Elena Ferrante, la scrittrice che ha conquistato il mondo senza mostrarsi mai

by Carolina Capria

In questo articolo viene ripercorsa la straordinaria parabola letteraria di Elena Ferrante, dal debutto nel 1992 con L’amore molesto fino al successo internazionale con la tetralogia de L’amica geniale. Viene approfondita la sua radicale scelta di anonimato, motivata dall’idea che un’opera debba vivere in modo autonomo senza il filtro della vita o del volto dell’autore, ponendosi nel solco di grandi figure come Jane Austen, le sorelle Brontë e Virginia Woolf. Infine, il testo ripercorre l’inchiesta finanziaria condotta da Claudio Gatti per svelarne l’identità — riconducibile ad Anita Raja — e il conseguente dibattito etico sui limiti del giornalismo e sul diritto degli autori a preservare la propria riservatezza.

Per oltre trent’anni milioni di lettori hanno letto i libri di Elena Ferrante senza sapere chi li abbia scritti. Non conosciamo il suo volto. Non partecipa ai festival. Non rilascia interviste in televisione. Non firma copie nelle librerie.

Eppure i suoi romanzi sono tradotti in decine di lingue, L’amica geniale è diventata una serie televisiva internazionale e il suo nome compare da anni tra i possibili candidati al Premio Nobel.

Perché una scrittrice decide di rinunciare a tutto ciò che oggi sembra indispensabile per avere successo? 

L’esordio con L’amore molesto

Il nome Elena Ferrante compare per la prima volta nel 1992 sulla copertina di L’amore molesto, pubblicato dalla casa editrice Edizioni e/o.

Il romanzo racconta la storia di Delia, che torna a Napoli dopo la morte improvvisa della madre Amalia. Mentre cerca di ricostruire gli ultimi giorni della sua vita, è costretta a confrontarsi anche con il proprio passato, con il rapporto difficile con la madre e con la sua città che conserva ricordi dolorosi.

L’amore molesto (1992)

Già in questo primo libro compaiono molti dei temi che diventeranno centrali nella sua narrativa: la maternità, la memoria, la violenza e i rapporti familiari vissuti senza idealizzazioni.

Nel 1995 il regista Mario Martone trae dal libro un acclamato adattamento cinematografico interpretato da Anna Bonaiuto. La presentazione della pellicola in concorso al Festival di Cannes e il suo successo di critica e pubblico contribuiscono a proiettare la figura di Ferrante ben oltre i confini del mondo letterario, trasformando la sua opera — e il mistero attorno alla sua identità — in un vero e proprio caso mediatico e culturale. 

I romanzi che l’hanno resa una delle scrittrici più lette al mondo

Negli anni successivi Ferrante continua a pubblicare romanzi che ricevono un’attenzione crescente.

Con I giorni dell’abbandono (2002) racconta la crisi di Olga, una donna che vede crollare improvvisamente il proprio matrimonio dopo essere stata lasciata dal marito. Anche questo romanzo diventa un film, diretto da Roberto Faenza e interpretato da Margherita Buy.

Nel 2006 pubblica La figlia oscura, una riflessione intensa e spesso scomoda sulla maternità, sul desiderio di libertà e sui sensi di colpa che possono accompagnare molte donne. Nel 2006 pubblica La figlia oscura, una riflessione intensa e spesso scomoda sulla maternità e sulle sue ambivalenze: attraverso la storia di Leda, una professoressa universitaria in vacanza che si ritrova a confrontarsi con i propri ricordi, il romanzo esplora il desiderio di libertà e i sensi di colpa che possono accompagnare le scelte d’indipendenza di una madre. Nel 2021 Maggie Gyllenhaal ne dirige l’adattamento cinematografico con Olivia Colman, candidato a tre Premi Oscar.

La figlia oscura (2006)

Il successo mondiale arriva però nel 2011 con L’amica geniale, primo volume di una tetralogia completata da Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta e Storia della bambina perduta.

Attraverso le vite di Elena Greco, detta Lenù, e Raffaella Cerullo, detta Lila, Ferrante racconta oltre cinquant’anni di storia italiana: dall’infanzia delle due ragazze in un rione popolare di Napoli fino alla loro età adulta. L’amicizia tra le due protagoniste diventa il filo conduttore di una storia che attraversa scuola, lavoro, matrimonio, maternità, politica e trasformazioni sociali del Novecento.

Il successo internazionale di L’amica geniale

Il fenomeno Ferrante esplode soprattutto all’estero. Le traduzioni inglesi realizzate da Ann Goldstein fanno conoscere i suoi romanzi a milioni di lettori negli Stati Uniti. Le principali testate americane, dal New York Times al New Yorker, dedicano ampio spazio alla tetralogia, che entra anche nei programmi di numerose università.

Nel 2016 la rivista Time inserisce Elena Ferrante tra le cento persone più influenti del mondo, pur senza conoscere la sua identità.

Due anni dopo, nel 2018, L’amica geniale diventa una serie televisiva prodotta da Rai e HBO, diretta nelle prime stagioni da Saverio Costanzo. La serie contribuisce a rendere ancora più conosciuti i romanzi e trasforma Napoli in una meta visitata da lettori provenienti da tutto il mondo.

Perché Elena Ferrante ha scelto di nascondere la propria identità?

Oggi siamo abituati a conoscere gli scrittori quasi quanto i loro libri. Li seguiamo sui social, li ascoltiamo nei podcast, li vediamo nei festival letterari e nelle interviste televisive. Spesso sappiamo dove vivono, quali sono le loro opinioni, come lavorano, la vita sentimentale e come trascorrono il tempo libero.

Elena Ferrante ha scelto il percorso opposto.

A spiegare le ragioni della scelta dell’anonimato è stata la stessa Ferrante, che nei suoi scritti e nelle interviste – rilasciate esclusivamente via mail – ha più volte chiarito la propria decisione. Più che per un’esigenza di riservatezza personale, la sua scelta nasce dalla volontà di rimettere al centro ciò che conta davvero: la storia e chi la legge. Per la scrittrice, infatti, un libro ha un valore autonomo rispetto a chi lo compone: una volta pubblicato non ha più bisogno dell’autore, ma deve imparare a camminare con le proprie gambe.

Per Ferrante il lettore non dovrebbe essere influenzato dal volto dell’autore, dalla sua biografia o dalla sua notorietà. Il lettore deve incontrare soltanto la storia che legge.

Una tradizione che parte da lontano

La scelta di Ferrante non nasce dal nulla. Molte scrittrici del passato hanno dovuto trovare il modo di proteggere la propria libertà e di far giudicare le loro opere senza i pregiudizi riservati alle donne.

Quando Jane Austen pubblicò i suoi primi romanzi all’inizio dell’Ottocento, non comparve il suo nome in copertina. Libri come Ragione e sentimento e Orgoglio e pregiudizio erano firmati semplicemente By A Lady (“Scritto da una signora”).

Qualche anno più tardi anche Charlotte, Emily e Anne Brontë decisero di nascondersi dietro gli pseudonimi maschili di Currer, Ellis e Acton Bell. Temettero che un nome femminile spingesse lettori e critici a considerare i loro romanzi semplici racconti sentimentali invece che opere letterarie di valore.

Ferrante vive in un’epoca molto diversa. Nessuno le avrebbe impedito di pubblicare con il proprio nome. La sua scelta, però, nasce dalla stessa esigenza: fare in modo che l’attenzione si concentri sull’opera e non sulla persona che l’ha scritta.

Una “stanza tutta per sé”

Dietro questa decisione si può riconoscere anche l’influenza di Virginia Woolf.

Nel saggio Una stanza tutta per sé, pubblicato nel 1929, Woolf sostiene che una donna possa scrivere davvero soltanto se dispone di uno spazio indipendente, libero dalle aspettative degli altri.

Per Elena Ferrante quella “stanza” non è soltanto un luogo fisico. È anche il diritto di sottrarsi alla continua esposizione pubblica. Rinunciare alle fotografie, alle apparizioni televisive e alla costruzione di un personaggio significa difendere uno spazio in cui la scrittura possa nascere senza dover essere continuamente spiegata o giustificata.

Per questo Ferrante ha sempre rifiutato di essere conosciuta come una celebrità. Ha scelto di essere, semplicemente, una scrittrice.

Il caso di Claudio Gatti

Per molti anni il mistero di Elena Ferrante ha alimentato curiosità e ipotesi. C’era chi pensava che dietro lo pseudonimo si nascondesse la traduttrice Anita Raja, chi indicava lo scrittore Domenico Starnone, chi immaginava addirittura un gruppo di autori.

Fino al 2016, però, nessuna di queste ipotesi aveva mai superato il livello della semplice speculazione.

Le cose cambiano nell’ottobre di quell’anno, quando il giornalista investigativo Claudio Gatti pubblica un’inchiesta in contemporanea su diverse testate internazionali. Anziché analizzare lo stile dei romanzi o cercare testimonianze, decide di seguire un’altra strada: ricostruire i movimenti economici legati ai diritti d’autore.

L’inchiesta su Anita Raja

Esaminando documenti catastali, acquisti immobiliari e compensi della casa editrice Edizioni e/o, Gatti arriva alla conclusione che dietro il nome di Elena Ferrante ci sia Anita Raja, traduttrice e collaboratrice della stessa casa editrice.

L’inchiesta fa immediatamente il giro del mondo. Molti giornali la presentano come la soluzione definitiva di uno dei più grandi misteri della letteratura contemporanea.

Anita Raja, però, non conferma né smentisce. Anche la casa editrice continua a rispettare la volontà dell’autrice di non rendere pubblica la sua identità.

Un dibattito che divide il mondo della cultura

Più ancora dell’identità di Ferrante, a far discutere è il metodo utilizzato per arrivarci.

Molti scrittori, editori e lettori criticano l’inchiesta, sostenendo che nessun successo editoriale possa giustificare un’indagine sulla vita privata di un autore che ha sempre dichiarato di voler rimanere anonimo. Secondo altri, invece, conoscere chi si nasconde dietro uno pseudonimo rappresenta un legittimo interesse giornalistico.

Il dibattito si allarga rapidamente e finisce per porre una domanda più generale: esiste un diritto all’anonimato per uno scrittore? Oppure, quando un autore diventa un personaggio pubblico, la curiosità dei lettori può prevalere sulla sua volontà?

È una domanda a cui ancora oggi non esiste una risposta condivisa.

Paradossalmente, l’inchiesta di Claudio Gatti non cambia il modo in cui vengono letti i romanzi di Elena Ferrante. Cambia piuttosto il modo in cui guardiamo al loro mistero. Per alcuni sembra averlo risolto. Per altri ha dimostrato proprio ciò che Ferrante aveva sempre sostenuto: che l’attenzione per la biografia dell’autore rischia spesso di oscurare la cosa più importante, cioè i suoi libri.

La scelta di Elena Ferrante

Dopo oltre trent’anni, la vera identità di Elena Ferrante continua a essere oggetto di discussione. C’è chi ritiene che dietro lo pseudonimo si nasconda Anita Raja, chi continua a sostenere altre ipotesi e chi pensa che il mistero non sarà mai risolto.

Forse, però, è proprio questo il punto.

Per tutta la sua carriera Ferrante ha cercato di spostare l’attenzione dalla persona all’opera. In La frantumaglia scrive che i libri, una volta pubblicati, non hanno più bisogno del loro autore. Devono trovare da soli i propri lettori e costruire, pagina dopo pagina, un rapporto diretto con chi legge.

È una posizione insolita in un’epoca in cui gli scrittori sono spesso chiamati a raccontare continuamente se stessi. Oggi il pubblico conosce il volto degli autori, segue le loro interviste, i loro profili social e le loro opinioni. Ferrante ha scelto di rinunciare a tutto questo, convinta che la letteratura possa esistere anche senza un personaggio da osservare.

Paradossalmente, proprio questa assenza ha contribuito a renderla una delle scrittrici più riconoscibili del nostro tempo. Non conosciamo il suo volto, ma riconosciamo immediatamente la sua voce: quella con cui racconta l’amicizia, la maternità, il desiderio di emancipazione, i rapporti familiari e le contraddizioni dell’essere umano.

Forse è questa la sua eredità più importante. Ricordarci che un libro può continuare a parlare anche quando chi lo ha scritto sceglie di rimanere in silenzio.

E tu? Quando leggi un romanzo senti il bisogno di conoscere chi lo ha scritto, oppure pensi che un libro possa parlare anche senza il volto del suo autore?

Carolina Capria
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