Il talento di Patricia Highsmith: entrare nei meandri della mente criminale, senza giudicare

by Marianna Porcaro
Patricia Highsmith

Viviamo in un’epoca che scambia il giudizio per la comprensione, Patricia Highsmith ci ricorda che la comprensione è un processo lento, che richiede tempo e rischio perché non contempla necessariamente una visione lineare dei fatti, piuttosto una certa ambivalenza. Perché la letteratura, quando funziona davvero, deve scardinare le nostre certezze.

Una delle voci più originali e inquietanti della narrativa del Novecento

Patricia Highsmith (1921 – 1995) è una delle voci più originali e inquietanti della narrativa del Novecento. È conosciuta soprattutto come autrice di romanzi noir e thriller psicologici, capaci di trascinare i lettori in un territorio ambiguo dove il bene e il male si confondono. 

Highsmith ha rivoluzionato il genere del giallo psicologico. Non è interessata a costruire enigmi da risolvere, ma a raccontare la mente criminale dall’interno.

Criminali con cui il lettore finisce per empatizzare suo malgrado

Nei suoi romanzi spesso non c’è un detective eroe, ma un protagonista ambiguo, a volte un criminale, con cui il lettore finisce per empatizzare suo malgrado.

Il suo stile asciutto, ironico e spietato influenza scrittori, registi e sceneggiatori in tutto il mondo. Non a caso le sue opere sono state adattate per il cinema da grandi registi come Alfred Hitchcock (che portò sullo schermo Sconosciuti in treno) e Anthony Minghella (Il talento di Mr. Ripley).

Inoltre, Highsmith ha sfidato le convenzioni sociali e letterarie del suo tempo. Con Carol (1952), inizialmente pubblicato sotto pseudonimo,  racconta una storia d’amore lesbico in un’epoca in cui il tema è ancora tabù, dando voce a sentimenti autentici senza condannarli né giudicarli, nella logica della una morale punitiva del tempo.

Matt Damon, Jude Law e Gwyneth Paltrow in "Il talento di Mr. Ripley", diretto da Anthony Minghella

Matt Damon, Jude Law e Gwyneth Paltrow in “Il talento di Mr. Ripley”, diretto da Anthony Minghella

Le profondità della psiche umana: desideri repressi, ossessioni e paure

Fra i suoi libri più celebri troviamo Il talento di Mr. Ripley, che dà vita a uno dei personaggi più affascinanti e disturbanti della letteratura moderna. Tom Ripley è un impostore elegante, amorale e irresistibile.

Highsmith è anche autrice di romanzi e racconti che scandagliano le profondità della psiche umana, dando voce a desideri repressi, ossessioni e paure.

Le zone grigie dell’animo umano

Quello che rende Patricia Highsmith un’autrice irripetibile non è solo la sua abilità tecnica, ma la prospettiva con cui guarda i personaggi e le loro ombre. A differenza di tanti autori di gialli e thriller, non le interessa il “chi è stato” e nemmeno la giustizia che alla fine ristabilisce l’ordine. Il suo sguardo è rivolto al perché: perché una persona comune può commettere un delitto, perché un individuo apparentemente normale cede al fascino dell’inganno, dell’ossessione, della violenza.

Le sue storie mettono in scena le zone grigie della moralità, mostrando quanto sottili possano essere i confini tra colpa e innocenza, vittima e carnefice, verità e menzogna. I suoi personaggi non sono mai “cattivi assoluti”: sono uomini e donne mossi da desideri, paure e fragilità in cui il lettore finisce per specchiarsi. È questo il suo colpo di genio: spingerci a empatizzare con il criminale, a comprendere la logica distorta che muove un assassino, a riconoscere in lui qualcosa che, seppur scomodo, appartiene anche a noi.

La sua storia personale 

Se c’è un’eredità da prendere sul serio è la sua biografia – più ancora dei romanzi. E la sua biografia è la pista su cui inseguirla, cominciando da una bambina nata il 19 gennaio 1921 a Fort Worth, Texas, “figlia di un divorzio” prima ancora che di un matrimonio. La vita di Patricia Highsmith è segnata da inquietudine, contraddizioni e solitudine. 

Nata da una famiglia che oggi definiremmo disfunzionale, ha un rapporto difficile con la madre che la rifiuta più volte apertamente: un trauma che ritorna sotto forma di tensione nei rapporti familiari raccontati nei suoi libri.

Non a caso Mary Patricia – Plangman all’anagrafe – decide di portare il cognome del patrigno Stanley Highsmith.

La sua omosessualità, vissuta in un’epoca di forte discriminazione, contribuisce a rafforzare in lei la sensazione di essere un’outsider. Questa condizione di “diversità” si riflette nelle sue opere, dove spesso i protagonisti sono figure marginali, strane, giudicate dalla società, ma narrate con empatia e complessità.

Highsmith ha un carattere spigoloso, misantropo e a tratti cinico: nelle sue pagine si percepisce una visione del mondo in cui l’amore e la felicità sono spesso fragili e contaminati da ombre. Ma proprio questa radicale sincerità ha reso i suoi libri immortali.

Patricia Highsmith da giovane

Patricia Highsmith da giovane

Il rifugio nei libri

Cresciuta tra Texas e New York, Patricia assorbe presto il senso di dislocazione: la madre divorziata si risposa quando lei ha appena sei anni, e il patrigno, Stanley Highsmith, le dà il cognome con il quale diventa celebre. Adolescente solitaria, si rifugia nei libri e nel disegno; dopo il liceo entra al Barnard College, dove si laurea in letteratura inglese nel 1942. 

La città le dà taccuini e metropolitane, un banco di prove per lo sguardo, e lei comincia ad annotare, sempre, una disciplina che la accompagnerà fino a riempire migliaia di pagine in cui si disegna e si cancella, inventa e rettifica, perché per lei la verità è una postura, un’angolazione, un controcampo che si scopre tardi, dopo un lungo processo che richiede esame e ascolto.

Gli anni di formazione: Barnard e i taccuini

Al Barnard arriva come una nota fuori registro nella scuola delle brave ragazze. Guanti, cappello calato, l’abitudine alla sigaretta appesa al labbro, un’eleganza da romanzo poliziesco nel luogo dove si coltiva la rispettabilità. E intanto studia letteratura, mastica filosofia, allena l’orecchio alla precisione di un dettaglio che tradisce tutto.

I fumetti 

Per mantenersi scrive per i fumetti, una palestra invisibile ma decisiva: lì impara la serratura del montaggio, il valore di tre oggetti in una stanza, l’arte di far scattare la tensione con un’inquadratura minuscola, la pazienza del ritmo dentro un formato che di pazienza ne chiede poca al lettore ma moltissima a chi lo costruisce. 

Nel 1948, mentre lavora in un grande magazzino, un incontro fugace diventa il nucleo di una storia: una donna elegante nel reparto giocattoli le ispira Il prezzo del sale, pubblicato nel 1952 con lo pseudonimo di Claire Morgan (poi riedito come Carol), romanzo che diventa un punto di riferimento per la narrativa queer – omosessuale.

Il successo di Sconosciuti in treno

Intanto un’altra immagine prende forma: due sconosciuti su un treno, un patto malinteso come un sasso lanciato in uno stagno, cerchi concentrici di conseguenze. Strangers on a Train esce nel 1950, viene accolto tiepidamente ma Alfred Hitchcock ne percepisce il potenziale e lo porta al cinema, trasformandolo in un successo. 

Highsmith capisce che il suo materiale non è l’equivoco ma la menzogna di cortesia, il gesto omesso che, una volta compiuto, richiede altri gesti fino a diventare vita.

Il talento di Tom Ripley

Nel 1955 arriva Tom Ripley, protagonista di Il talento di Mr. Ripley, primo di una serie di cinque romanzi che diventeranno un laboratorio sull’identità e l’ambiguità morale: Ripley Under Ground (1970), Ripley’s Game (1974), The Boy Who Followed Ripley (1980) e Ripley Under Water (1991). Parallelamente pubblica numerosi racconti e romanzi – tra cui This Sweet Sickness (1960) e The Cry of the Owl (1962) – che consolidano la sua fama di maestra del thriller psicologico.

"Carol", Patricia Highsmith

“Carol”, Patricia Highsmith

L’Europa come rifugio

Dalla metà degli anni Sessanta lascia gli Stati Uniti: vive a lungo in Francia, poi in Inghilterra, infine si stabilisce in Svizzera, a Tegna, vicino a Locarno. Questa distanza diventa il suo laboratorio definitivo, mentre continua a scrivere, fumare ininterrottamente e riempire diari: oltre ottomila pagine di appunti pubblicati postumi come diaries e notebooks, che rivelano un’autobiografia in frammenti, fatta di maschere e rivelazioni.

Un carattere libero e contraddittorio

La sua vita sentimentale resta irrequieta: relazioni intense e spesso tumultuose con donne, amicizie selettive, un amore costante per gli animali – celebre il suo affetto per le lumache che portava con sé. Politicamente segue un percorso tutto suo: giovanile simpatia comunista in pieno maccartismo, poi posizioni libertarie, talvolta provocatorie.

Muore il 4 febbraio 1995 a Locarno, a 74 anni, lasciando un catalogo di storie che continuano a vivere come meccanismi ben oliati e un’eredità che consegna al lettore.

Non confondere l’indignazione con la conoscenza, non pretendere che i romanzi ti facciano sentire migliore, non cercare messaggi da cornice motivazionale, accetta che ogni personaggio sia una domanda aperta, che ogni gesto minuscolo – posare un disco, versare un drink, chiudere una finestra per il vento – possa pesare quanto un delitto.

Qui la sua biografia e la sua poetica si saldano: nella testarda convinzione che nulla di ciò che appartiene al mondo naturale ci sia davvero alieno, che la distinzione tra umano e non umano sia meno netta di quanto vorremmo, che la bestia feroce che additiamo per sentirci puliti non stia fuori ma in quell’angolo dell’occhio da cui distogliamo lo sguardo. 

L’eredità dell’inquietudine

Highsmith non ci chiede di amare i suoi personaggi, ci chiede di sostare con loro il tempo necessario a capire dove in noi cominciano. E mentre il nostro presente premia la reputazione come merce regolata da un algoritmo, lei offre il controesempio, un vaccino: non si scrive per piacere, non si campa per compiacere, si lavora per la precisione del gesto, e la reputazione, se arriva, è un sottoprodotto.

La sua voce, brusca, a tratti misantropa, capace di affermazioni urticanti e insieme di atti di generosità che spiazzano, va letta nello stesso modo in cui si percorre una strada di provincia in cui tutti sembrano dormire: con la consapevolezza che dietro le tende c’è sempre un movimento, un litigio a bassa voce, un segreto sempre decisivo. 

Tornando al punto di partenza, nell’epoca del feed che corre e del giudizio sprint, Highsmith resta l’allenatrice più ostinata di una virtù impopolare: la lentezza interpretativa, l’arte di sostare senza fare subito la lista dei buoni e dei cattivi, la disponibilità a riconoscere che il mostro, spesso, ha fame di ciò di cui abbiamo fame anche noi.

«La prima persona che dovresti pensare di compiacere, quando scrivi un libro, sei tu. Se riesci a divertirti per tutto il tempo che ti occorre per scriverlo, editori e lettori potranno arrivare dopo.» — Patricia Highsmith, Plotting and Writing Suspense Fiction (1966).

"Sconosciuti in treno", Patricia Highsmith

“Sconosciuti in treno”, Patricia Highsmith

Highsmith: tra Dostoevskij e Camus.

Per comprendere la portata rivoluzionaria della scrittura di Patricia Highsmith, è utile metterla in dialogo con alcuni autori che l’hanno preceduta o che le sono stati contemporanei.

In molti hanno paragonato Highsmith a Fëdor Dostoevskij, maestro nel raccontare il tormento morale e psicologico dei suoi personaggi. Pensiamo a Delitto e castigo: Raskol’nikov uccide una vecchia usuraia e il romanzo è un viaggio nella sua coscienza, tra giustificazioni e rimorsi. Highsmith sembra riprendere questo modello, ma con una differenza sostanziale: i suoi protagonisti non cercano redenzione né vivono un conflitto interiore così lacerante. Tom Ripley, ad esempio, non è consumato dal senso di colpa: la sua colpa diventa identità, strumento di sopravvivenza e perfino di successo sociale.

Se Dostoevskij guardava al peccato e al pentimento, Highsmith è più vicina a Albert Camus. In Lo straniero, il protagonista Meursault uccide “per caso”, senza un vero movente, e ciò che scandalizza la società è la sua indifferenza. Allo stesso modo, nei romanzi di Highsmith spesso i crimini non hanno motivazioni tradizionali (denaro, vendetta, passione): nascono dall’alienazione, dall’inadeguatezza, dall’assurdità del vivere. In questo senso, i suoi personaggi incarnano una visione del mondo profondamente esistenzialista.

I noir americani: Chandler e Hammett

Negli anni in cui Highsmith iniziava a scrivere, negli Stati Uniti dominavano i maestri del noir hard-boiled, come Raymond Chandler e Dashiell Hammett. Ma la loro era una narrativa tutta centrata sul detective: cinico, spietato, ma pur sempre un garante di verità e giustizia. Highsmith ribalta questo paradigma: nei suoi libri il detective scompare, e al centro della scena c’è il criminale. Non più l’eroe che smaschera l’ombra, ma l’ombra stessa che si racconta dall’interno.

La sua originalità

Ecco perché Patricia Highsmith resta una voce unica: si nutre della profondità psicologica di Dostoevskij, dell’assurdo di Camus e dell’atmosfera noir americana, ma li combina in una forma del tutto nuova. Nei suoi romanzi il crimine non è un enigma da risolvere, ma uno specchio dell’essere umano, con le sue fragilità e i suoi lati oscuri.

Il confine tra normalità e devianza

Patricia Highsmith ci ricorda che il confine tra normalità e devianza è più sottile di quanto vogliamo ammettere. Nei suoi romanzi il male non è l’eccezione, ma una possibilità umana, vicina, quasi familiare. Ed è proprio questa vicinanza a renderla indimenticabile.

Ho una laurea in Scienze della Comunicazione, un master in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni e un secondo in HR Management: perché raccontare il mondo non mi basta, voglio anche comprenderne le dinamiche più profonde, umane, relazionali, viscerali.
Scrivo per dare un senso a ciò che senso non ha, per mettere ordine nel caos dei dettagli che sfuggono, per restituire dignità ai silenzi e alle sfumature. Quando scrivo, non lo faccio per insegnare cosa pensare, ma per tentare di capire. Ogni testo è una scena, ogni parola è parte di un ragionamento.
Appassionata di cinema, fotografia e musica, vivo di letteratura, arte e cultura come altri vivono di pane. Divoro libri, spettacoli, mostre e tutto ciò che riesce a smuovere qualcosa sottopelle. Collaboro con diverse riviste su temi culturali e diritti civili, seguo progetti di cinema e spettacolo come freelance e curo la comunicazione per aziende che vogliono raccontarsi davvero, e non solo apparire.
Il mio punto di vista? Sempre umano. Sempre irrinunciabilmente sensibile.
Ho un debole dichiarato per le relazioni: non quelle che si dicono, ma quelle che accadono. Creo connessioni tra parole e persone perché è lì che tutto inizia davvero: nel punto esatto in cui una voce trova ascolto e un pensiero trova casa.

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