In questo articolo la Redazione de Il piacere di raccontare racconta il primo appuntamento del Gruppo di lettura online, svoltosi in due stanze virtuali parallele: una dedicata al saggio “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf, condotta da Elena Salem, e una al libro “Le braci” di Sándor Márai, guidata da Manuela Scilironi. Le riflessioni degli amici della community hanno toccato i grandi temi dei due libri: lo spazio femminile, l’amicizia tradita, la solitudine e la verità che non arriva mai del tutto.
Bellissima serata, il primo appuntamento dei due Gruppi di lettura online de Il piacere di raccontare. Un debutto che ha dimostrato quanto sia forte il desiderio di leggere e condividere nella community. La serata è stata articolata in due stanze virtuali parallele: in una, condotta da Elena Salem, si è discusso del saggio Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf; nell’altra, guidata da Manuela Scilironi, i partecipanti hanno esplorato insieme le pagine del romanzo Le braci di Sándor Márai.
Gli amici hanno condiviso riflessioni ed emozioni suscitate dal libro che hanno letto. C’è chi ha condiviso una riflessione ad alta voce, chi ha preferito affidare un pensiero alla chat e chi ha scelto semplicemente di ascoltare.
Serve ancora una stanza tutta per noi? La nostra serata con Virginia Woolf
Rosanna M., amica storica della community, ha dato il via alla serata con una lettura ad alta voce del celebre passaggio dedicato a Judith, l’immaginaria sorella di Shakespeare. I partecipanti si sono ritrovati immersi nella storia di questa donna, dotata dello stesso genio del fratello ma condannata all’invisibilità e infine al suicidio perché le dinamiche del suo tempo le negavano qualsiasi spazio nel mondo.
Questa figura ha aperto la strada a molte riflessioni spontanee sul dolore legato al talento femminile sprecato e soffocato nel corso della storia, richiamando anche vicende reali di riscatto e fatica, come quella della pittrice Artemisia Gentileschi.
Lo stile della Woolf. Tra fascinazione e fatica
Dall’incontro è emerso anche un confronto sulle difficoltà iniziali legate allo stile della Woolf. Clelia D., Alessandra M. e Giovanni C. hanno raccontato la loro iniziale fatica, dovuta a una scrittura che procede per digressioni costanti e continui riferimenti alla letteratura inglese dell’epoca.
Per molti questo aspetto ha richiesto una lettura attenta, matita alla mano, quasi come uno fosse uno studio. Eppure, una volta preso il ritmo, quello stesso flusso di pensieri ha catturato i lettori.
A questo proposito, Davide G. ha condiviso un parallelismo con il film Amadeus, ricordando la risposta di Mozart a chi gli criticava l’eccesso di note: “Ci sono quelle che servono”. Allo stesso modo, la Woolf usa le parole necessarie, lasciando un’impressione forte anche quando non si afferrano subito tutti i meccanismi della sua scrittura.
La metamorfosi della “Stanza”. Luogo fisico o spazio interiore?
Il confronto si è sviluppato intorno alla domanda cardine del saggio: se abbiamo ancora bisogno di una stanza tutta per noi oggi, e che cos’è questo spazio nel nostro quotidiano. Le risposte hanno sdoppiato la discussione, mostrando due modi diversi ma speculari di vivere il testo.
Da un lato è emerso il bisogno di uno spazio concreto, fisico e materiale. Wilma R. ha raccontato, non senza emozione, di aver dovuto aspettare che il figlio andasse a vivere da solo per riuscire a occupare la sua camera, trovando finalmente quel silenzio indispensabile per scrivere che prima le veniva costantemente sottratto dalle incombenze di casa.
Anche Enrica F. ha scherzato sul suo angolo di totale intimità, faticosamente ricavato in un piccolo ambiente che i figli, ironicamente, continuano a chiamare “la lavanderia”.
Dall’altro lato, per partecipanti come Aurora C., Alessandra M. ed Enrica F., la stanza si è trasformata in un luogo soprattutto mentale. Diventa la capacità di fare silenzio dentro di sé, di isolarsi dalle richieste del mondo esterno e, soprattutto, di liberarsi da quel senso di colpa tipicamente femminile che impone di mettere sempre il dovere davanti al piacere personale.
A unire queste due visioni è stato l’intervento di Giulia G., che ha allargato la prospettiva: oggi le nostre stanze sono fatte anche di diritti conquistati, come la possibilità di studiare, lavorare, guadagnare e votare. L’obiettivo comune, allora, diventa semplicemente quello di arrivare ad avere tante stanze quante ne hanno gli uomini.
Lo specchio, il potere e la mente androgina
I due concetti chiave del saggio sono lo “specchio” e la “mente androgina” – ovvero una mente che non è né maschile né femminile, non etichettata e completamente libera dagli stereotipi di genere. Su queste due idee si sono concentrate le riflessioni degli amici presenti.
La Woolf scrive che, per secoli, le donne hanno assunto il ruolo di specchi capaci di riflettere la figura dell’uomo raddoppiata rispetto alle sue dimensioni reali. Questo significa, in parole semplici, che le donne sono state usate come uno strumento per far sentire l’uomo più forte e sicuro di sé, rimanendo loro stesse nell’ombra. Giusi F. e Loredana hanno commentato questa immagine, sottolineando come oggi la sfida sia proprio quella di rompere questo gioco di riflessi per ritrovare una propria dimensione autentica, senza vivere in funzione della sicurezza altrui.
Subito dopo, la discussione si è spostata sulla mente androgina, l’ideale woolfiano di una mente che unisce la parte maschile e quella femminile per essere davvero creativa e libera da risentimenti. Vincenza, Maria G. e Giancarlo hanno espresso il loro accordo su questa visione: per scrivere e per pensare in modo profondo non serve la contrapposizione, ma una fusione armonica che superi le barriere di genere.
Il parallelismo finale. Un tragico presentimento?
Verso la fine dell’incontro, Alessandra M. ha sollevato un interrogativo profondo che ha unito la finzione letteraria alla realtà biografica dell’autrice. Ha fatto notare il legame tra il suicidio con cui Virginia Woolf fa terminare la vita dell’immaginaria Judith, la sorella di Shakespeare, e il fatto che la vita stessa della Woolf si sia conclusa nello stesso modo. Alessandra ha chiesto a tutti se pensassero che questi due fatti possano essere legati, quasi che quella storia scritta fosse una premonizione.
Un libro da tenere sul comodino
L’incontro si è concluso con la promessa di ritrovarsi presto, lasciando la sensazione di aver attraversato un testo che ha ancora molto da dire. A riassumere lo spirito della serata è stato il messaggio finale di Roberta B., che riassume lo spirito della serata:
«Non amo la saggistica e ho fatto fatica, ma tengo questo libro sul comodino per consegnarlo a mia figlia non appena si sarà laureata. Perché il pensiero di Virginia non è solo sul femminismo, ma sulla necessità fondamentale di avere spazi e risorse per poter realizzare se stessi».
Cosa rimane di un’amicizia dopo quarantuno anni di silenzio? La nostra serata con Sándor Márai
Manuela Scilironi ha condotto la serata. Nicoletta C., amica storica della community e specializzata in lettura interpretata, ha aperto con una lettura ad alta voce del brano che introduce Nini, la balia novantunenne del generale Henrik. Da lì è nata una discussione sui grandi temi del libro, l’amicizia tradita, la solitudine, la verità che non arriva mai del tutto – e cosa rimane quando le fiamme si spengono e restano solo le braci.
La lettura di Nini
Nicoletta C. ha letto il brano che introduce Nini, la balia novantunenne del generale Henrik. L’invito di Nicoletta è stato quello di ascoltare a occhi chiusi. Márai ha scritto: «La forza di Nini dilagava per tutta la casa, attraversando le persone, i muri, gli oggetti, come la corrente elettrica che sul piccolo palcoscenico dei teatrini ambulanti mette in moto di nascosto le marionette».
Giovanna N. ha aggiunto una riflessione sul personaggio: «Nini mi sembra uno dei personaggi più belli e sottovalutati. È una presenza silenziosa ma fondamentale, una figura stabile in un mondo che si sgretola. Dà calore a un libro che altrimenti sarebbe quasi soffocante nella sua tensione».
Nicoletta C. ha condiviso: «Márai rende personaggi e ambienti quasi fisici. Resta spiazzante la mancanza di assunzione di responsabilità degli uomini. Krisztina sceglie di morire e Nini di vivere e amare».
La solitudine di Henrik
Mario D. G. ha sollevato il tema che ha attraversato tutta la discussione. «Più di metà del romanzo è un soliloquio. Henrik non fa quasi parlare l’amico, dà lui stesso le risposte. Questo aspetto mi ha inquietato. È un uomo che vive nelle sue convinzioni assolute senza mai confrontarsi davvero».
Mariella C. ha risposto con una lettura diversa. «Henrik si è costruito i propri schemi mentali per anni. Alla fine non è più importante conoscere la verità. Per lui era così. Le certezze che ci costruiamo ci danno pace, anche se sono soggettive. Questo rispecchia la vita reale».
Daniela S. ha replicato: «La solitudine è assoluta, ma ci sono tutte le categorie: amore, orgoglio, vendetta. Forse è stato inutile aspettare 41 anni per una verità che Henrik già conosceva e che Konrád non conferma».
L’amicizia e il tradimento
Romano G. ha aperto una riflessione sull’amicizia maschile. «Márai descrive un legame che va oltre la gelosia o il bisogno di appartenenza. Krisztina è una persona libera e il generale capisce che lei deve vivere la sua vita. Ma il tradimento con l’amico rompe qualcosa di sacro».
Inoltre, Romano aggiunto un dettaglio preciso sulla scena della caccia. «Henrik avverte con la sensibilità del cacciatore che l’amico gli sta puntando il fucile alle spalle. Konrád non ha il coraggio di sparare e la preda scappa. Lì l’amicizia si è trasformata in odio, forse perché Konrád amava Krisztina ma non voleva tradire l’amico».
Romano ha anche proposto un parallelo letterario. «Il finale mi ricorda il capitolo “Il grande inquisitore” de “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij. Come il Cristo di fronte all’Inquisitore, Konrád non risponde alle domande incalzanti. Forse la verità va compresa attraverso il silenzio».
Laura M. ha portato una lettura diversa. «Sarò impopolare, ma per me alla fine vince l’amicizia. Nonostante l’invidia e l’odio, Konrád non uccide l’amico. Il loro rapporto resta sopra ogni cosa. È un messaggio sulla sacralità dell’amicizia che va oltre il male che si sono fatti».
Selene ha scritto in chat: «Si parla di amicizia con la “A” maiuscola. Il rapporto è rimasto vivo come la fiamma sotto le braci. I due si continuano a voler bene e a rispettarsi, nonostante il silenzio».
La verità e il finale aperto
Patrizio P. ha messo a fuoco il problema centrale del romanzo. «La tensione del momento in cui Konrád punta l’arma contro Henrik è magistrale. Nel finale, però, la tensione non si scioglie. È un monologo d’accusa in cui Henrik sostiene che l’amico lo abbia sempre odiato e invidiato. Ma noi abbiamo solo la verità del generale, che ha rimuginato per 41 anni e 43 giorni».
Maria F. ha riflettuto su come non esista una verità assoluta: «Non esiste una verità assoluta. Nonostante il faccia a faccia, la distanza tra i due non viene colmata».
Maria Teresa L. ha aggiunto: «L’incontro serve ad Henrik per dare voce alle risposte che ha già dentro di sé».
Isabella R. ha proposto una lettura del gesto finale. «Il generale capisce che amore e odio bruciano nel tempo e restano le braci. La vendetta diventa insignificante».
Mari ha aggiunto: «Il gesto finale di rimettere a posto il ritratto di Krisztina è fondamentale. Henrik smette di combattere contro il passato e riconosce che amore e tradimento fanno parte della vita».
Il contesto storico
Manuela ha allargato la prospettiva. «Il crollo dell’Impero Asburgico è rappresentato dal generale. Konrád appartiene a un mondo nuovo, legato all’arte e alla spiritualità. C’è una dicotomia profonda tra i due, che va oltre il tradimento personale».
Paola P. ha individuato il tema più ampio. «Il protagonista ripercorre i ricordi non solo per l’amicizia, ma per trovare il significato della propria vita giunta al termine. È un libro densissimo di riflessioni sulla maturità».
Maria F. ha infine aggiunto: «Le passioni giovanili sono un fuoco distruttivo. In vecchiaia diventano un calore tiepido che fa accettare il passato.»
Ogni lettore ha trovato ne Le braci qualcosa di diverso: chi la solitudine, chi la sacralità dell’amicizia, chi l’impossibilità di una verità condivisa. Forse è proprio questo che rende il libro ancora così vivo, ottant’anni dopo la sua scrittura.
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- Cecilia Dallera

