In questo articolo Micol Cohen ripercorre la vita di Marilyn Monroe a cento anni dalla sua nascita. Dall’infanzia difficile di Norma Jeane alla costruzione del mito hollywoodiano, fino al tentativo di essere riconosciuta come attrice, lettrice e donna oltre l’immagine della diva. Un viaggio dentro una delle figure più celebri del Novecento, tra successo, identità e ricerca di autenticità, alla scoperta della persona che si nascondeva dietro uno dei volti più riconoscibili della storia del cinema.
A cent’anni dalla nascita, il volto di Marilyn Monroe continua a essere riconosciuto in ogni parte del mondo. La sua immagine compare ancora su poster, copertine, magliette, campagne pubblicitarie. È diventata un’icona universale, al punto che molte persone la riconoscono pur non avendo mai visto uno dei suoi film.
Ma è davvero la sua bellezza a spiegare tutto questo? La storia del cinema è piena di attrici bellissime. Eppure poche sono diventate un simbolo capace di attraversare le generazioni come Marilyn Monroe. Forse perché dietro il mito c’era una persona.
Norma Jeane prima di Marilyn
Prima di diventare Marilyn Monroe, era Norma Jeane Mortenson. Una bambina che conobbe molto presto l’instabilità e l’abbandono.
La madre, Gladys Baker, soffriva di gravi disturbi psichici e non riuscì a occuparsi di lei con continuità. Norma Jeane trascorse l’infanzia tra famiglie affidatarie, istituti e continui cambiamenti di casa, senza quei punti di riferimento affettivi che aiutano un bambino a costruire fiducia e sicurezza.
Non è possibile spiegare un’intera esistenza attraverso l’infanzia. Eppure è difficile non vedere, in quella bambina che cercava disperatamente un posto sicuro nel mondo, alcune delle fragilità che avrebbero accompagnato la donna adulta.
Il desiderio di essere amata. La paura dell’abbandono. La sensazione di non essere mai abbastanza.
La nascita di una stella
La svolta arrivò quasi per caso. Durante la Seconda guerra mondiale, mentre lavorava in una fabbrica che produceva materiale militare, fu notata da un fotografo. Da lì iniziò la carriera come modella e, poco dopo, quella cinematografica.
Negli anni Cinquanta il suo successo esplose. Film come Niagara (1953), Gli uomini preferiscono le bionde (1953), Come sposare un milionario (1953), Quando la moglie è in vacanza (1955) e A qualcuno piace caldo (1959) la trasformarono nella donna più famosa del pianeta.
Marilyn Monroe non era più soltanto un’attrice. Era diventata un fenomeno culturale. Un simbolo di sensualità, femminilità e fascino destinato a segnare l’immaginario del Novecento.
Il personaggio che rischiò di divorare la persona
Ma il successo portò con sé un paradosso. Più Marilyn diventava famosa, meno le persone sembravano interessate a vedere Norma Jeane. Il pubblico vedeva il sex symbol.
I giornali vedevano la diva. Hollywood vedeva un prodotto. L’immagine della “bionda svampita” è una delle più grandi semplificazioni della cultura popolare.
Lei, invece, desiderava essere riconosciuta come attrice. Come donna intelligente.Come persona.
Marilyn leggeva moltissimo. Amava la letteratura, la poesia e la psicologia. Frequentava scrittori, artisti e intellettuali. Studiò recitazione con grande serietà all’Actors Studio di New York e cercò continuamente di migliorarsi professionalmente.
Nel 1955 arrivò persino a fondare una propria casa di produzione, sfidando gli studios che volevano assegnarle sempre gli stessi ruoli. Per una donna degli anni Cinquanta fu una scelta coraggiosa e insolita.
Gli amori e la ricerca di un approdo
Anche la sua vita sentimentale sembra riflettere la stessa ricerca che attraversò tutta la sua esistenza: il bisogno di trovare stabilità e appartenenza.
Si sposò tre volte. Prima con James Dougherty, quando era ancora giovanissima. Poi con il campione di baseball Joe DiMaggio, che la amò profondamente ma con il quale il matrimonio durò meno di un anno.
Infine con lo scrittore Arthur Miller, uno degli intellettuali più importanti del Novecento. Quel matrimonio sembrò rappresentare il riconoscimento che aveva sempre desiderato: non soltanto essere ammirata per la sua bellezza, ma stimata per la sua intelligenza. Eppure neanche quella relazione riuscì a darle la serenità che cercava.
Una fine che continua a interrogare
Il 4 agosto 1962 Marilyn Monroe morì nella sua casa di Los Angeles. Aveva soltanto 36 anni. Le circostanze della sua morte hanno alimentato per decenni ipotesi, ricostruzioni e teorie che ancora oggi suscitano discussioni.
Ma forse il punto non è soltanto come sia morta. Forse il punto è che dietro il personaggio più famoso del mondo c’era una donna che aveva combattuto per tutta la vita contro fragilità profonde, insicurezze e un difficile equilibrio tra ciò che era e ciò che gli altri volevano che fosse.
La donna dietro il mito
Forse il motivo per cui Marilyn Monroe continua a occupare un posto speciale nell’immaginario collettivo non è la sua perfezione. Anzi. È proprio il contrario.
Marilyn ci appare profondamente umana. Dietro l’icona riconosciamo una donna attraversata da contraddizioni, desideri, paure e fragilità. Una donna che cercava di conciliare ciò che gli altri vedevano in lei con ciò che sentiva di essere davvero.
Ed è una tensione che appartiene a molti di noi. Chi non ha mai avuto la sensazione di essere ridotto a un’etichetta? Di essere giudicato per l’aspetto, il ruolo sociale, il successo o gli errori commessi? Di non sentirsi visto nella propria complessità?
Forse è per questo che Marilyn Monroe continua a essere amata anche da molte donne. Non rappresenta una perfezione irraggiungibile. Rappresenta una fragilità riconoscibile.
La donna più desiderata del mondo che, in fondo, cercava la stessa cosa che cercano tutti: essere amata per ciò che era, e non soltanto per il personaggio che interpretava.
A cent’anni dalla nascita, ciò che continua a emozionarci non è la diva impeccabile, ma Norma Jeane: la donna vera, complessa e vulnerabile che c’era dietro il mito.
E tu, quale parte della sua storia senti più vicina? Ti sei mai sentito anche tu intrappolato in un’etichetta o giudicato solo per le apparenze?










