L’ambiguità dell’utopia

by Marianna Porcaro

Utopia nasce da due radici greche. Ou topos che significa non luogo. Eu topos che significa buon luogo. Tommaso Moro gioca con questa ambivalenza nel 1516 e ci consegna un’idea doppia di utopia. Orizzonte desiderabile e insieme assenza di coordinate. Da allora l’utopia è guida e alibi. Ci promette un domani migliore e intanto ci allontana dall’unico terreno verificabile che è l’oggi.

Un ideale lontanissimo e il senso dei gesti quotidiani  

Quando cerchiamo un significato oltre mangiare, bere, dormire e avere un tetto tendiamo a spingere l’ideale lontanissimo. Più l’obiettivo arretra più ci sentiamo assolvibili. Accade nelle aziende, nella politica, nella vita domestica. 

Dipinto di Stanislav Plutenko

Dipinto di Stanislav Plutenko

Parliamo di mondo più giusto più verde più umano e poi arretriamo davanti al gesto minimo. L’utopia presa come paravento diventa cosmetico morale. Profuma ma non pulisce.

La frattura tra quello che diciamo e quello che facciamo 

Il reale chiede altro. Chiede coerenza a piccole dosi. Si misura in watt risparmiati, in chilometri non volati, in toni di voce tenuti bassi quando l’orgoglio chiede scena. Un grado in meno di riscaldamento non salva il pianeta e questo è vero. Salva però la nostra credibilità. Toglie la frattura tra quello che diciamo e quello che facciamo. 

Le grandi parole hanno bisogno di un esercizio quotidiano

Anche le grandi parole, pace, gentilezza, amore, hanno bisogno di un esercizio quotidiano. Serve un insulto trattenuto. Una frase interrotta prima di ferire. Un grazie detto quando sembra superfluo. La pace nasce dove si decide di non vincere una lite per salvare un legame. 

I bambini sono la prova. Le assenze di attenzione lasciano spazi che il tempo trasforma in voragini. Da adulti cercheranno una patria affettiva perduta e spesso non la troveranno. Perché nessuno ha insegnato loro cosa voglia dire essere visti, ascoltati, accolti.

L’utopia esibita, senza presenza reale, diventa ferita

L’autore dell’Emilio – Jean Jacques Rousseau –  uno dei trattati più celebri sull’educazione ( pubblicato nel 1762) affidò i propri figli a un orfanotrofio. Un paradosso che taglia come un vetro. Teoria ineccepibile e pratica assente. È il ritratto di una scissione che sopravvive.

Dipinto di Stanislav Plutenko

Dipinto di Stanislav Plutenko

Oggi ha una versione patinata. Genitori in tour a parlare di gentilezza ed equilibrio mentre i figli restano soli davanti agli schermi. L’utopia esibita senza presenza reale diventa ferita.

Predicare il bene universale non vale se non ci siamo per chi amiamo

L’amore si trasmette con la presenza. Con il calore quotidiano. Con la sedia accanto occupata con costanza. Predicare il bene universale non vale se non sappiamo fermarci a guardare vivere chi amiamo. L’educazione autentica nasce da qui. Dalla continuità. 

Non rinunciare all’ideale, ma restituirgli prossimità 

Smettere di sognare l’impossibile non significa rinunciare all’ideale. Significa liberarlo dal compito di scudo e restituirgli prossimità. Portiamo gli obiettivi in casa e lasciamo che urtino contro le abitudini. Tenere ciò che resiste allo scontro con il quotidiano e scartare il resto.

Cucire la distanza tra parole e fatti.

Basta con non dipende da me. Dipende anche da me. La responsabilità cresce per somma di frazioni. Quando la mia manca, il totale mente. 

Non salveremo il mondo. Possiamo però smettere di ferirlo. Cucire la distanza tra parole e fatti. Trasformare il bene in gesti piccoli e ripetuti. E questo, se ci pensiamo, sarebbe già un miracolo.

In copertina, un dipinto di Stanislav Plutenko

 

Ho una laurea in Scienze della Comunicazione, un master in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni e un secondo in HR Management: perché raccontare il mondo non mi basta, voglio anche comprenderne le dinamiche più profonde, umane, relazionali, viscerali.
Scrivo per dare un senso a ciò che senso non ha, per mettere ordine nel caos dei dettagli che sfuggono, per restituire dignità ai silenzi e alle sfumature. Quando scrivo, non lo faccio per insegnare cosa pensare, ma per tentare di capire. Ogni testo è una scena, ogni parola è parte di un ragionamento.
Appassionata di cinema, fotografia e musica, vivo di letteratura, arte e cultura come altri vivono di pane. Divoro libri, spettacoli, mostre e tutto ciò che riesce a smuovere qualcosa sottopelle. Collaboro con diverse riviste su temi culturali e diritti civili, seguo progetti di cinema e spettacolo come freelance e curo la comunicazione per aziende che vogliono raccontarsi davvero, e non solo apparire.
Il mio punto di vista? Sempre umano. Sempre irrinunciabilmente sensibile.
Ho un debole dichiarato per le relazioni: non quelle che si dicono, ma quelle che accadono. Creo connessioni tra parole e persone perché è lì che tutto inizia davvero: nel punto esatto in cui una voce trova ascolto e un pensiero trova casa.

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