silenzio.
«Convoca la Squadra per domani mattina» disse ancora De Vicari. «Vorrei un identikit delle persone che sono state licenziate dalla società di Pallavicino. L’elenco di quelle che lavorano al Bosco Verticale e alla Torre di UniCredit. Includi il personale di servizio…».
«La situazione si sta complicando» commentò lei, «e ho la sensazione che non sia finita qui». Talvolta De Vicari aveva l’impressione che la Svevo anticipasse i suoi pensieri. «Manda altri due agenti» ribatté, «vorrei che cominciassero a esaminare le riprese delle telecamere della Torre e nei locali nei dintorni che sono ancora aperti a quest’ora».
«Mi sono fatta dare anche un organigramma dell’azienda e i numeri di telefono di tutti i dirigenti e in particolare quello dei collaboratori di Casagrande».
«Ottimo, comincia a inviarmelo …». Si fermò di colpo, appena in tempo per non mettere sotto un pedone che stava attraversando la strada. «Dobbiamo parlare questa sera stessa almeno con qualcuno di loro. Ogni minuto può essere prezioso».
Stava per chiudere la telefonata. «Convoca in commissariato per domani la donna delle pulizie del Bosco Verticale» aggiunse. «Ci sono diverse cose che non tornano nella dinamica dei fatti».
La Torre di UniCredit
De Vicari salì al ventesimo piano della Torre di UniCredit, dove c’era l’ufficio di Casagrande, scortato dal responsabile della sicurezza. La Scientifica stava per arrivare. Bisognava rilevare le impronte ed eventuali altre tracce lasciate dai sequestratori. Non era convinto sarebbe servito a molto, ma valeva la pensa provarci. Come al Bosco Verticale, non avevano a che fare con degli sprovveduti.
«Quanto è alto questo palazzo?» chiese al suo accompagnatore.
«Se si considera anche la guglia, 231 metri. È il palazzo più alto d’Italia».
«Stanno arrivando due agenti della mia squadra» lo informò De Vicari, «per visionare le riprese delle telecamere di sorveglianza e poi anche la Scientifica».
«Ora?».
«Il prima possibile».
De Vicari uscì dall’ascensore, ma non c’era nessun ufficio. «Dove siamo?» chiese.
«Al ventiquattresimo piano» rispose il capo della sicurezza.
«Una terrazza che non è aperta al pubblico, se non in occasioni speciali».
De Vicari si guardò intorno: le pareti erano vetrate e la vista spettacolare.
«Di giorno si può ammirare tutta la città» continuò il dirigente UniCredit con un certo orgoglio.
«A Nord, in giornate particolarmente limpide, la vista si estende fino alle Alpi. A sud si può vedere il Duomo. A Ovest i grattacieli del nuovo quartiere di City Life, la Torre Allianz e…».
«La ringrazio ma per una visita panoramica tornerò in circostanze meno drammatiche» lo interruppe De Vicari. «Ora andiamo nell’ufficio di Casagrande».
L’uomo rispose a un citofono interno. «Sono arrivati i suoi uomini».
Luisa Tosi
«Sono stata convocata in Questura per domani mattina» disse Luisa Tosi ad alta voce, chiudendosi la porta di casa alle spalle. Appese la borsa sul gancio all’entrata. Quando rientrava la sera si sentiva soffocare, abituata a lavorare in lussuosi appartamenti con l’aria condizionata. Annusò l’aria. Franco si era deciso a preparare qualcosa da mangiare. Sentiva un profumino di pomodoro.
«Mi hai sentito?» gridò. Lui sbucò dal cucinino, il grembiule bisunto legato in vita. «Non c’è bisogno di urlare. Dall’altra parte del muro sentono tutto».
Luisa scosse la testa. «Sono preoccupata» disse.
«Di cosa?» replicò lui. «Tutto sta andando secondo i piani».
«E se non fossi capace di reggere la parte?». Si girò verso il fornello. Intinse nel sugo un pezzo di pane e lo mise in bocca. Aveva fame.
«Che parte?» fece Franco girando gli spaghetti nell’acqua bollente.
Lei si diresse verso il bagno. «Dov’è Pallavicini?» chiese dal corridoio
«È un nome che non devi mai pronunciare» perse la pazienza lui. «Sono stato chiaro?».
Lei sbuffò rumorosamente. «Non mi hai risposto».
«Al sicuro».
«Al sicuro dove?».
«È meglio che tu non lo sappia».
«Sta collaborando, almeno?»
«Dovrà farlo» ribatté Franco.
«La posta in gioco è alta anche per lui».
«E quel bastardo di Casagrande?»
«Lui se la dovrà vedere con me».
Luisa si sedette a tavola. Guardò verso l’alto. La macchia sul soffitto sopra il fornello stava allargandosi paurosamente. Perché la vita aveva permesso a quegli idioti che avevano rapito di abitare in una reggia, mentre a loro era stata destinata una topaia?
«Ho paura dell’incontro di domani».
«Stai calma».
«Avranno già capito qualcosa…».
«Di sicuro. La Caracciolo si sarà resa conto che il cadavere non è quello del marito».
«Hai sentito la radio? Parlano di noi come del “mistero del Bosco Verticale”».
«Manca ancora il terzo atto» le rispose Franco.
«Il terzo atto è la parte più complicata».
Franco si alzò da tavola. «Devo andare. Joseph ha recuperato le armi».
