Difficoltà nella relazione due

by Marianna Porcaro

Ci pensiamo davvero, ogni tanto, a quanto siano difficili le relazioni? Crediamo di essere “liberi” mentre siamo, in parte, conseguenze. Conseguenze non dichiarate di ciò che gli altri sentono, di ciò che chiedono, di ciò che temono. Eppure ci bastiamo, o almeno ci raccontiamo che ci basta, perché la famiglia, per definizione, è casa. La famiglia è quel posto mentale dove immagini che il perimetro non cambi, dove la presenza altrui sia un diritto acquisito, mio padre, mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle, mio marito, mia moglie saranno lì. Per sempre. È giusto così. È naturale così. Solo che non è vero.

Cambiano gli equilibri

Le relazioni non esistono nella stabilità che pretendiamo da loro. Sono vive, dunque sono mutevoli. Sono organismi, respirano, si spostano, si adattano o si irrigidiscono. Invecchiano. Si ammalano. Cambiano pelle. E come i corpi, che non restano mai uguali a sé stessi, anche i legami sono sottoposti alla trasformazione, cambiano gli equilibri, cambiano i ruoli, cambia il potere che ognuno ha dentro la storia comune. Si distruggono e si ricostruiscono continuamente, spesso senza che nessuno lo dichiari apertamente.

Ciò che diamo per scontato

Il punto è che noi non le “gestiamo” proprio perché le diamo per scontate. Trattiamo la relazione come un bene immobile, se c’è oggi, ci sarà domani, se ha funzionato ieri, funzionerà ancora. In realtà, spesso, conosciamo  l’interpretazione. Parliamo con l’idea che abbiamo dell’altro.

Succede allora che ricevi messaggi che ti rasserenano, che sembrano “mettere a posto” il mondo. E poi incontri quella stessa persona e ti accorgi che è in una crisi profonda. Un disordine. Un buio.

Quello che si comunica e quello che si trattiene

Le relazioni si muovono su due piani: quello che si comunica e quello che si trattiene. Quello che si dice per proteggere, per non pesare, per non rompere l’immagine. E quello che si vive davvero. A volte la distanza tra i due piani è enorme. A volte è la relazione stessa a incentivarla: “Non ti preoccupare” diventa una forma di controllo del dolore, non una verità.

Siamo disposti a rinunciare alla favola?

L’idea che i legami siano “fissi” ci tranquillizza, sì, ma ci rende ciechi. Ci fa vivere come se il legame fosse garantito, come se non richiedesse manutenzione, attenzione, revisione. E quando poi cambia, perché cambia sempre, lo interpretiamo come un tradimento. Ma la promessa non c’era, c’era un’aspettativa. E l’aspettativa, è il modo con cui chiamiamo la nostra paura di perdere.

Le relazioni sono precarie perché sono umane. E l’umano è trasformazione. Il dramma è che noi vogliamo il calore della casa senza accettare che anche la casa, per restare tale, va ricostruita continuamente, con conversazioni difficili, con nuove regole, con confini più maturi, con il coraggio di conoscere di nuovo chi pensavamo di conoscere già.

Siamo mutevoli. E mutevoli sono i legami. Conoscere qualcuno è un processo, sempre incompleto, sempre in movimento. Proprio come noi.

In copertina la scultura “Love”, realizzata dall’artista ucraino Alexander Milov. 

Ho una laurea in Scienze della Comunicazione, un master in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni e un secondo in HR Management: perché raccontare il mondo non mi basta, voglio anche comprenderne le dinamiche più profonde, umane, relazionali, viscerali.
Scrivo per dare un senso a ciò che senso non ha, per mettere ordine nel caos dei dettagli che sfuggono, per restituire dignità ai silenzi e alle sfumature. Quando scrivo, non lo faccio per insegnare cosa pensare, ma per tentare di capire. Ogni testo è una scena, ogni parola è parte di un ragionamento.
Appassionata di cinema, fotografia e musica, vivo di letteratura, arte e cultura come altri vivono di pane. Divoro libri, spettacoli, mostre e tutto ciò che riesce a smuovere qualcosa sottopelle. Collaboro con diverse riviste su temi culturali e diritti civili, seguo progetti di cinema e spettacolo come freelance e curo la comunicazione per aziende che vogliono raccontarsi davvero, e non solo apparire.
Il mio punto di vista? Sempre umano. Sempre irrinunciabilmente sensibile.
Ho un debole dichiarato per le relazioni: non quelle che si dicono, ma quelle che accadono. Creo connessioni tra parole e persone perché è lì che tutto inizia davvero: nel punto esatto in cui una voce trova ascolto e un pensiero trova casa.

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