Simone de Beauvoir è stata una voce che con fermezza ha smantellato le certezze di un’epoca, riscrivendo il significato stesso di essere donna. Con la sua penna rigorosa e appassionata, ha saputo illuminare le contraddizioni sociali del suo tempo, aprendo varchi che nessuno aveva ancora osato immaginare, soprattutto nella comprensione profonda del ruolo femminile nella società. Le sue opere e il suo pensiero hanno dato un contributo fondamentale all’emancipazione femminile.
La sua storia
Nata a Parigi il 9 gennaio 1908 da una famiglia borghese di orientamento cattolico, Simone de Beauvoir cresce in un ambiente ricco di stimoli intellettuali e contraddizioni sociali, in cui la tradizione si mescola a una sottile ma presente tensione verso il cambiamento. Fin dall’infanzia, Simone mostra un’innata curiosità e un vivo desiderio di conoscenza, qualità che vengono alimentate non solo dalle letture e dall’educazione ricevuta in famiglia, ma anche dalla presenza fondamentale della sua cara amica Zaza, soprannome di Élisabeth Lacoin – una ragazza, conosciuta al liceo con la quale condivide sogni, inquietudini e un profondo senso di appartenenza a un mondo parallelo fatto di libri, pagine scritte e rilegature artigianali.
Zaza era l’amica del cuore di Simone de Beauvoir fin dall’adolescenza. Si conobbero al collegio cattolico Désir di Parigi, e la loro amicizia fu intensa, intellettuale, viscerale. Più che semplici compagne di scuola, erano anime affini.
Zaza era brillante, anticonformista, desiderosa di libertà — una creatura fuori dagli schemi, che rifiutava i codici borghesi imposti dalla sua famiglia. Simone ne era affascinata e la considerava una sorella spirituale, una complice di pensiero e di ribellione.
La tragica scomparsa di Zaza
Zaza morì a soli 22 anni, nel 1929, a causa di un’encefalite fulminante, questo ufficialmente. Ma Simone de Beauvoir non ha mai creduto che si trattasse solo di una malattia. Secondo lei — e molti studiosi concordano — furono la repressione familiare e i rigidi schemi impostigli dalla famiglia a ucciderla. Zaza si era innamorata di Maurice Merleau-Ponty (sì, proprio di quel ragazzo che poi diventerà un importante filosofo), ma la sua famiglia le impedì categoricamente di sposarlo, considerandolo socialmente inadeguato.
La pressione psicologica fu devastante. Zaza, già fragile, si ammalò subito dopo e non si riprese mai. De Beauvoir fu convinta che la frustrazione e l’oppressione borghese le avessero spezzato il cuore e la volontà di vivere. Come scrisse nelle Memorie di una ragazza perbene:
«Zaza fu vinta non dalla morte, ma dalla vita che non le fu concessa».
La morte dell’amica segna per sempre la sensibilità di Simone e la figura di Zara diventa una presenza costante nei suoi scritti autobiografici, in particolare nelle Mémoires d’une jeune fille rangée, dove assume i contorni di un simbolo tragico: il sacrificio di una giovane donna brillante, schiacciata sotto il peso di aspettative e norme imposte, rappresenta agli occhi di Simone un monito potente e una motivazione a rompere ogni vincolo che possa ostacolare il proprio desiderio di autonomia e libertà.

Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir a Parigi, maggio 1946
La relazione con Jean-Paul Sartre
È proprio nel 1929, anno così decisivo sul piano personale, che Simone de Beauvoir consegue uno dei risultati più importanti della sua formazione intellettuale: supera brillantemente il concorso dell’Agrégation in filosofia alla Sorbona, distinguendosi per il suo rigore analitico e la sua originalità di pensiero, e classificandosi seconda soltanto a Jean-Paul Sartre.
Inizia così una delle relazioni più affascinanti e discusse della storia culturale del Novecento, una partnership che andrà ben oltre la sfera sentimentale per trasformarsi in un dialogo intellettuale continuo, in una complicità che ha saputo attraversare le stagioni della vita e del pensiero, restando fedele a un ideale di libertà e autenticità condivisi.
Sartre, profondamente colpito dalla personalità indipendente e dalla brillantezza di Simone, la soprannomina “Castoro”, un appellativo nato dall’assonanza tra il suo cognome e la parola inglese “beaver”, che si carica del valore simbolico dell’operosità e della determinazione.
Il loro rapporto, fondato su una reciproca ammirazione e una trasparenza radicale, rappresenta un modello di relazione, in cui la scelta di non sposarsi e la volontà di vivere un’unione aperta diventano espressione di un nuovo modo di intendere l’amore, la complicità e la condivisione di ideali, lontano da ogni conformismo.
Come scrisse lei: «Siamo legati da un amore necessario, ma ci concediamo degli amori contingenti». Un’unione fondata sulla libertà assoluta, senza matrimonio, senza convivenza forzata, senza monogamia. Indubbiamente una “bomba” per l’epoca.
Il loro legame era esistenzialista nel profondo: due persone libere, responsabili, che scelgono consapevolmente di condividere la vita senza “possessività”. Vivevano in case separate, si scrivevano lettere quotidiane, si raccontavano tutto — sì, anche gli altri amanti. Quello che volevano evitare non era l’amore, ma la “mistica dell’amore romantico” che annienta l’individuo. Simone lo diceva chiaramente: «Non volevo essere la sua ombra. Né volevo che lui fosse la mia». Si amavano follemente in un modo spietatamente onesto. Nella realtà questa relazione che durò per tutta la loro vita non fu prima di dolori e di ferite reciproche, ma fu la loro scelta.
Il suo primo romanzo
Dopo aver insegnato filosofia fino al 1943, Simone de Beauvoir pubblica il suo primo romanzo, L’invitée, che ottiene subito un grande successo di pubblico e critica, consentendole finalmente di dedicarsi interamente alla scrittura.
La rivista Les Temps Modernes, fondata con Sartre e altri intellettuali dell’epoca.
Due anni dopo, insieme a Sartre e ad altri intellettuali della scena parigina, fonda la rivista Les Temps Modernes, che si afferma come un punto di riferimento imprescindibile per la letteratura, la filosofia e il dibattito politico e culturale dell’epoca. In questo contesto, la voce di Beauvoir si fa sempre più autorevole, pronta a interrogare la realtà senza mai rinunciare a uno sguardo critico e partecipe.

Edizione originale de “Il secondo sesso”
La pubblicazione de “Il secondo sesso”
Il 1949 segna un momento di svolta non solo per la carriera di Beauvoir, ma per la storia femminile della cultura europea: la pubblicazione de Il secondo sesso (Le deuxième sexe) – frutto di un lungo lavoro di ricerca, riflessione e scrittura – sconvolge il panorama culturale, proponendo una lettura innovativa e profondamente esistenzialista della condizione femminile.
In Il secondo sesso de Beauvoir smonta con lucidità filosofica e feroce onestà l’idea che la donna sia “naturalmente” inferiore all’uomo. La celebre frase «Donna non si nasce, si diventa» rappresenta il fulcro di una nuova consapevolezza collettiva, evidenziando come l’essere donna non sia il risultato di una fatalità biologica, ma il prodotto di una complessa costruzione culturale e sociale.
Il libro denuncia la condizione di subalternità della donna nella famiglia, nella sessualità, nel lavoro, nell’educazione e nella società, e traccia una via per l’emancipazione basata sulla libertà individuale e sull’autodeterminazione.
Nel Secondo sesso, de Beauvoir afferma con disarmante chiarezza:
“L’uomo si pone come l’Uno, la donna come l’Altro.”
Con questa frase, la filosofa denuncia una dinamica millenaria: l’uomo come misura di tutte le cose, e la donna relegata a uno specchio deformante, un essere “derivato”, privo di autonomia. Non è solo una questione teorica: è la descrizione fedele di un sistema di oppressione così interiorizzato da sembrare naturale.
L’impatto del libro è stato dirompente perché ha dato voce a una presa di coscienza collettiva. Le donne, attraverso la lettura del Secondo sesso, hanno potuto vedersi e leggersi con occhi nuovi, riconoscendo quanto la loro identità fosse stata compressa dentro ruoli prestabiliti — moglie, madre, musa — che quasi sempre presupponevano la rinuncia a sé.
De Beauvoir ha scardinato la retorica del “femminile eterno”, affermando che: «Il destino biologico, psicologico, economico della donna non basta a definire una figura della femminilità».
Questa intuizione ha ispirato intere generazioni di pensatrici, attiviste, scrittrici e semplici lettrici, favorendo un passaggio epocale: dal silenzio all’autonarrazione, dal ruolo assegnato al diritto di esistere come soggetti liberi.

Il Secondo sesso nell’indice dei Libri proibiti dalla Chiesa
Il libro, destinato a vendere centinaia di migliaia di copie, si trasforma in un vero e proprio manifesto politico e filosofico, generando entusiasmo, polemiche, e anche la censura da parte della Chiesa, che lo inserisce nell’Indice dei libri proibiti.
Per secoli, l’Indice è stato lo strumento con cui la Chiesa indicava i libri considerati “pericolosi per la fede e i costumi”. Includeva di tutto: da Galileo Galilei a Voltaire, da Rousseau a Sartre. E sì, nel 1956 fu il turno di Simone de Beauvoir.
Il secondo sesso toccava in particolare tre temi, inaccettabili per Vaticano. La De Beauvoir scriveva che la maternità non doveva essere un obbligo biologico o sociale, ma una scelta. «La maternità non è una vocazione: è un’opzione».
Simone difendeva la sessualità femminile come esperienza autonoma, non subordinata al matrimonio o alla procreazione.
E criticava la Chiesa cattolica, accusata di aver contribuito a secoli di subordinazione femminile. «La religione ha sempre giustificato il dominio del maschio sulla donna come un dato naturale o divino».
Le lotte del Movimento femminista
Negli anni successivi, non smette mai di essere protagonista delle trasformazioni culturali e sociali che attraversano la Francia e l’Europa. Partecipa attivamente alle lotte del movimento femminista e ai fermenti del maggio francese del 1968, continuando a scrivere romanzi, saggi e memorie in cui intreccia la riflessione filosofica con un’attenzione costante alle questioni esistenziali e alle dinamiche della società contemporanea, con particolare riferimento alla questione femminile.
Nel 1954 le viene assegnato il prestigioso premio Goncourt per il romanzo Les mandarins, un’opera densa e appassionata in cui racconta la vita degli intellettuali francesi del dopoguerra, indagando con acume le contraddizioni morali, politiche e personali di un’intera generazione.
Fino agli ultimi anni della sua vita, Simone de Beauvoir rimane instancabilmente fedele alla sua vocazione di scrittrice e pensatrice, continuando a interrogarsi – e a interrogare i suoi lettori – sul senso profondo dell’esistenza, sulla libertà individuale, sulle responsabilità che ogni essere umano è chiamato ad assumere di fronte a sé stesso e agli altri.
Simone de Beauvoir un simbolo di emancipazione, coraggio e pensiero critico
Muore a Parigi il 14 aprile 1986, e le sue esequie diventano una grande manifestazione femminista, in cui la scrittrice Elisabeth Badinter urla al mondo: «Donne, a lei dovete tutto!», consacrandola definitivamente come figura simbolo dell’emancipazione femminile.
Oggi Simone de Beauvoir riposa accanto a Jean-Paul Sartre nel cimitero di Montparnasse, ma la sua eredità intellettuale e morale continua a vivere e a esercitare una profonda influenza su chiunque desideri affrontare con sincerità e coraggio i temi della libertà, della condizione femminile e del senso autentico dell’esistenza umana. Forse non c’è modo migliore per ricordarla che attraverso le sue stesse parole:
«Che nulla ci costringa ad accettare l’inaccettabile».

Ho una laurea in Scienze della Comunicazione, un master in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni e un secondo in HR Management: perché raccontare il mondo non mi basta, voglio anche comprenderne le dinamiche più profonde, umane, relazionali, viscerali.
Scrivo per dare un senso a ciò che senso non ha, per mettere ordine nel caos dei dettagli che sfuggono, per restituire dignità ai silenzi e alle sfumature. Quando scrivo, non lo faccio per insegnare cosa pensare, ma per tentare di capire. Ogni testo è una scena, ogni parola è parte di un ragionamento.
Appassionata di cinema, fotografia e musica, vivo di letteratura, arte e cultura come altri vivono di pane. Divoro libri, spettacoli, mostre e tutto ciò che riesce a smuovere qualcosa sottopelle. Collaboro con diverse riviste su temi culturali e diritti civili, seguo progetti di cinema e spettacolo come freelance e curo la comunicazione per aziende che vogliono raccontarsi davvero, e non solo apparire.
Il mio punto di vista? Sempre umano. Sempre irrinunciabilmente sensibile.
Ho un debole dichiarato per le relazioni: non quelle che si dicono, ma quelle che accadono. Creo connessioni tra parole e persone perché è lì che tutto inizia davvero: nel punto esatto in cui una voce trova ascolto e un pensiero trova casa.
- Marianna Porcaro
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