Il messaggio delle eroine di Jane Austen – a 250 anni dalla sua nascita – alle donne di oggi.

by Marianna Porcaro

A 250 anni dalla sua nascita, Jane Austen – oggi una delle pietre miliari della lettura mondiale – continua a essere letta ancora perché nei suoi romanzi ritroviamo interrogativi che attraversano il tempo. Quanto siamo davvero liberi di scegliere? Quanto pesano le aspettative sociali sulle nostre decisioni intime? Che prezzo dobbiamo pagare per essere fedeli a noi stessi?

Interrogativi che attraversano il tempo

Quando pronunciamo il nome di Jane Austen, oggi, immaginiamo balli nelle sale da tè, abiti impero, risate soffocate dietro un ventaglio e lo scambio di sguardi che ha definito un’epoca, quella tra Elizabeth Bennet e Mr Darcy. Dietro l’icona, dietro il merchandising, i festival in costume e le citazioni stampate sulle tazze, c’è una donna la cui vita reale è stata molto più silenziosa, concentrata e vulnerabile di quanto l’immaginario collettivo lasci intendere. Una biografia fatta di stanze piccole, risorse limitate, giudizi sociali serrati e un talento ostinato che ha continuato a lavorare anche quando nessuno sembrava volerlo vedere.

Jane Austen non ha scritto favole romantiche

Ma Jane Austen non ha scritto favole romantiche. Ha scritto romanzi di straordinaria lucidità sull’essere umano, in cui l’amore diventa uno strumento di conoscenza. Le protagoniste di Jane Austen non cercano un principe nel senso fiabesco del termine. Ciascuna a modo suo desidera prima di tutto rispetto, intelligenza e riconoscimento.

L’incipit di “Orgoglio e pregiudizio” — la sua opera più celebre — è a sua volta uno dei più famosi della letteratura:  «È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di una grande fortuna debba essere in cerca di moglie».

"Ragione e sentimento", Jane Austen

“Ragione e sentimento”, Jane Austen

La sua storia familiare

Jane Austen nasce il 16 dicembre 1775 a Steventon, nell’Hampshire, figlia di un pastore anglicano, George Austen, e di Cassandra Leigh, donna brillante, colta e ironica. In quella canonica di campagna, circondata da sette fratelli e sorelle, impara prestissimo che il mondo si può studiare anche restando fermi in un punto, osservando con attenzione ciò che accade nella piccola comunità attorno a sé: le visite dei vicini, le regole non scritte della rispettabilità, le conversazioni a tavola, gli entusiasmi e le meschinità di una provincia inglese che diventerà il laboratorio perfetto per i suoi romanzi.

Gli studi e le letture

Da bambina e adolescente frequenta per brevi periodi alcune scuole, prima a Oxford e poi alla Abbey School di Reading, ma la sua educazione è domestica:, una casa piena di libri, musica, piccoli spettacoli teatrali familiari in cui Jane recita e ascolta. E prendendo mentalmente appunti su toni di voce, posture, silenzi, in quelle stanze comincia a scrivere racconti, parodie.

Lady Susan, la protagonista del suo romanzo giovanile

Nel suo primo romanzo “Lady Susan”, scritto quando lei aveva solo 19 anni, in forma epistolare, già appare la sua cifra più autentica. Un’ironia precisa, spesso tagliente, capace di smontare i luoghi comuni sentimentalisti del suo tempo e di prendere in giro, con affetto ma senza indulgenza, l’ipocrisia sociale. La sua prima eroina è molto diversa dalle protagoniste dei romanzi successivi. Lady Susan è una vedova astuta e calcolatrice che usa il suo fascino per manipolare gli uomini e assicurarsi matrimoni vantaggiosi per sé e per la figlia

"Orgoglio e pregiudizio", Jane Austen

“Orgoglio e pregiudizio”, Jane Austen

Il primo rifiuto dell’editore

Tra il 1795 e il 1799 la giovane Austen mette mano alle prime versioni di opere che diventeranno, anni dopo, classici assoluti e le sue protagoniste cambino profilo, rispetto al cinismo di Lady Susan, senza rinunciare alla loro dignità interiore. Sono donne che scelgono o che pagano il prezzo di non farlo, e che chiedono rispetto. Austen smaschera ipocrisie, ruoli imposti, aspettative sociali che gravano soprattutto sulle donne.

“Elinor e Marianne”, che si trasformerà in “Ragione e sentimento”, “Prime impressioni”, che diventerà “Orgoglio e pregiudizio”, e una prima bozza di quello che conosceremo come “L’Abbazia di Northanger”, il padre, intuendo che quella figlia ha qualcosa in più, fa un gesto coraggioso per l’epoca, spedisce il manoscritto di “Prime impressioni” a un editore londinese, ricevendo in cambio un rifiuto immediato, freddo, privo di qualsiasi spiegazione.

Jane non si ferma

È un dettaglio biografico, ma è anche il primo segnale di una dinamica che ci è familiare ancora oggi: il talento di una giovane donna restituito al mittente in silenzio, senza nemmeno l’educazione di un commento critico.

Jane non si ferma, non mette in scena il proprio risentimento, semplicemente continua a scrivere, come se l’unico giudizio che le interessi davvero fosse quello interno, il suo e quello della sua famiglia che ha sempre e sostenuto il suo talento.

Nel 1801 la famiglia lascia Steventon e si trasferisce a Bath, città termale alla moda, fatta di salotti, passeggiate pubbliche, chiacchiere. Un luogo che Jane trova rumoroso, teatrale, a tratti soffocante, ma che trasformerà in una scenografia narrativa di enorme potenza, perché proprio lì osserva le coreografie sociali di un’Inghilterra ossessionata dai matrimoni, dalle doti, dalle apparenze.

"Emma", Jane Austen

“Emma”, Jane Austen

Le difficoltà economiche

La morte del padre, nel 1805, la pone insieme alla madre e alla sorella Cassandra in una posizione economicamente precaria, tre donne senza una rendita stabile, costrette ad affidarsi al sostegno dei fratelli, in un sistema che non immagina per loro altra via di indipendenza se non quella matrimoniale. Non stupisce allora che nei romanzi di Jane il denaro, le eredità, i patrimoni, i “buoni partiti”  siano leve narrative che decidono il destino, la libertà o la prigionia dei personaggi, soprattutto femminili.

Il trasferimento a Chatwton

Nel 1809, grazie al fratello Edward, Jane, la madre e Cassandra si stabiliscono finalmente in un piccolo cottage a Chawton, nell’Hampshire, è un luogo semplice, tutt’altro che mondano, ma è anche lo spazio in cui la scrittrice trova la sua stagione più fertile, lì, liberata da molte incombenze domestiche dall’aiuto delle altre donne della casa, rivede in profondità i romanzi giovanili e ne scrive di nuovi, dando forma, in appena otto anni, alle sei opere che la consacreranno.

Ragione e sentimento, il primo romanzo pubblicato senza la sua firma

Nel 1811, grazie all’intermediazione del fratello Henry, l’editore Thomas Egerton pubblica “Ragione e sentimento”, ma sulla pagina di titolo non compare il nome “Jane Austen”, c’è solo la formula “By a Lady”, che protegge la rispettabilità di una donna di buona famiglia.

Il libro ha successo, abbastanza da convincere Egerton a pubblicare “Orgoglio e pregiudizio” nel 1813, romanzo che diventa un piccolo caso editoriale dell’epoca e “Mansfield Park” nel 1814, mentre “Emma” vedrà la luce nel 1815 per i tipi di un altro editore, John Murray.

“Persuasione” e “L’Abbazia di Northanger” arriveranno al pubblico solo dopo la sua morte, quando sarà proprio Henry a rompere l’anonimato e a rivelare esplicitamente che quei romanzi così discussi e letti sono opera della sorella Jane, restituendole un nome che le era stato negato finché era viva.

"L'Abbazia di Northanger", Jane Austen

“L’Abbazia di Northanger”, Jane Austen

La proposta di matrimonio

La vita personale di Austen scorre serena, ma priva degli avvenimenti di una giovane donna dell’epoca. Si innamora, ancora giovanissima di un giovane privo di mezzi suoi e che non può sposarla perché lei non ha una dote.

Riceve una proposta di matrimonio da un uomo che lei non ama, ma molto vantaggiosa sul piano economico. All’inizio lei accetta, ma il giorno dopo rifiuta. Per una donna all’inizio dell’Ottocento, sposarsi significava rinunciare a una vita autonoma: dedicarsi quasi esclusivamente alla casa, al marito, a numerose gravidanze, con pochissimo tempo per sé. Un marito per Jane Austen avrebbe probabilmente significato rinunciare alla scrittura. Lei sceglie la scrittura.

Le lettere distrutte

Una parte decisiva della sua biografia ci è preclusa per una scelta familiare tanto controversa quanto comprensibile. Dopo la morte di Jane, la sorella Cassandra distrugge una porzione enorme della loro corrispondenza, probabilmente due terzi delle lettere ricevute, e censura con forbici e strappi molte di quelle che decide di conservare, oggi si calcola che siano sopravvissute appena centosessanta lettera circa su diverse migliaia, sufficienti a farci intuire lo humour, la lucidità e la franchezza di Jane, ma insufficienti per ricostruirne davvero pensieri, malinconie, rabbie, paure.

Dietro questo gesto, a lungo criticato da studiosi e lettrici che si sentono private di una voce preziosa, c’è probabilmente il desiderio di proteggere la memoria della sorella, di evitare che osservazioni troppo taglienti sui parenti o sui vicini, allusioni a malattie e difficoltà, potessero esporre la famiglia a un giudizio pubblico duro quanto quello che Jane, da romanziera, non aveva mai smesso di esercitare sugli altri. Il risultato è che la nostra immagine di lei è inevitabilmente mediata, addolcita, filtrata prima dai familiari, poi dai biografi dell’Ottocento, poi dalla cultura pop che l’ha trasformata in marchio rassicurante del romanticismo in stile Regency.

Un uso modernissimo della scrittura.

Eppure basta leggere davvero i suoi romanzi per incontrare una voce molto diversa da quella cartolina, una scrittura che nasce nel solco di grandi romanzieri settecenteschi come Richardson e Fielding, ma che devia con decisione, affinando un uso modernissimo del discorso indiretto libero, in cui la coscienza dei personaggi si mescola con quella del narratore.

Un’ironia sottile

Un’ironia sottile, mai urlata ma che usa per smascherare la violenza implicita di certe convenzioni, dialoghi brevi, serrati, costruiti come duelli di intelligenza più che come scambi galanti, trame in cui il lieto fine non è un premio zuccheroso, ma il punto d’arrivo di un percorso di responsabilità emotiva, in cui uomini e donne sono chiamati a guardarsi allo specchio e a riconoscere i propri autoinganni, la propria miopia sociale, i propri pregiudizi.

Il lieto fine non è un premio zuccheroso, ma il punto d’arrivo di un percorso di responsabilità emotiva.

Anche gli anni finali della sua vita smentiscono la leggenda della zitella timida e un po’ svagata, a Chawton, tra il 1809 e il 1816, Jane lavora con un’intensità sorprendente, rivedendo tre romanzi giovanili e scrivendone tre di nuovi, mentre la salute comincia lentamente a deteriorarsi. Continua tuttavia a scrivere, a progettare, ad annotare, fino a tentare un nuovo romanzo, “Sanditon”, che rimarrà incompiuto quando, nel 1817, la malattia la costringerà a trasferirsi a Winchester, dove morirà il 18 luglio, a 41 anni compiuti da poco, in condizioni economiche modeste, ma circondata dall’affetto e dalla cura della sorella e di una ristretta cerchia di persone.

È sepolta nella cattedrale di Winchester, mentre le case in cui è vissuta a Bath e a Chawton diventano, col tempo, luoghi di pellegrinaggio letterario- L, la donna che ha vissuto in spazi limitati e sotto molteplici sguardi giudicanti, oggi viene celebrata con festival, musei, mostre, studi, adattamenti cinematografici e seriali che continuano a rimettere in scena i suoi personaggi che a duecentocinquanta anni di distanza hanno ancora qualcosa da dire alle donne di oggi. 

Ho una laurea in Scienze della Comunicazione, un master in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni e un secondo in HR Management: perché raccontare il mondo non mi basta, voglio anche comprenderne le dinamiche più profonde, umane, relazionali, viscerali.
Scrivo per dare un senso a ciò che senso non ha, per mettere ordine nel caos dei dettagli che sfuggono, per restituire dignità ai silenzi e alle sfumature. Quando scrivo, non lo faccio per insegnare cosa pensare, ma per tentare di capire. Ogni testo è una scena, ogni parola è parte di un ragionamento.
Appassionata di cinema, fotografia e musica, vivo di letteratura, arte e cultura come altri vivono di pane. Divoro libri, spettacoli, mostre e tutto ciò che riesce a smuovere qualcosa sottopelle. Collaboro con diverse riviste su temi culturali e diritti civili, seguo progetti di cinema e spettacolo come freelance e curo la comunicazione per aziende che vogliono raccontarsi davvero, e non solo apparire.
Il mio punto di vista? Sempre umano. Sempre irrinunciabilmente sensibile.
Ho un debole dichiarato per le relazioni: non quelle che si dicono, ma quelle che accadono. Creo connessioni tra parole e persone perché è lì che tutto inizia davvero: nel punto esatto in cui una voce trova ascolto e un pensiero trova casa.

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