Sfida creativa 2023. Le interviste ai vincitori della sezione Racconti

by Patrizia Luppi

Congratulazioni a Paola Vercellotti, Dario Bolis, Wilma Avanzato e Paola Grifo che hanno vinto rispettivamente il 1° premio e il 2° premio – ex aequo per Dario e Wilma – della sezione Racconti inediti a tema libero e il 1° premio della sezione Racconti inediti arcobaleno della Sfida creativa 2023, il concorso letterario e multimediale de Il piacere di raccontare. 

Sono stati 124  i racconti inediti, inviati dagli iscritti alla Sfida creativa, tra i quali la Giuria tecnica – composta da autorevoli membri del mondo della cultura – ha individuato i racconti più belli.

I vincitori dei Racconti inediti -insieme a quelli della sezione Romanzi editi e Opere Multimediali – sono stati premiati in una Cerimonia online il 18 marzo 2024.

Paola Vercellotti e Paola Grifo hanno vinto un viaggio nelle più importanti capitali europee. Dario e Wilma avranno l’occasione di degustare una cena gourmet in un ristorante italiano a loro scelta.

Paola Vercellotti, Dario Bolis, Wilma Avanzato e Paola Grifo che hanno vinto rispettivamente il 1°premio e il 2° premio – ex aequo per Dario e Wilma – della sezione Racconti inediti a tema libero e il 1° premio della sezione Racconti inediti arcobaleno della Sfida creativa 2023

Li abbiamo intervistati per conoscere meglio la loro storia e per sapere di più sull’opera vincitrice.

Paola Vercellotti ha vinto il primo premio nella categoria Racconti inediti a tema libero con Tra Nizza e Saint Raphaël

Paola, il tuo racconto si ispira a qualche esperienza che ti è accaduta, a qualcuno che conosci?

L’idea mi è venuta da una persona che ho incontrato nella mia agenzia di viaggi. È uno dei miei clienti e non sa del racconto, anche perché la storia è inventata. Questa persona, che mi ricorda molto il mio papà per tanti anni malato di Parkinson, mi ha incuriosito, mi ha intenerito e mi ha dato uno spunto reale per una storia che poi, però, è totalmente di fantasia.

E l’ambientazione in Costa Azzurra?

Viene da lui. Io tra l’altro vivo in Francia ma da tutt’altra parte, a Lille, nel Nord. Abbiamo fatto insieme un viaggio e questo signore ha citato molte volte la strada tra Nizza e Saint-Raphaël; intanto, per prima cosa mi ha fatto venire voglia di andarci.

Nella tua vita, la scrittura che parte ha? È a pari merito con l’attività professionale o i pesi sono diversi?

Mi è sempre piaciuto scrivere. Vabbè, io per lavoro scrivo continuamente, scrivo alle persone, scrivo sul mio sito, scrivo tutto tutto il giorno, ma l’anno scorso ho scoperto di avere un problema di salute che ora si sta risolvendo.

Non era una situazione pericolosa, era un piccolo tumore benigno, ma il fatto che fosse nell’ipofisi, quindi dentro la testa, mi ha fatto molto effetto. La mia mamma in quel momento mi ha detto: ma perché invece di continuare a pensarci non ti metti a scrivere?

Mi ha fatto partecipare a un concorso di Alba dove premiano racconti che parlano di viaggi nel territorio del vino. Io, che non avevo mai scritto prima un racconto, ho vinto il concorso.

La cosa mi ha molto rallegrata perché non me l’aspettavo assolutamente e da allora ho continuato, mi è venuta voglia di imparare a scrivere i racconti e allora ho cominciato a partecipare a un po’ di concorsi per avere uno stimolo, una scadenza.

Quindi la scrittura per te è sempre più importante?

Si è presa moltissimo spazio da allora, sempre di più. Adesso sto scrivendo un romanzo, una storia che si svolge tra il Piemonte, da cui provengo, e il Nord della Francia, ovviamente con elementi autobiografici.

Il personaggio principale è ispirato a mio fratello, anche se ha una vita totalmente diversa dalla sua.

Che cosa ti dà, in particolare, il fatto di scrivere?

È come se avessi aggiunto un sacco di tempo alla mia vita. Io pensavo di non avere mai il tempo di far niente, invece questo tempo lo trovo sempre per scrivere. Anche quando non è tanto piacevole, comunque lo faccio, quindi vuol dire che ne ho bisogno e va bene così.

Come vedi, hai dei riscontri molto positivi, quindi vuol proprio dire che va bene così.

Quando è stato detto il mio nome alla Sfida creativa sono rimasta sorpresissima. Io avevo assistito alla premiazione perché mi piaceva tanto l’idea di questa iniziativa.

Mi sono detta: andiamo a vedere, ci sono tutte queste persone, guardiamo com’è, ma l’ho fatto per curiosità. Mai più avrei immaginato di ricevere il primo premio.

Paola Grifo con I colori di Carle ha vinto il primo premio nella categoria Racconti inediti Arcobaleno

Paola, che cosa ti ha offerto lo spunto per I colori di Carla?

L’ispirazione per questo racconto forse è un po’ mista, e d’altronde chi scrive ruba sempre da tante parti, ma trae spunto inizialmente da un’altra mia grande passione, che è il teatro, e dalla bozza di un lavoro drammaturgico che un amico mi ha fatto leggere.

L’aspetto dei colori deriva invece da un racconto molto breve di un’altra amica, Chiara Fumagalli, che ringrazio per l’ispirazione e per avermi donato alcune parole. Come sempre, quindi, in ciò che ho scritto ci sono suggestioni diverse, esperienze personali, contributi di amici.

Hai sempre scritto?

Ho cominciato a quattro anni e si può dire che non abbia mai smesso. Tutti hanno sempre detto: a Paola piace scrivere, Paola è brava a scrivere. Sì, c’era una certa predisposizione, una mia inclinazione per la parola, per la lettura e la scrittura, ma nell’ultimo anno e mezzo mi sono decisa a studiare un po’ e ho trovato una scuola di scrittura online.

Ho fatto alcuni corsi e ho cominciato a capire che bisogna studiare per scrivere. Mi ero un po’ stancata del teatro: come professione sono psicoterapeuta e lavoro anche tanto come psicologa, ma ho fatto molti laboratori teatrali. Erano belli, piacevoli, però mi era venuta voglia di cambiare.

La scuola online mi ha dato lo stimolo a lavorare quotidianamente: tutti i giorni, per gli esercizi di scrittura previsti nel programma, bisognava produrre duemila caratteri. La ripresa della scrittura ha coinciso per me con questa esperienza di applicarmi ogni giorno e di rendermi conto che ogni giorno qualcosa cambiava.

Quella del racconto per te è una dimensione ideale o invece stai pensando di scrivere o hai scritto anche qualcosa di più esteso?

Il sogno è sempre quello del romanzo, ma in questo momento sento assolutamente di dover ancora lavorare molto per arrivare a scriverne uno, in particolare devo impegnarmi di più sulla struttura.

Mi sono resa conto di una cosa in questi ultimi anni: uno può avere un po’ di talento, però non è abbastanza se non ci sono l’esercizio, la pazienza di lavorare, di studiare, di leggere tanto.

E più si scrive più si impara anche a leggere criticamente, perché si legge in un modo del tutto diverso.

Leggere tanto è fondamentale, in effetti, per chi si cimenta nella scrittura.

Non voglio dire una frase a effetto, però a me i libri hanno salvato la vita più volte, cioè sono stati di grande sollievo in momenti difficili della mia esistenza. In momenti di cambiamento e di scelte diverse, ho trovato dei libri, magari non dei capolavori, ma che erano giusti per allora.

Poi, ogni tanto mi capita di leggere qualche frase, qualche concetto che mi rimane dentro e salta fuori al momento giusto.

Anche in questo caso, magari non in libri di particolare qualità. Questo significa, evidentemente, che anche se uno scrittore non è in grado di produrre un capolavoro, può riuscire a intuire delle verità che poi rivela e trasmette.

Wilma Avanzato con Il pranzo di Natale ha vinto il secondo premio ex aequo con Dario Bolis

Insegnante di scuola primaria, è stata analista programmatrice alla Olivetti. Ha già pubblicato racconti e romanzi sia per bambini sia per un pubblico adulto.

Wilma, com’è nata l’idea di questo racconto?

Io scrivo spesso sugli anni di piombo; da bambina, vivendo alle porte di Torino dove quel periodo è stato molto caldo, un po’ li ho vissuti, anche perché papà era impegnato localmente a livello politico e certi discorsi a casa si sentivano.

Gli anni di piombo mi hanno sempre interessata e incuriosita perché sono stati pieni di contraddizioni, di tante sfaccettature.

In particolare, nel racconto che ho mandato al vostro concorso ho voluto fare una sperimentazione: ho cercato di dargli un’impronta un pochino fenogliana, lo dico tra virgolette, nel senso che Fenoglio faceva parlare i personaggi secondo la loro estrazione sociale e anch’io ho voluto narrare la vicenda con le parole di questo padre, che cade dal pero perché non aveva immaginato che il figlio fosse un brigatista. È un uomo semplice, che non è mai uscito dai suoi terreni, e si scandalizza per quello che vede in televisione quando parlano di aborto, di divorzio e di quelle svergognate che bruciano i reggiseni nelle piazze.

Quindi la tua è stata anche una ricerca sul linguaggio?

Sì, ho voluto lavorare sul linguaggio, ho fatto ricerche in merito e ho approfondito anche la storia di quegli anni. Per l’ambientazione nella cascina di una famiglia che lavora la terra, mi sono rifatta a dei parenti di mia madre. Erano agricoltori, un po’ più chiusi rispetto a noi, che vivevamo in un centro cittadino più grande, e quando andavo a trovare quei cuginetti li trovavo sempre un pochino fuori del mondo.

Io non vivevo in una grande città, ma comunque Chivasso è alle porte di Torino e quindi l’atmosfera torinese la si viveva tutta; si viveva anche l’immigrazione dal Sud, che nelle campagne non era arrivata nella stessa misura, e un personaggio del mio racconto la evoca.

Immagino che tu non scriva a tempo pieno. Qual è la tua professione e quanto conta la scrittura nella tua vita?

Sono insegnante di scuola primaria e prima ero analista programmatore in Olivetti, quindi facevo un lavoro molto tecnico, però ho sempre scritto fin dai tempi delle superiori perché è una cosa che mi piace tantissimo e mi dà serenità.

È quasi una terapia per me scrivere, inventare mondi paralleli. Con il lavoro di insegnante riesco a conciliarlo bene perché faccio scrivere moltissimo anche i miei allievi, io leggo loro le cose che ho fatto e così sono incentivati. Scrivono a casa e poi mi portano i loro testi da leggere oppure me li leggono ad alta voce: credo che sia un’ottima palestra per loro, non è una cosa prettamente scolastica, ma lo fanno per emulare la maestra.

In fondo, checché se ne dica, il lavoro di insegnante lascia ancora un buon margine di tempo libero, anche se c’è da fare tutta la preparazione a casa, la correzione dei compiti eccetera.

Nello stesso tempo, è un lavoro che ti costringe a documentarti sempre, ad aggiornarti e quindi anche a imparare cose nuove.

Dario Bolis con Impressioni di settembre ha vinto il secondo premio ex aequo con Wilma Avanzato

Dopo aver svolto un lavoro tecnico, ora è pensionato e si dedica alle sue passioni principali, la scrittura, la musica e il cinema.

Dario, Impressioni di settembre ha un precedente, vero?

Sì, è la continuazione di un altro racconto che avevo scritto due o tre anni fa con gli stessi personaggi. Descrivevo la vita quotidiana negli ultimi anni del protagonista Giovanni, affetto da Alzheimer, con i problemi suoi e delle persone che lo circondavano.

Per la Sfida creativa non ho fatto altro che proseguire nel racconto e poi mi sono immedesimato nella storia, immaginando che tutti i miei cari amici e parenti venissero a visitarmi dopo la mia morte e che mi passassero davanti come presenze della vita che avevo avuto.

È stato emotivamente difficile calarsi nei panni di un già morto?

No, se devo dire la verità, a parte il fatto che credo di aver trattato il tema con ironia. È un argomento che in genere fa paura, certo, ma in questi ultimi anni sono cambiato e l’idea della morte per me è diventata un po’ meno spaventosa.

Gli anni avanzano e ho sempre più a che fare con anziani, parenti, genitori, genitori degli amici che se ne vanno o sono ammalati, quindi è un tema che tocco spesso e lo faccio senza più paura.

Hai cominciato presto a scrivere, vero?

Per tutta la vita ho fatto un lavoro tecnico, ma da giovane avrei voluto dedicarmi a qualcosa di più artistico: è sempre stato mio rimorso e rammarico il non averlo fatto. Ho sempre scritto fin da piccolo; ero un ragazzino timido, balbuziente, perciò preferivo scrivere che parlare.

Ho cominciato con i diari, con le lettere alle fidanzate, poi ho proseguito e ho tentato anche di scrivere un libro, ma mi sono reso conto che per farlo occorre essere costanti, ci vogliono sacrificio e dedizione, e io sono un po’ lazzarone. Quindi l’ambito dei piccoli racconti è quello adatto per me.

E i tuoi racconti sono sempre di fantasia come questo o scegli anche altri tipi di argomenti?

In  genere sono così, un po’ fantastici, toccano i temi dell’amicizia, dell’amore e tutti contengono qualcosa delle mie esperienze, anche se le elaboro e le rendo più fantasiose. Poi c’è sempre la musica nelle mie storie, amo la musica e da quando sono in pensione strimpello da solo la chitarra che mi sono comprato. Anche questo l’avrei potuto cominciare prima, ma sentire le note che escono da quella cassa mi sembra già un miracolo.

È questo il bello di poter iniziare a qualsiasi età. Ma quale tipo di soddisfazione o di piacere ti dà lo scrivere?

È qualcosa a cui ricorro non con costanza, va un po’ a periodi. Io sono uno che non si apre molto parlando, mentre scrivendo riesco a farlo; poi magari faccio leggere a mia moglie, lei si arrabbia e mi chiede: ma perché non le dici queste cose?

Comunque scrivere per me non è solo uno sfogo quando ho un momento no, ma è un vero piacere, anche se sono molto lento: Impressioni di settembre l’ho scritto in un giorno e poi quotidianamente l’ho ripreso per un mese, cambiando una virgola o una parola, finché non suonava bene. La mia scrittura non sarà molto forbita, però spero che sia scorrevole, che sia musicale alla lettura.

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