Che valore ha per voi la cultura oggi? Quale impatto ha avuto sulle vostre vite?

Il tema della cultura è oggi più attuale che mai. Viviamo in un tempo segnato da disinformazione digitale, flussi continui di notizie –  spesso non verificate – tensioni geopolitiche e trasformazioni tecnologiche rapidissime. Un tempo che chiede risposte semplici a problemi complessi e che premia la velocità più della riflessione.

In questo contesto, la cultura non può essere un lusso né un ornamento da esibire. Deve diventare uno strumento essenziale di orientamento: per distinguere il vero dal falso, per comprendere le conseguenze delle nostre scelte, per imparare a leggere il presente senza subirlo.

Ma la cultura non è solo conoscenza. È anche ampliamento degli orizzonti, capacità di contemplare più punti di vista, esercizio dell’ascolto, allenamento alla complessità. È ciò che ci permette di non ridurre la realtà a slogan, di non trasformare le differenze in minacce, di non confondere l’opinione con il fatto.

La parola stessa cultura affonda le sue radici nel verbo latino colĕre, che significa “coltivare, prendersi cura”. Nelle opere di Cicerone, colĕre si riferisce tanto ai campi da arare quanto alle relazioni, alle virtù e allo studio. «Agros colere, amicos colere, virtutem colere, studia colere», ovvero coltivare la terra, ma anche coltivare l’amicizia, la virtù e il pensiero. Gesti diversi, uniti dalla stessa idea di cura.

Cicerone parla di cultūra animi, la “cura dell’anima”. Un esercizio continuo della mente che accompagna l’essere umano da una vita guidata dall’istinto a una vita più consapevole, civile. La cultura, in questo senso, non è accumulo di nozioni né un’etichetta da indossare. È un processo vivo, che educa lo sguardo, forma il pensiero e orienta l’azione. 

Senza cultura rischiamo di muoverci senza strumenti interpretativi, esposti alla semplificazione e alla manipolazione. Coltivarla significa prendersi cura di sé, degli altri e della comunità in cui viviamo. Significa imparare a scegliere, a comprendere, a restare umani anche quando il contesto spinge alla distrazione o alla violenza verbale.

È da questa idea di cultura — come cura, ma anche come apertura, responsabilità e presenza — che nasce l’ultimo appuntamento di Incontriamoci tra le righe.
Abbiamo chiesto agli amici della community che valore ha per loro la cultura e quale ruolo occupa nelle loro vite. Le testimonianze raccolte restituiscono un mosaico ricco e sfaccettato, capace di raccontare ciò che la cultura può essere oggi: antidoto, rifugio, resistenza, nutrimento quotidiano.

La cultura è antidoto all’ignoranza e al caos digitale

Quando il presente è dominato da sovrainformazione e fake news, la cultura assume un altro ruolo determinante, ovvero quello del discernimento.

Davide Zuini richiama la necessità di un “nuovo umanesimo”, capace di distinguere il vero dal falso, la complessità dalla banalizzazione. «Io credo che, rispetto a quello che è forse il pensiero maggioritario, questo sia il periodo in cui la cultura è diventata più importante che mai. Sono convinto che proprio il bombardamento mediatico necessiti di profonda conoscenza per poter valutare quello che si nasconde dietro il velo di un’informazione spesso e sempre più di parte».

Anche Rita Parrella insiste sul valore della scelta consapevole, contro la passività indotta dal flusso continuo dei contenuti digitali. «Questo significa per me avere una cultura oggi: scegliere, senza abbandonarsi al flusso di contenuti che la società digitale ci impone. Provare a non essere individui passivi alla stregua di autonomi».

Davide Grosso la paragona al pane.  Un nutrimento quotidiano che dovrebbe essere un diritto di tutti. «La sua fruizione deve essere accessibile a tutti, diventa un vero e proprio diritto umano non di competenza né di caste né di nicchie». La cultura serve a ragionare con la propria testa, senza lasciarsi soggiogare dalla violenza.

Qui la cultura emerge come atto politico nel senso più profondo, strumento di libertà e responsabilità individuale.

Curiosità e umiltà di chi si sente sempre in cammino

Molti interventi rifiutano l’idea di cultura come etichetta o status da esporre in un salotto, per mostrare il proprio valore. Invece, la cultura è per se stessi, per crescere, e vivere con consapevolezza.

Al centro c’è la curiosità, accompagnata dall’umiltà di chi si sente sempre in cammino. Rosanna Masciari racconta una crescita fatta di letture condivise e gesti quotidiani, senza mai definirsi “colta”: «Regalare un libro era un gesto naturale, quasi inevitabile. Allo stesso modo è stato spontaneo regalare ai miei figli giochi a Natale. E la Befana, insieme alla calza, ha sempre portato libri. Perché la cultura, per me, è sempre stata un dono quotidiano».

Mariella Cantella definisce la curiosità come la miccia originaria di ogni percorso culturale, resa possibile anche grazie a spazi di condivisione come questa community:
«È la curiosità la miccia che innesca la cultura. Più siamo curiosi, più tutto quello che ieri non sapevamo e oggi sappiamo diventa cultura. Tutto quello che ci arricchisce e ci migliora è cultura. È un valore fondamentale, senza il quale non c’è crescita e innovazione».

Ne nasce un’idea di cultura lontana da ogni staticità, continuamente rimessa in gioco dall’esperienza.

Un atto di resistenza e di responsabilità civile

Per alcuni, la cultura diventa anche presa di posizione.
Marzia Maestrello, insegnante, la descrive come un atto continuo di resistenza e memoria: «Per me, a sessant’anni, la cultura continua a essere un atto di resistenza. Non è mai stata semplice accumulo di nozioni, ma presa di posizione. Oggi più che mai la cultura ha il valore di un argine: contro l’odio facile, contro la semplificazione, contro la perdita di memoria».

Clelia Del Prete definisce la cultura come ciò che permette di mantenere il senso ultimo dell’essere umani, anche quando intorno sembra restare ben poca umanità. Conoscere diventa un modo per non disertare il presente: grazie alla cultura scegliamo di partecipare consapevolmente alla vita che ci circonda, senza restare spettatori passivi.

La cultura  rende liberi

Lo sguardo, dal singolo individuo, si allarga poi alla dimensione collettiva. Maria Fantauzzi vede nella cultura una forma di difesa e di emancipazione: «Ritengo la cultura una grande arma di difesa dei popoli perché dà ad essi la possibilità di replicare, di confrontare e confrontarsi, di comprendere. Conoscere ciò che è stato fa comprendere meglio ciò che è».

Luciano Tolin intreccia memoria storica ed esperienza personale, mettendo a confronto il dopoguerra e il presente.
«Nel dopoguerra, la vita era una lotta giornaliera e costante per la sopravvivenza, per riuscire a mangiare e riscaldarsi tutti i santi giorni. Perché in quest’epoca di grandi passi tecnologici, esiste una parte molto importante dell’umanità che non ama la vera cultura, ma pensa di essere colta? Ora che posso sedermi alla mia scrivania, finalmente circondato da ciò che mi piace, fra cui lo scrivere, mi accorgo che la vita ha un senso se siamo noi a darglielo».

Rifugio e salvezza quotidiana

Per molti, la cultura è, innanzitutto, un  riparo. 

Stefania Villani racconta di un’infanzia segnata dal bisogno di nascondersi, trasformando un armadio e una torcia in una soglia verso altre vite, altre possibilità: «Che cos’è la cultura? È rifugio, tepore, vita… È casa».

Anche Cristian Belculfinè  “sente”la cultura come spazio protetto, una stanza interiore trasmessa dal padre artista, capace di dare forma e ordine al periodo dell’adolescenza:
«Le storie cominciarono a fare quello che lui aveva sempre detto: smuovere. Mettere ordine. Dare respiro. Da allora non ho più smesso di leggere. Perché non è un lusso: non abbellisce, scava. Non è un passatempo: lascia segni».

Monica Guardino ricorda un libro regalatole a cinque anni, il 25 aprile. Eredità di libertà che nutre ancora oggi. «Quel libro è ancora con me, nella mia libreria, curata come un luogo prezioso. È il simbolo di ciò che la cultura rappresenta per me, in tutte le sue forme: un’eredità, una promessa, uno spazio di libertà. Oggi so che la cultura nutre, salva, apre: più la si condivide, più cresce».

In queste testimonianze, la cultura non è ornamento, ma salvezza concreta, proprio come scriveva Simone De Beauvoir:

«Quando ero una bambina, quando ero un’adolescente, i libri mi hanno salvato dalla disperazione: ciò mi ha convinto che la cultura è il più alto dei valori»

Dalle voci della community emerge una cultura profondamente viva e necessaria. Una presenza che cresce nella condivisione, che matura con le esperienze personali, che sa proteggere, orientare, aprire possibilità verso un futuro migliore.

Non è un sapere da esibire né un’etichetta da indossare. È qualcosa che si pratica ogni giorno. Nel leggere e nel ricordare, nel distinguere il vero dal falso, nel prendere posizione, nel resistere alla semplificazione e alla passività.

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Ecco i commenti più significativi

Ecco i commenti più significativi che abbiamo ricevuto per la rubrica #IncontriamociTraLeRighe dagli amici della community de Il piacere di raccontare.

Cristian Belculfinè

Mariella Cantella

Clelia Del Prete

Maria Fantauzzi

Davide Grosso

Monica Guardino

 

Marzia Maestrello

Rosanna Masciari

Rita Parrella

Luciano Tolin

Stefania Villani

Davide Zuini

 

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