Perché scriviamo storie?

by Elena Salem
Perché scriviamo storie?

In questo articolo Elena Salem riflette sul bisogno umano di raccontare storie. Perché leggiamo romanzi? Perché sentiamo il desiderio di scrivere, tenere un diario o condividere un’esperienza? Attraverso esempi che spaziano da Tolstoj a Jane Austen, l’articolo esplora il ruolo della narrativa come strumento per dare significato alla realtà, comprendere noi stessi e creare connessioni con gli altri. Perché le storie non servono soltanto a evadere dal mondo: ci aiutano a interpretarlo e a sentirci meno soli.

Se leggere i romanzi e racconti ci aiuta a capire qualcosa di noi stessi, perché sentiamo anche noi il bisogno di raccontare delle storie? È una domanda che mi pongo perché io stessa sento questo bisogno da sempre.  Le storie esistevano molto prima dei libri. Molto prima della scuola. Gli esseri umani si raccontano storie da migliaia di anni. Le raccontavano attorno ai fuochi, nelle piazze, nelle corti, nelle famiglie. Le affidavano alla memoria prima ancora che alla scrittura. E forse non è un caso. 

Le storie esistevano molto prima dei libri. Molto prima della scuola. Gli esseri umani si raccontano storie da migliaia di anni. Le raccontavano attorno ai fuochi, nelle piazze, nelle corti e nelle famiglie. Le affidavano alla memoria prima ancora che alla scrittura. È uno dei modi che abbiamo per dare significato alla nostra esperienza umana e per dare un senso a ciò che stiamo vivendo o abbiamo vissuto. 

Dare un senso a ciò che viviamo 

Le vicende della vita accadono spesso in modo caotico e inaspettato. Le emozioni si sovrappongono e ci sopraffanno. Gli eventi non seguono una logica precisa. Le persone entrano ed escono dalla nostra esistenza lasciando tracce che talvolta comprendiamo soltanto molti anni dopo. 

Le storie fanno qualcosa di diverso. Prendono il caos dell’esperienza umana e provano a dargli una forma. Un inizio. Uno sviluppo. Una conclusione. Non perché la vita funzioni davvero così. 

Costruire significati 

Ma perché gli esseri umani hanno bisogno di costruire significati. Forse è anche per questo che raccontiamo quello che ci accade agli altri. Quando ricordiamo un amore, un viaggio, una delusione o un incontro importante, stiamo già trasformando un’esperienza in una storia che può far scattare dei meccanismi di identificazione con chi ci legge e aiutarlo a mettere a fuoco i suoi sentimenti.  

Perché altri hanno vissuto prima di lui, o stanno vivendo in quel momento la stessa esperienza e stanno soffrendo come lui. Una storia può far scattare meccanismi di identificazione in chi la ascolta o la legge. Può aiutarlo a mettere a fuoco sentimenti che non riusciva a nominare. Può offrirgli una prospettiva diversa sulla propria vita. E qualche volta può persino lenire un dolore. Perché ci ricorda che altri esseri umani hanno vissuto prima di noi — o stanno vivendo in questo momento — esperienze simili alle nostre. E che non siamo soli. 

La narrativa non è una fuga dalla realtà 

Spesso si pensa che la narrativa sia una forma di evasione. Un modo per allontanarsi dalla realtà. Ma i grandi romanzi fanno esattamente il contrario. Ci riportano dentro la realtà. 

Solo che la osservano da un’altra prospettiva.  Quando Tolstoj racconta di Anna Karenina non sta parlando soltanto di una donna dell’Ottocento e della rottura del suo matrimonio. Sta parlando del desiderio, della libertà, della ricerca della felicità e del peso del giudizio sociale.  Quando Jane Austen racconta Elizabeth Bennet, non sta parlando soltanto di una giovane inglese del primo Ottocento. Sta raccontando il rischio di giudicare gli altri troppo in fretta e la difficoltà di riconoscere i propri errori. 

Le storie inventate spesso ci aiutano a capire la vita reale più di molte spiegazioni teoriche. 

La verità nascosta nella finzione 

Può sembrare un paradosso. Eppure la narrativa funziona proprio così. Racconta eventi che non sono mai accaduti per aiutarci a comprendere esperienze che accadono continuamente. 

I personaggi non esistono nella realtà, pur essendo verosimili. Le loro paure invece esistono. I loro desideri esistono. Le loro fragilità esistono. Le loro speranze esistono. Per questo possiamo riconoscerci in loro. E forse è proprio questa la forza della fiction: raccontare verità umane attraverso storie immaginate. 

Perché sentiamo il bisogno di scrivere 

Non tutti desideriamo diventare scrittori di professione. Ma quasi tutti noi, almeno una volta nella vita, sentiamo il bisogno di raccontare. Tenere un diario. Scrivere una lettera. Ricordare un episodio. Condividere una storia personale. 

Perché? Forse perché raccontare significa lasciare una traccia. Significa dare forma a qualcosa che abbiamo vissuto, anche se questo prende la forma di un racconto di fantasia. 

Significa provare a comprendere meglio noi stessi. Ma c’è anche un’altra ragione. Scriviamo perché speriamo che qualcuno possa riconoscersi in ciò che raccontiamo. Che leggendo una nostra storia possa pensare: “Anch’io mi sono sentito così”. “Anch’io ho vissuto qualcosa di simile”. “Anch’io ho avuto quella paura”. 

Le storie ci mettono in relazione con gli altri

Ogni storia è, in fondo, un tentativo di comunicare con gli altri. Un modo per dire: “Questa è la mia esperienza del mondo”. E nello stesso tempo per porre una domanda rivolta agli altri: “È capitato anche a te?” 

Forse è per questo che continuiamo a leggere storie. E forse è per questo che continuiamo a scriverle. Perché ci aiutano a sentirci meno soli. Perché trasformano esperienze individuali in qualcosa che può essere condiviso. 

Perché ci ricordano che, dietro le differenze di epoca, cultura e biografia, gli esseri umani continuano a interrogarsi sugli stessi temi fondamentali: l’amore, la perdita, la paura, il desiderio, il tempo, la ricerca di un significato.  E forse è proprio qui che nasce il bisogno di raccontare. Dal desiderio di comprendere la vita. E di condividerla con gli altri. 

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