Il mostro creato da Frankenstein, nel romanzo di Mary Shelley, torna ora su Netflix in un film diretto da Guillermo Del Toro

by Cecilia Dallera

C’è un momento in cui un’autrice prende la penna e compie un gesto che non è soltanto letterario: è politico. Mary Shelley ha vent’anni quando dà alla luce Frankenstein, ma ne serviranno altri cinque perché possa firmare la sua opera. Il mostro di Frankenstein, considerato oggi uno dei personaggi simbolo della diversità – celebrato dalla Festa di Halloween  – torna ora su Netflix, in un film diretto da Guillermo Del Toro.

Nella prima edizione, il romanzo della Shelley esce anonimo e riscuote subito un relativo successo. L’opinione pubblica lo attribuisce al marito poeta, Percy Shelley, non immaginando che un libro tanto radicale potesse essere opera di una donna.  Ma nella seconda, del 1823, Mary decide di firmarlo con il suo  nome.

È un gesto silenzioso — una semplice firma sulla prima pagina interna — ma a suo modo rivoluzionario. In un’epoca in cui l’autorialità femminile viene guardata con diffidenza. Il suo non è un gesto di vanità, ma una scelta consapevole. La volontà di far uscire la propria opera dall’aurea maschile. Il desiderio e il diritto di essere riconosciuta come autrice.

«Mi sono dedicata con cuore e mente a quest’opera. Se ha un’anima, è la mia». (Lettera privata, 1823)

«Desidero scrivere non per vanità, ma per lasciare un’impronta. Voglio che la mia voce non venga dimenticata». (Mary Shelley, lettera del 1822)

Il mostro di Frankestein nell'adattamento cinematografico di Guillermo Del Toro.

Il mostro di Frankestein nell’adattamento cinematografico di Guillermo Del Toro.

Victor Frankenstein

Il romanzo narra la storia di Victor Frankenstein, uno scienziato che crea un “essere umano”, assemblando parti di diversi  cadaveri. E racconta di come quella “creatura”, inizialmente di indole buona, venga trasformata in un mostro, a causa del rifiuto sociale e dell’abbandono da parte del suo stesso creatore. Il romanzo affronta il tema della responsabilità della scienza nei confronti della società, i suoi limiti etici e morali. 

Ma c’è di più. Nel raccontare di un mostro creato e poi respinto, la Shelley denuncia un mondo che crea donne e poi le riduce al silenzio.  Anche se l’autrice non l’ha mai dichiarato apertamente, è questa una delle interpretazioni  che oggi diverse scrittrici  – come Ellen Moers, Sandra Gilbert, Susan Gubar, Anne Mellor e Nadia Fusini –    considerano una chiave di lettura per comprendere le opere della Shelley.

La nascita di una voce ribelle

Mary Shelley nasce il 30 agosto 1797 a Londra, in un ambiente che è un crocevia di idee radicali e progressiste.

Sua madre, Mary Wollstonecraft, è una pioniera del pensiero femminista, autrice del rivoluzionario A Vindication of the Rights of Woman (1792), dove scrive: «Non desidero che le donne abbiano potere sugli uomini, ma su sé stesse». Ma la madre muore a pochi giorni dalla sua nascita, segnando per sempre la sua vita, lasciandole in eredità un patrimonio di coraggio intellettuale e dedizione civile.

Il padre di Mary, William Godwin, è filosofo e autore di Political Justice, un testo che contesta l’autorità costituita e promuove un ideale di giustizia e di libertà individuale.

Mary cresce immersa nei libri, nel dibattito e nella convinzione che la parola sia uno strumento di cambiamento e se ben utilizzata possa avere un potere immenso.

In casa Godwin, il pensiero è azione, e scrivere equivale a esistere. Anni dopo, ricordando la propria giovinezza scriverà: «Mi insegnarono a considerare la mente umana come capace di elevarsi oltre i limiti imposti dalla consuetudine. È questa fede che non ho mai abbandonato».

La sua giovinezza non è priva di inquietudini: viaggia molto, si innamora, soffre. A sedici anni fugge con Percy Shelley, sposato e più grande di lei, verso un’esistenza che sarà costellata di scandali, povertà, nascite e lutti. Ma anche di scrittura, riflessione e tentativi costanti di affermare la propria identità.

"Frankestein" di Mary Shelley.

“Frankestein” di Mary Shelley

L’indimenticabile estate del 1816, senza sole.

L’estate del 1816 — trascorsa alla Villa Diodati, sul Lago di Ginevra — è uno dei momenti più ricordati della storia letteraria. L’eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, ha oscurato il cielo e raffreddato le temperature in tutta Europa.  È un “anno senza estate”  e gli ospiti della villa, costretti a restare chiusi in casa per giorni, si sfidano a scrivere una storia dell’orrore.

Mary, poco più che diciottenne, è l’unica donna tra giganti: Percy Shelley, Lord Byron, John Polidori. Ma è lei a concepire la figura destinata a sopravvivere a tutti.

Una notte, Mary ha una sorta di allucinazione: un uomo inginocchiato davanti a una creatura che nasce come un assemblaggio di parti, ma animata da una scintilla di vita. Come racconterà nella prefazione del 1831: «Mi ritirai per pensare. Non riuscivo a scrollarmi di dosso la mia immaginazione. Mi vidi il pallido studente delle arti non sacre, inginocchiato accanto alla cosa che aveva messo insieme».

Nasce così la storia di Victor Frankenstein – uno scienziato ossessionato dal desiderio di creare la vita – e della sua “creatura”: un essere generato dall’ambizione, ma subito abbandonato dal suo stesso artefice perché non corrispondeva a ciò a cui aveva voluto dare vita e che, anzi  considera un mostro.

Frankenstein, simbolo della diversità

Il “mostro” in seguito, viene respinto e perseguitato anche dal mondo che lo circonda. È un racconto grottesco, ma che contiene anche delle riflessioni etiche e filosofiche.  Parla della solitudine di chi è “diverso” e della sua difficoltà a essere accettato senza pregiudizi dalla società.

La creatura diventa un simbolo universale della “diversità” .

In questo senso, Frankenstein può essere letto come  metafora della vita di Mary stessa: una giovane donna che sfida le aspettative della società, crea qualcosa di radicale, ma viene guardata con diffidenza. Il romanzo parla di un’esclusione che va oltre la finzione, toccando la realtà vissuta da chi tenta di uscire dai ruoli imposti.

Una vita tra luce e tenebra

Percy Bisshe Shelley e Mary Shelley

Percy Bysshe Shelley e Mary Shelley

La vita dell’autrice è segnata da passioni intense e dolori profondi, che influenzano la sua opera e la sua crescita personale. Il rapporto con Percy Shelley, poeta visionario ma anche figura complessa e controversa, è un elemento centrale nella sua esistenza. Insieme sfidano le convenzioni sociali del loro tempo, ma la fama ingombrante del marito spesso offusca il riconoscimento del talento di Mary.

Nel 1822, Percy muore annegato durante una tempesta nel Golfo di La Spezia. Mary ha appena ventiquattro anni. Rimasta sola con un figlio piccolo e un’eredità culturale immensa, sceglie di non ritirarsi: continua a scrivere romanzi, racconti, articoli e biografie.

Tra i suoi lavori più noti: Valperga (1823), L’ultimo uomo (1826) — una profetica narrazione post-apocalittica — e Falkner (1837). Cura con dedizione l’opera del marito, ma costruisce anche un’identità letteraria propria.

“Non posso restare nell’ombra. Scrivere è la mia unica via per tornare alla luce.” (Diario, 1835)

Mary Shelley non diventa una celebrità del suo tempo. Ma lentamente conquista rispetto e spazio, anche in un mondo che avrebbe preferito vedere un uomo con la penna in mano.

L’eredità: una pioniera della voce femminile

Mary Shelley non scrive manifesti né proclami femministi, ma la sua stessa esistenza e il suo percorso artistico diventano un esempio potente di emancipazione.

La firma in calce a Frankenstein rappresenta molto più di un riconoscimento editoriale: è il primo passo in un cammino lungo due secoli, in cui le donne scrivono, creano, rivendicano.

Dopo di lei, altre scrittrici — da George Eliot a Virginia Woolf — potranno rivendicare più apertamente la propria voce.

La creatura di Mary attraversa generi e secoli: ispira romanzi, film, opere teatrali, riflessioni filosofiche e dibattiti etici sulla scienza e sull’identità. Oggi, a duecento anni di distanza, nuove trasposizioni cinematografiche e serie televisive confermano quanto il suo messaggio resti vivo e attuale.

A distanza di due secoli, quella firma continua a rappresentare un segno di libertà. Non appartiene solo a una giovane donna dell’Ottocento, ma a chiunque scelga di affermare la propria voce in un mondo che tende a zittire l’altra metà del cielo.

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