In questo articolo Elena Salem ripercorre il valore profondo della letteratura a partire da una domanda fondamentale: ma i romanzi servono davvero a qualcosa? Dalla provocazione di Umberto Galimberti alla potenza dei grandi classici, fino al tentativo di riconoscere i romanzi come un laboratorio dell’esperienza umana, oltre la logica della pura utilità e dell’efficienza. Un viaggio dentro il potere delle storie, tra empatia, identità e ricerca di se stessi, alla scoperta della verità che si nasconde dietro le pagine capaci di cambiare il nostro modo di guardare il mondo.
Ci sono attività che la nostra società considera immediatamente utili. Imparare una lingua straniera. Approfondire le proprie competenze professionali. Seguire un corso di formazione. Acquisire abilità tecniche per il lavoro.I benefici sono evidenti. Si vedono. Si misurano.
Leggere un romanzo, invece, sembra appartenere a un’altra categoria. Non aumenta automaticamente il nostro stipendio. Non ci rende più efficienti. Non risolve problemi pratici.
E allora viene spontaneo chiedersi: i romanzi servono davvero a qualcosa? Da lettrice, e da persona che da anni condivide con altri la passione per i libri e le storie, mi capita spesso di tornare su questa domanda.
La letteratura è una forma di conoscenza dell’esperienza umana.
Ma se i romanzi fossero soltanto un passatempo, non avrebbero attraversato i secoli. Eppure continuiamo a leggere Tolstoj, Jane Austen, Dostoevskij o Hemingway. E non solo loro. Quante storie ci hanno tenuti svegli una notte intera?
Un’altra osservazione ci sono storie che emozionano persone che vivono in epoche, paesi e culture completamente diverse da quelle in cui sono state scritte.
Forse è per questo che mi ha colpito la provocazione del filosofo e psicoterapeuta Umberto Galimberti: «Se a scuola si insegnasse bene la letteratura, e anziché di PC si riempissero le aule di romanzi, tutti saprebbero che cos’è l’amore, e come sopportare l’angoscia che crea».
Ovviamente nessun romanzo può insegnarci davvero che cosa sia l’amore. Così come nessun libro può risparmiarci il dolore, la perdita, la delusione o gli errori. Eppure quella provocazione contiene una verità profonda. La letteratura è una forma di conoscenza dell’esperienza umana.
Vivere altre vite
Quando leggiamo un romanzo accade qualcosa di straordinario. Per qualche ora smettiamo di guardare il mondo soltanto attraverso i nostri occhi. Entriamo nella vita di qualcun altro. Conosciamo i suoi desideri, le sue paure, le sue speranze, le sue contraddizioni. Viviamo esperienze che non sono le nostre. Eppure, in qualche modo, ci appartengono.
Quando leggiamo Anna Karenina, per esempio, non stiamo semplicemente seguendo la storia di una donna dell’aristocrazia russa dell’Ottocento che ha tradito il marito.
Entriamo nel conflitto tra ciò che desideriamo e ciò che gli altri si aspettano da noi. Nella tensione tra libertà personale, amore e giudizio sociale. In quella difficile ricerca della felicità che spesso accompagna ogni essere umano.
Quando leggiamo Orgoglio e pregiudizio non assistiamo soltanto alla nascita di una storia d’amore. Scopriamo quanto facilmente i preconcetti possano deformare il nostro sguardo sugli altri e quanto sia difficile riconoscere i nostri errori di valutazione. Elizabeth Bennet e Mr Darcy continuano ad affascinare generazioni di lettori perché, in fondo, parlano di qualcosa che conosciamo tutti: il rischio di giudicare troppo in fretta.
Quando leggiamo Delitto e castigo, non incontriamo soltanto un uomo che ha commesso un delitto.
Entriamo nei meccanismi del senso di colpa, dell’autoinganno e della ricerca di redenzione. Dostoevskij ci accompagna dentro i pensieri più oscuri del suo protagonista e ci costringe a interrogarci sui limiti della coscienza umana.
E quando leggiamo Hemingway, spesso incontriamo uomini e donne che cercano di affrontare la vita con dignità anche quando sanno di non poter vincere. Personaggi che continuano a lottare nonostante la sconfitta sembri inevitabile.
I grandi romanzi non raccontano soltanto delle storie. Mettono in scena esperienze umane.
Imparare a mettersi nei panni degli altri
Molto prima che si parlasse di intelligenza emotiva o di empatia, la narrativa ci insegnava già qualcosa di fondamentale.
Per comprendere davvero un personaggio dobbiamo sospendere il giudizio. Dobbiamo provare a capire perché agisce in un certo modo. Quali paure lo guidano. Quali ferite porta con sé. Quali desideri lo muovono.
Non siamo obbligati a condividere le sue scelte. Ma siamo invitati a comprenderle. Ed è un esercizio meno banale di quanto sembri.
Perché pagina dopo pagina finiamo per allenare la capacità di guardare il mondo anche dalla prospettiva degli altri. La letteratura ci ricorda che dietro ogni comportamento esiste una storia che non conosciamo.
Riconoscere ciò che proviamo
C’è però un altro aspetto ancora più importante. I romanzi non ci aiutano soltanto a capire gli altri. Ci aiutano a capire noi stessi. Molte emozioni restano confuse finché non incontrano una storia capace di dare loro una forma.
A volte sappiamo di essere inquieti, ma non sappiamo perché. Sappiamo di amare qualcuno, ma non comprendiamo fino in fondo ciò che stiamo vivendo.
Sentiamo nostalgia, rabbia, paura, desiderio o solitudine, ma non troviamo le parole per raccontarli. Poi leggiamo una pagina. E improvvisamente riconosciamo qualcosa.
Non perché lo scrittore ci abbia dato una risposta. Ma perché ha trovato parole che noi non avevamo ancora trovato. Forse è proprio questo uno dei doni più preziosi della letteratura. Aiutarci a comprendere ciò che proviamo.
Un laboratorio dell’esperienza umana
Per questo credo che i grandi romanzi siano una sorta di laboratorio dell’esperienza umana. Ci permettono di attraversare amori, perdite, amicizie, tradimenti, paure e trasformazioni interiori senza viverli direttamente.
Naturalmente non sostituiscono la vita. Ma ci aiutano a comprenderla meglio. Ci offrono immagini, domande e significati che possono accompagnarci quando quelle esperienze arrivano davvero.
Perché alcune storie restano con noi
Forse è proprio per questo che certi romanzi continuano ad accompagnarci per anni. Non perché raccontino soltanto una bella storia. Ma perché, in un momento preciso della nostra vita, ci hanno aiutato a comprendere qualcosa di noi stessi. Ogni lettore conserva almeno un libro così.Un libro che non ha cambiato il mondo. Ma che, in qualche modo, ha cambiato il suo modo di guardarlo.
E forse è qui che la letteratura mostra il suo valore più profondo. Non nel fornire risposte. Ma nell’aiutarci a porci domande migliori. Perché, come ha scritto il grande scrittore uruguaiano Mario Benedetti: «I romanzi non cambiano il mondo, ma cambiano le persone. E sono poi le persone a cambiare il mondo».
