Mini Sfida Creativa. Aspettando qualcuno che non arriva…

by Elena Salem
Mini Sfida Creativa - Le storie più efficaci a partire dal tema "aspettando qualcuno che non arriva"

C’è qualcosa di profondamente umano nell’aspettare. È un gesto quotidiano e, allo stesso tempo, sacro. Aspettiamo di rivedere qualcuno, di capire qualcosa, di rimettere a posto ciò che si è spezzato. Sperare che il tempo cambi la prospettiva.

Ed è proprio intorno all’attesa che ruota questo appuntamento della Mini Sfida Creativa. Sono arrivati 115 racconti. 

Abbiamo selezionato quelli che più di altri sono riusciti a mettere in scena l’attesa non come soltanto una pausa, ma come un luogo interiore in cui si inciampa, si resiste, si cambia. Perché chi aspetta, a volte, lo fa per una vita intera. E non sempre chi deve arrivare, arriva davvero.

Attese che parlano d’amore 

In alcuni racconti, chi aspetta è in un luogo preciso, in un giorno preciso. E chi non arriva è qualcuno che si ama o si è amato. Come nel racconto di Barbara Bonelli, che ci porta sul binario 9 di una stazione: «Alle 18:45 un capotreno mi si avvicina, è un uomo dagli occhi gentili con in mano una busta. “È per lei” mi dice “me l’ha lasciata ieri una signora, mi ha detto di darla all’uomo con la sciarpa rossa seduto sulla panchina del binario 9”. Non rispondo nemmeno e afferro la busta. Sono confuso, eccitato e con le mani tremanti. Dentro, un foglio piegato in tre. “Hai aspettato? Bene. Ora sai cosa vuol dire».

In altri casi, invece, l’amore resta sospeso, ma vivo. Come nella storia di Krizia Campisi, dove il cielo è un angolo di memoria condivisa: «Eppure qualcosa dentro di me non riesce a smettere di crederci. Forse è follia. O forse è solo amore che ha imparato a camminare da solo. Non è venuto. Ma ho sentito il suo nome nel vento. E oggi, per un attimo, mi è sembrato che il cielo ci somigliasse ancora un po’».

Poi ci sono attese che diventano resistenza, come in Jessica Bertoni, che aspetta la figlia, seduta sulla poltrona accomodata di fianco al letto. «“Torna da me Giulia, torna in te piccola mia” e rimane lì ad aspettare il suo arrivo pregando ogni mattina, che al risveglio sua figlia abbandoni l’inferno in cui è precipitata per tornare a vivere». Qui l’amore è per la propria figlia e l’attesa è una speranza che non si rassegna.

Barbara Cerrone ci mostra una donna che aspetta il marito che, però, non potrà più tornare. Ma lei, per amore, lo aspetta lo stesso: «Apri, amore mio, ti aspetto. Non ascoltare chi dice che tu, da quella porta, non entrerai più. Non eri tu quell’uomo steso sull’asfalto. Tu stai per arrivare, e io ti aspetto. Ti aspetto».

Attese che cambiano chi aspetta

In molti testi, l’attesa non è solo un tempo vuoto. È anche trasformazione della persona che sta aspettando. Come nel racconto di Laura Alberto, dove aspettare qualcuno che non arriva porta la protagonista a conoscere se stessa: «Finalmente amavo ed ero amata. E avevo, e ho, la certezza che non mi farà mai aspettare. Con il cuore colmo di gioia l’ho guardata per la prima volta negli occhi con gli occhi del cuore ed ho visto la nuova Me. È andata così: aspettando qualcuno che non arriva ho conosciuto me stessa».

C’è chi si aggrappa all’attesa per non dimenticare, come Carolina Costa, che torna ogni mercoledì sulla stessa banchina, «come se quella stazione potesse restituirle qualcosa. Era diventata il suo piccolo altare del possibile, il luogo dove ancora credeva che qualcuno potesse scegliere di tornare. Anche se non arrivava. Anche se non sarebbe mai arrivato. Perché a volte, si aspetta per non dimenticare. Non qualcuno. Ma se stessi».

Attese per riflettere su se stessi

A volte, chi si aspetta è solo una scusa per raccontare chi si è. È ciò che accade nella storia di Michela De Martino: «Aspetto d’essere salvata dalla prigione in cui mi sono rinchiusa… Sarò io stessa quell’ancora di salvezza che mi salverà dalla pazzia».

Anche Angela Attanasio, che parte da una semplice rimpatriata con i compagni di scuola, finisce per mettere a nudo la propria incapacità di ascoltare, e lo fa attraverso un’attesa: « “Ilaria non verrà. Non sta bene, sono due anni che lotta contro un cancro al seno, sembrava estirpato, invece è ricomparso”. Questa rivelazione mi annienta, non solo per il dolore che mi dà questa notizia, ma soprattutto per me stessa. Sono arrivata a cinquant’anni e ancora non sono uscita dalla fase dell’egocentrismo, penso sempre di essere al centro anche delle vite degli altri».

Dialoghi interiori, piccoli gesti, rivelazioni inaspettate

L’attesa viene resa attraverso i gesti del protagonista. E i gesti si caricano di un significato profondo. Come nel racconto di Marzia Maestrello, dove la tazza tiepida, il rossetto, il cucù silenzioso sono tutti segni dell’attesa. «Il cuore batte di nuovo, ma stavolta non fa male. Si alza. Esce. La tazza resta lì, ancora tiepida. L’attesa ha cambiato forma. Ora cammina».

Oppure nel racconto di Vincenzo Di Giacomo, dove l’attesa è tutta interiore, senza tempo e senza spazio. «Aspettare qualcuno che non arriva può diventare parte della vita, spesa a non morire lasciando qualcosa che non è un vuoto ma un’incompiuta. Anche non parlarne con nessuno ha un senso, una direzione, una ragione. E io lo faccio da anni senza essere mai stanco, stufo, annoiato».

Grazie a tutti gli amici che hanno partecipato e arrivederci alla prossima sfida.

Ecco i nomi dei migliori litigi scritti dagli amici della community

Ecco qui sotto i nomi e i testi che abbiamo scelto per la Mini Sfida Creativa dagli amici della community de Il piacere di raccontare.

Laura Alberto

Loredana Arienti

Angela Attanasio

Alda Federica Baruffaldi

Fortunata Belgioioso

Jessica Bertoni

Barbara Bonelli

Krizia Campisi

Barbara Cerrone

Carolina Costa

Michela De Martino

Onorina De Vito

Vincenzo Di Giacomo

Monica Guardino

Silvia Lamanna

Michele Laperuta

Giusy Finocchiaro

Marzia Maestrello

Cecilia Mirabassi

Immacolata Picone

Vanessa Policella

Claudia Radi

Fanny Recagni

Ornella Succo

Jessica Tonelli

Potrebbe interessarti

Listen to this article