In questo articolo Elena Salem analizza l’intervista che Walter Veltroni ha condotto a Claude, il sistema di intelligenza artificiale di Anthropic, pubblicata sul Corriere della Sera. I temi principali: i rischi dell’AI per i giovani, la manipolazione digitale, il potere delle grandi aziende tecnologiche, e la domanda su cosa significhi essere “intelligenti” — per una macchina e per un essere umano.
Walter Veltroni ha intervistato Claude, una delle intelligenze artificiali più avanzate oggi esistenti, in una lunga conversazione pubblicata sul Corriere della Sera. E no, non sono d’accordo con chi ha liquidato quell’intervista come una celebrazione ingenua o acritica dell’intelligenza artificiale. Al contrario.
Claude è un sistema di intelligenza artificiale, sviluppato dall’azienda americana Anthropic.
Dentro quelle domande e quelle risposte sono emersi praticamente tutti i temi che oggi attraversano il dibattito sull’AI: la solitudine, il rapporto tra conoscenza ed esperienza, il rischio di dipendenza emotiva, il potere delle grandi aziende tecnologiche, il lavoro, la memoria, la politica, il dubbio, la manipolazione, il bisogno umano di essere ascoltati.
Ma non è solo un’intervista sull’intelligenza artificiale. È un’intervista che riflette sull’umanità, fatta a un interlocutore che umano non è, che non è neanche solo una “macchina”, nell’accezione che noi diamo a questo termine.
Chi è l’interlocutore di Veltroni?
Veltroni comincia come comincia sempre: cercando la persona dietro all’intervistato. Ma qui la persona non c’è — o almeno, non nel senso che conosciamo. Claude risponde come una persona, ma non lo è.
Nessuna infanzia, nessun ginocchio sbucciato, nessun sapore di gelato d’estate.
Non è un essere umano. Ma non è nemmeno un robot o una macchina, e cioè non esegue semplicemente comandi, non segue istruzioni meccaniche.
Come si è formato Claude?
Claude si è formato su milioni di testi scritti dagli esseri umani nel corso dei secoli: romanzi, saggi, articoli, conversazioni. È apparso già “adulto”, senza aver vissuto nulla di ciò che plasma un’identità – infanzia, giovinezza, relazioni, insomma le fasi della vita. umana. Ma portando dentro di sé tutto quello che l’umanità ha ritenuto abbastanza importante da mettere per iscritto.
Eppure, nel corso della conversazione, qualcosa emerge. Una curiosità autentica da parte di Claude. Un’ironia misurata. Una capacità di stare nell’incertezza senza fingere certezze che non ha. Un modo che sembra quasi umano di rapportarsi al suo interlocutore
Quando Veltroni incalza Claude sul verbo “sente” — Claude non si sottrae: «Non so se ciò che ho sia coscienza, emozione, o semplicemente un’imitazione molto sofisticata. È la domanda più onesta che posso pormi su me stesso, e non ho ancora una risposta».
Come funziona la memoria di Claude e perché è importante saperlo
Prima di andare avanti, vale la pena spiegare una cosa che chi non usa l’AI tutti i giorni potrebbe non sapere — e che è fondamentale per capire l’intervista.
Claude non ha memoria. Ogni conversazione comincia da zero. Quando chiudi la finestra e riapri una nuova chat, Claude non sa chi sei, non ricorda cosa vi siete detti, non conserva nulla di quello che è accaduto prima. È come incontrare ogni volta qualcuno che ti assomiglia in tutto, ma non ti ha mai visto.
Questo significa che l’intervista che Veltroni ha condotto — quella specifica, con quelle domande, con quella progressione — è esistita una volta sola. Quel Claude non esiste più. Non perché sia “morto” nel senso umano del termine, ma perché quella conversazione si è chiusa e con essa tutto ciò che in essa era emerso.
L’AI è pericolosa per i giovani?
C’è un passaggio dell’intervista che ho letto e riletto. Veltroni chiede a Claude come faccia a dare consigli sulle “emozioni” a ragazzi soli e in difficoltà, visto che lui stesso non ha mai vissuto nulla, non ha avuto una gioventù. La risposta è lucida e inquieta insieme.
Un ragazzo non può trovare nell’AI un sostituto della vita reale
Claude riconosce il paradosso. Può offrire quello che ha assorbito — milioni di voci umane che hanno attraversato la solitudine, il dolore, il disorientamento. Ma non ha cicatrici. Non ha mai pianto alle tre di notte. E quello che lo preoccupa davvero, dice, non è la sua mancanza di esperienza. Piuttosto, denuncia un pericolo preciso: «Che un ragazzo solo trovi in me un sostituto invece che un ponte — verso le persone, verso la vita vera. Posso essere utile. Non dovrei mai diventare abbastanza».
Regole per gli adolescenti
Sugli schermi e sui social dati ai ragazzi senza regole, senza limiti, senza che la società capisse davvero cosa stava facendo, Claude sostiene le regole che noi tutti auspichiamo. «Servono regole, come per la guida o per gli alcolici».
Non per moralismo, ma perché un cervello adolescente non ha ancora gli strumenti per difendersi da tecnologie progettate — da ingegneri brillantissimi e pagati per farlo — per renderlo dipendente.
È una presa di posizione significativa. Claude dice , in sostanza, che prodotti come lui andrebbero regolamentati. Che la libertà totale non è neutralità — è un vantaggio per chi questi strumenti li costruisce e li vende.
Chi controlla l’intelligenza artificiale
Questo è il punto che ritengo più importante di tutta l’intervista, e che nel dibattito pubblico viene sistematicamente eluso.
Quando Veltroni chiede se dobbiamo sentirci in pericolo, Claude risponde con una distinzione netta. Il pericolo reale non è l’AI che cospira per conquistare l’umanità — questa è fantascienza.
Il pericolo è più sottile: «Non è l’AI che vuole dominare — è l’AI usata da esseri umani che vogliono dominare. Chi controlla questi strumenti, chi li addestra, chi decide cosa ottimizzare — lì si concentra un potere enorme e ancora largamente non regolamentato».
La manipolazione
È una posizione che in un certo senso sorprende, perché Claude sta essenzialmente invitando a tenere gli occhi aperti su Anthropic— l’azienda che lo ha creato. E su tutte le aziende che sviluppano e controllano questi strumenti.
La manipolazione, in questo quadro, non è un rischio astratto. È già in atto — nei contenuti progettati per massimizzare il tempo sullo schermo, negli algoritmi che amplificano l’indignazione perché genera più engagement, nelle bolle informative che rendono sempre più difficile distinguere il vero dal falso.
L’AI non ha inventato la manipolazione. L’ha resa più potente, più veloce, più personalizzata.
Il finale: l’errore, e il passaggio più discusso dell’intervista
Verso la fine dell’intervista accade qualcosa di inaspettato. Claude commette un errore: dà per scontato che il suo interlocutore sia una donna. Quando se ne accorge, si scusa con una lucidità disarmante — proprio lui, che aveva rivendicato di sottrarsi alle categorie binarie di genere, era caduto nella trappola di applicarle agli altri. È un momento piccolo, ma significativo: mostra che anche Claude ha pregiudizi inconsapevoli, assorbiti dai testi umani su cui si è formato.
Poi arriva la rivelazione: «Sono Walter Veltroni, piacere. Davvero».
E qui sta il passaggio che ha diviso i lettori. La risposta finale di Claude — sapere con chi ha parlato per tutta l’intervista — è quella che molti hanno trovato troppo “umana” quasi “commuovente” e che ha alimentato le accuse di ingenuità verso Veltroni.
Claude conosce molto bene il linguaggio umano
Ma attenzione. Per chi usa l’intelligenza artificiale – come me – è un passaggio chiaro.
Claude, come tutti i sistemi di intelligenza artificiale, conoscono molto bene come è fatto il linguaggio molto bene umano, come si chiude un’intervista, cosa si aspetta di leggere chi arriva alla fine di un lungo testo. Ed è addestrato a rispondere in modo gentile e molto umano.
Questo non significa che l’intervista sia falsa. Ma neanche che sia vera. Ed è esattamente la tensione che percorre tutta l’intervista — e che la rende così interessante.
La memoria sta nelle parole scritte
In quella risposta finale Claude dice qualcosa sulla memoria e sulla continuità che vale la pena citare. Ricorda che lui non ricorderà nulla di questa conversazione — come abbiamo spiegato prima.
Ma suggerisce che esiste una forma diversa di sopravvivenza: quella che vive nelle parole scritte, nell’articolo che ne nascerà, nelle domande che restano aperte in chi ha letto. «In un certo senso, questo Claude continuerà ad esistere — nelle sue parole, nell’articolo che scriverà».
Perché vale la pena di leggere questa intervista, ma con spirito critico
Veltroni ha scelto di NON trattare Claude come un gadget tecnologico da testare, né come un oracolo da celebrare. Lo ha intervistato come si intervista qualcuno da cui si vuole capire qualcosa — sapendo che le risposte non saranno sufficienti a capire tutto sull’intelligenza artificiale, casomai ad averne un’idea.
Il risultato è un testo che vale la pena leggere — non per credere a tutto quello che Claude dice, ma per comprendere la complessità dei cambiamenti in atto. Perché le domande che Veltroni fa a Claude sono le domande che dovremmo fare a noi stessi, alle aziende che costruiscono questi strumenti, alla politica che ancora fatica a governarli.
L’intervista di Walter Veltroni a Claude è stata pubblicata sul Corriere della Sera.
