Sfida creativa 2023. Le interviste ai vincitori della sezione Romanzi

by Patrizia Luppi

Congratulazioni a Leonardo Garavaglia, Frédéric Charles Dévé e Chiara Forlani che hanno vinto rispettivamente il 1°, il 2° e il 3° premio della sezione Romanzi editi della Sfida creativa 2023, il concorso letterario e multimediale de Il piacere di raccontare. 

Sono stati 137 i romanzi editi, inviati dagli iscritti alla Sfida creativa, tra i quali la Giuria tecnica – composta da autorevoli membri del mondo della cultura – ha individuato i romanzi più belli.

I vincitori dei Romanzi -insieme a quelli della sezione Racconti inediti e Opere Multimediali (dei quali parleremo nei prossimi giorni) – sono stati premiati in una Cerimonia online il 18 marzo 2024.

Il ventitreenne Leonardo ha vinto un viaggio nelle più importanti capitali europee. Frédéric potrà rilassarsi in un centro benessere italiano, mentre Chiara avrà l’occasione di degustare una cena gourmet in un ristorante italiano a sua scelta.

Leonardo Garavaglia, Frédéric Charles Dévé e Chiara Forlani hanno vinto rispettivamente il 1°, 2° e 3°premio della sezione Romanzi della Sfida creativa 2023

Li abbiamo intervistati per conoscere meglio la loro storia e per sapere di più sull’opera vincitrice.

Leonardo Garavaglia

Leonardo Garavaglia con Allarme in paradiso  ha vinto il primo premio

Laureato al Dams, ha proseguito gli studi con un master. Il cinema, la fotografia, la scrittura creativa e la lettura sono le cose che ama di più. 

Leonardo, come è nata la storia di Allarme in Paradiso?

Ero al terzo anno di università al Dams, nel novembre 2021. Quell’estate avevo letto tantissimo di José Saramago e in particolare mi era piaciuto Le intermittenze della morte. Un giorno, proprio prima che mi addormentassi, mi è venuta in mente una scena legata a quel romanzo, protagonisti il diavolo e la morte; il giorno dopo ne ho parlato a mio padre, che mi ha consigliato uno sviluppo diverso rispetto a quello che avevo immaginato.

Di lì, ho cominciato subito a scrivere e mia sorella mi ha dato un grande aiuto: io sono dislessico e faccio un po’ fatica a correggere, invece lei mi ha dato una mano in questo e soprattutto come editor. Inviavo i nuovi capitoli ogni giorno a tutta la mia famiglia e loro si appassionavano molto a leggerli, poi pian piano li ho accorpati.

Quando il romanzo è stato pubblicato, mia madre e io cercavamo concorsi a cui potessi partecipare, oltre a quelli proposti dalla casa editrice, e lei mi ha girato il link de Il piacere di raccontare.

Bella, questa solidarietà famigliare. Hai avuto altre fonti di ispirazione, oltre al romanzo di Saramago?

Ha influito sicuramente il fatto che a me è sempre piaciuto leggere libri su tematiche religiose e non soltanto sul cristianesimo, su tutte le religioni in generale.

Mi sono accorto in seguito, inoltre, che a ispirarmi è stata anche la visione del film Il sole di Aleksandr Sokurov, che racconta di quando l’imperatore Hirohito, dopo che il Giappone perse la Seconda guerra mondiale, dichiarò di non avere natura divina. Mi ha colpito soprattutto il fatto che Hirohito, nel film, alla fine fosse felice di questa rinuncia.

Tu sei anche un cinefilo, con un occhio speciale per le immagini. Quando scrivi, vedi ciò che racconti?

Sì, lo vedo molto bene, però cerco di non mettere troppi riferimenti, per dare al lettore tutta la libertà di immaginare. Non mi piacciono tanto quegli scrittori che spiegano tutto minuziosamente. In ogni caso, la mia passione per il cinema è molto dentro il libro, ci sono tante citazioni che ho inserito.

C’è una interconnessione fra la tua scrittura e la tua attività di studio e professionale?

Sì e no, nel senso che mi piacerebbe lavorare nel mondo del copyright o anche in quello del cinema, forse come sceneggiatore. Io voglio scrivere, voglio raccontare storie. La scrittura per me non è un’attività secondaria, è molto importante.

La tua predilezione per il fantastico appare chiara in Allarme in Paradiso e nel fatto che scrivi racconti di fantascienza:  è una passione esclusiva?

Per ora la letteratura fantastica è effettivamente quella che mi interessa di più nello scrivere, anche se poi uno dei miei generi preferiti nella lettura è l’autobiografia: mi piace tantissimo quando delle persone ragionano sul loro passato. Però come scrittore, almeno per ora, apprezzo molto di più i personaggi e le storie di fantasia.


Frederic Charles Dévé

Frédéric Charles Dévé ha vinto con Le cose che sappiamo il secondo premio.

Biologo e agronomo di straordinaria esperienza, consulente dell’Onu e grande viaggiatore, Dévé «ha conosciuto e collaborato con contadini di un centinaio di paesi», come lui stesso ha scritto nella breve biografia che ci ha mandato.

Frédéric Charles, Le cose che sappiamo ha ormai una lunga storia, vero?

Sì, è stato pubblicato in Francia più di trent’anni fa nella mia lingua madre, il francese. Poi Vincenzo Furina, il fondatore di Artemide Editoriale, se n’è innamorato e l’ha fatto tradurre da Renato Benvenuto, che è stato bravissimo.

Io ho seguito la traduzione e ne ho approfittato per migliorare un po’, forse, il libro. D’altronde, dicono che Dostoevskij scrivesse in un russo abominevole e che abbia guadagnato molto nelle traduzioni in altre lingue.

È evidente una stretta interconnessione fra la tua attività, la tua vocazione, e questo libro, ispirato dai sette anni che hai trascorso in Nicaragua all’inizio della rivoluzione sandinista.  Scrivi anche su altri argomenti o credi in un legame stretto fra vita, professione e scrittura?

Ho scritto parecchio, ma senza pubblicare: una serie di racconti brevi, piccole poesie e racconti più di fantasia. Come pubblicazione c’è stato questo romanzo che avete premiato e un altro che sto scrivendo adesso online, su una piattaforma che si chiama Substack: è una specie di blog specializzato per scrittori, uno strumento molto interessante, ed è frequentato anche da grandi autori e grandi personalità, da Salman Rushdie a Patti Smith.

Questi due lavori pubblicati hanno effettivamente un legame con la mia attività professionale, però per me è molto difficile riuscire a conciliare le due cose: in realtà, o faccio l’una o faccio l’altra, anche se si nutrono reciprocamente.

Quindi hai poco tempo da dedicare alla scrittura?

Adesso ho deciso di smettere con le missioni. L’anno scorso ho fatto il mio ultimo lavoro sul terreno in Senegal, è stato molto bello ed è andato benissimo.

Sono stato davvero contento di terminare così e adesso rifiuto tutte le proposte che mi sottopongono, perché ci sono i problemi legati all’età. Ho settant’anni, non posso più fare ciò che facevo in gioventù e se ora mi chiamano per andare in Nigeria o in Burkina Faso io dico no, grazie; se però mi volete mandare alle Maldive, a Samoa o a Santa Lucia, allora accetto con molto piacere. Non voglio più recarmi nelle zone impegnative.

Continuerò a viaggiare perché ho un po’ il virus, ma devo rallentare, e questo mi permetterà di dedicarmi a tempo pieno alla scrittura.

In ciò che scrivi, quanto è importante per te trasmettere le idee che consideri fondanti e sottoporre alle persone dei concetti che ti preme esprimere, per portare loro un messaggio?

Naturalmente io sono abitato da certe idee, però non voglio essere didattico né voglio scrivere un saggio dentro un romanzo. Certi personaggi, sì, sono delle incarnazioni di certe idee, di certe posture esistenziali o spirituali o politiche, però io sono più interessato in realtà a trasmettere delle immagini, delle visioni, a volte anche con un aspetto buffo.

In Le cose che sappiamo c’è una pagina un po’ particolare, con una veduta del profilo dell’isola e la  nascita degli astri: è il ciclo dell’eterno ritorno e anche una visione di bellezza della natura. Mi piace a volte dire di questa pagina che è un po’ una parusia senza Cristo o un’epifania pagana; lo dico senza pretese, ma c’è qualcosa di un po’ mistico che abita il libro e questa potrebbe essere la vera forza che guida il mio lavoro di scrittura, con una venerazione per il verbo come fonte di creazione.


 

Chiara ForlaniChiara Forlani ha infine vinto il terzo premio con Per me sei speciale.

Chiara ha basato la sua vita professionale sulla passione per l’arte e per la letteratura: dopo essere stata restauratrice, da anni insegna lettere presso una scuola ospedaliera dove, secondo le sue parole, «ogni giorno porta un sorriso ai giovani ammalati».

Chiara, quanto c’è della tua vita e della tua professione in Per me sei speciale?

Il romanzo è ambientato nella realtà in cui lavoro. Sono un’insegnante statale che svolge la sua attività presso un ospedale ferrarese, con i ragazzi ammalati: la connotazione autobiografica, anche se un po’ celata, è molto presente.

Ho fatto il tentativo di scrivere una storia ambientata durante la pandemia, infatti sulla copertina c’è una ragazza con la mascherina, e ho cercato di riportare in qualche modo il mio vissuto; però sdrammatizzando, perché non volevo assolutamente produrre un piagnisteo al posto di un romanzo.

Poi, siccome mi piacciono sempre tanto i gialli, ho inserito un mistero in questa ambientazione particolare, nel luogo un po’ claustrofobico che può essere un ospedale. Insomma, ho cercato di mettere un po’ di divertimento nella storia per non farne un drammone e, contemporaneamente, anche di inserire un mistero perché, secondo me, una storia senza qualcosa da scoprire non ha ragione di essere, non riuscirei a scriverla.

L’hai fatto leggere ai tuoi allievi? Come hanno reagito?

Qualcuno dei ragazzi, già grandino, l’ha letto, è un libro adatto a un pubblico adolescente; io poi, fra l’altro, vado a fare dei laboratori di lettura e scrittura nelle scuole del mio sito comprensivo e ho portato questo romanzo, che è piaciuto molto soprattutto per il mistero che è sotteso alla storia.

Coraggioso da parte tua affrontare questo argomento, per di più in una maniera lieve. È stato difficile scriverne?

Credo effettivamente che sia stato un atto di coraggio. In qualche modo è anche una sorta di diario dell’esperienza mia e della mia collega, siamo solo in due come nel libro, e riuscire a sdrammatizzare è stato difficilissimo.

Ma è stato anche molto importante, perché mi è servito a riflettere su quello che faccio, sull’importanza del mio lavoro, e a non farmi prendere dallo sconforto.

E’ un rischio quotidiano per una persona che ha continuamente a che fare con la sofferenza e con il dolore, soprattutto di persone così giovani.

Chiara Forlani con il suo premio, un percorso di degustazione per due persone

Chiara Forlani con il suo premio, un percorso di degustazione per due persone

Tu hai già pubblicato diversi libri, anche per ragazzi, per lo più ambientati nel territorio ferrarese, e hai già vinto alcuni premi. L’atto di scrivere che cosa ti dà soprattutto?

Io ogni giorno torno a casa da scuola e porto con me il dolore che ho vissuto, l’angoscia, che è anche quella dei genitori, oltre a quella dei ragazzi.

Porto a casa con me questo fardello e mi butto sulla scrittura, che diventa un mezzo per entrare in un’altra realtà, per distrarmi e concentrarmi su qualcos’altro. Vorrei dire anche che questo libro e uno che ho scritto in precedenza servono per raccogliere fondi per l’ospedale.

Abbiamo bisogno sempre di materiali per attirare i ragazzini verso la scuola; non è facile costringere dei giovani e giovanissimi malati, sofferenti, ad applicarsi. Grazie a questi libri e ai piccoli guadagni che mi portano, io acquisto quaderni, materiale per disegnare, libri da regalare ai bambini e ai ragazzi ricoverati. Non sempre fare i compiti è una cosa attraente, ma ricevere un dono lo è molto di più

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